Thomas More.
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TUTTI GLI EPIGRAMMI.
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Parte 2.
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Traduzione di: Luigi Firpo e Luciano Paglialunga.
1994. Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo - MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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INDICE di questa parte.
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LETTERA DI BEATO RENANO A WILLIBALD PIRCKHEIMER.
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PRIMI ESERCIZI LETTERARI (Progymnasmata): EPIGRAMMI 1-18.
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LETTERA DI THOMAS MORE A ENRICO OTTAVO.
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EPIGRAMMI 19-23.
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EPIGRAMMI 24-269.
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EPIGRAMMI 270-271 (non compresi nell'edizione del 1520).
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EPIGRAMMI 272-281 (non compresi nelle edizioni del 1518 e del 1520).
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FINE Indice.
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EPIGRAMMI. del famosissimo e dottissimo inglese THOMAS MORE stampati in conformit all'esemplare corretto dall'autore stesso.
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BEATO RENANO SALUTA WILLIBALD PIRCKHEIMER CONSIGLIERE DELL'IMPERATORE MASSIMILIANO E SENATORE DI NORIMBERGA (1).
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Mi  sembrato molto opportuno, illustrissimo Willibald, porre il tuo nome in fronte agli epigrammi di Thomas More, vanto dell'Inghilterra, inviatimi poco fa dal comune amico Erasmo da Rotterdam (2), perch sotto molti aspetti vi somigliate. Siete entrambi non solo esperti di diritto, di latino e di greco (3) e impegnati nel sostenere pubblici uffici nelle vostre citt (4), ma benvoluti in sommo grado dai vostri rispettivi sovrani - lui dal potentissimo re Enrico d'Inghilterra, tu dalla sacra maest di Massimiliano imperatore - per la vostra abilit non comune nel maneggio degli affari e la saggezza nel dar consigli.
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Non occorre che rammenti i beni di fortuna, che entrambi possedete in abbondanza (5), sicch a nessuno di voi due fanno difetto quegli agi che sono consentiti dalla ricchezza: anzi, vi sopravanza largamente di che porgere esempi di virt, quella della generosit in primo luogo. Entrambi avete anche avuto in sorte un padre illustre tanto per cultura quanto per appartenenza all'ordine senatorio (6). Pertanto, visto che la somiglianza di condizione e l'eguaglianza di ceto sociale sono un incentivo all'amicizia (7), mi  sembrato perfettamente conveniente dedicarti quest'opera di More, perch, cos come gli sei affezionato per molte altre ragioni, tu possa con anche maggior calore stringerti a lui, volergli bene, tenerlo in gran conto, in grazia di questi epigrammi.
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A ci aggiungi che questi argutissimi scherzi non avrebbero potuto essere inviati a nessun altro pi opportunamente che a te, visto che a pi riprese ti sei misurato, come suol dirsi, in questa arena (8). Perch solo colui che qualche volta ha messo a repentaglio il proprio ingegno in tentativi di questo genere, chiunque egli sia, pu essersi reso conto della raffinatezza cui pu giungere un sapiente epigramma. Tu non ignori infatti che l'epigramma deve congiungere l'arguzia con la brevit, dev'essere divertente, deve concludersi d'improvviso con un motto di spirito, chiamato dai Greci epifonema (9). Tutte qualit sicuramente riscontrabili in questi epigrammi moreani, specie in quelli originali, visto che negli altri, cio in quelli tradotti dal greco, il merito dell'invenzione (10) spetta agli antichi.
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Anche in questi tuttavia egli merita lode non minore, perch traduce da una lingua straniera con la stessa naturalezza che mostra quando scrive per ispirazione propria. Senza dubbio le difficolt che il traduttore incontra sono ben sovente maggiori, perch chi scrive  libero e si affida liberamente al proprio estro inventivo, mentre chi traduce deve aver l'occhio di continuo ad altro, vale a dire al testo che ha deciso di tradurre: e ogni volta che ci accade, la mente si affatica molto di pi di quando partorisce del suo.
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Nell'uno e nell'altro caso Thomas More  veramente ammirevole (11), perch compone con estrema eleganza e traduce con somma scioltezza. Come fluiscono dolcemente i suoi versi! Come sono immuni da qualsiasi forzatura! Non un passo che sia sconnesso, aspro, incomprensibile: sa essere semplice, arguto, linguisticamente puro. Insomma, cosparge dovunque una gradevolissima piacevolezza, tale che non rammento di aver letto pagine pi spiritose.
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Credo proprio che le Muse gli abbiano elargito il meglio in fatto di scherzi, arguzie, mordacit. Con tanto garbo ha preso in giro Sabino, che alleva, credendoli propri, i figli altrui! Com' pungente l'irrisione di Lalo (12), che ci teneva tanto a farsi passare per francese! Eppure le sue arguzie non sono mai feroci, ma schiette, addolcite, blande, e tutto meno che offensive. Scherza, ma sempre senza mordere; prende in giro, ma non insulta (13). Fra gli autori di epigrammi l'Italia d oggi la palma al Pontano e al Marullo (14), ma mi venga un accidente se il nostro non li eguaglia per doti naturali e non li supera quanto al giovamento [che arreca al lettore].
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A meno che qualcuno creda di cavare gran frutto quando Marullo esalta la sua Neera e spesso parla per enigmi, atteggiandosi a Eraclito (15) novello, ovvero quando Gioviano Pontano ci mette a parte delle sconcezze degli antichi epigrammisti, cosa che non potrebbe riuscire pi scostante n pi indegna di esser letta da persona dabbene, per non dire da un cristiano: anche se va detto che essi ebbero a cuore di imitare sino a questo punto i modelli antichi. Per non adulterarli, si astennero da ogni richiamo al cristianesimo, cos come fece in passato Pomponio Leto (16), che evitava ogni termine greco per non macchiare la purezza del suo latino, della quale aveva un rispetto fanatico. D'altronde, come questi scherzi rivelano l'ingegno e la vasta cultura del More, cos la sua Utopia ha fatto brillare di vivissima luce l'acume straordinario del suo giudizio sulle cose del mondo.
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Ne dir qui poche parole, perch ne ha tessuto un adeguato elogio in un'ampia prefazione quel Bud, filologo di grande rigore, ch' l'incomparabile corifeo della pi soda erudizione, l'alto e pressoch unico vanto della Francia (17). L'opera propone istituzioni che non hanno riscontro negli scritti di Platone o di Aristotele, e neppure nelle "Pandette" del vostro (18) Giustiniano; il suo insegnamento sar magari meno filosofico, ma e certo pi cristiano.
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E tuttavia (ascolta, per le Muse, un grazioso aneddoto) poco tempo addietro, in questa citt,  accaduto che in una riunione di persone autorevoli il discorso cadesse sull'"Utopia", e mentre io la portavo alle stelle, un grassone asseriva non doversi attribuire a More merito maggiore di quello d'un cancelliere che stende il verbale e a palazzo mette in carta le opinioni espresse da altri; cos, assistendo alla seduta alla maniera di quegli che vien chiamato doriforema, egli non ha idee di testa sua, non dice parola che non abbia tolta dalle labbra di Itlodeo e si limita a mettere ogni cosa per iscritto (19).
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Perci non meritava altra lode fuori di quella d'aver riferito in modo chiaro. Non sono mancate altre persone che aderirono al suo punto di vista come se fosse da uomo di gran giudizio (20). Non vorrai dunque far buona accoglienza a questo garbato spirito di More, che sa far presa su uomini di questa fatta, non gente purchessia, ma personaggi di grande prestigio e teologi addirittura?
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Infine, se anche questo ti incuriosisce, sappi che quel William Lily, l'amico col quale More sostenne tempo fa una gara scherzosa nella versione degli epigrammi greci che qui recano il titolo di "Primi esercizi",  un Inglese di vasta cultura, che conosce non solo gli autori greci, ma anche e intimamente i costumi locali d quella gente, dato che per alcuni anni ha soggiornato nell'isola di Rodi. Egli dirige ora con grande successo la scuola di grammatica che Colet ha istituito a Londra (21).
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Altro non mi resta da dirti, se non questo: quando te lo consentiranno gli impegni che ti assorbono assiduamente, tra le missioni diplomatiche e il governo della tua citt, prendi in mano questo libretto, leggilo e diventa un ammiratore di quel More, che ritengo tu non abbia mai incontrato di persona, ma che da tempo conosci attraverso i suoi scritti (22).
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Sta' bene, illustrissimo signore.
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Basilea, 23 febbraio 1518.
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NOTE.
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Nota 1. "Firpo" - In una lettera del 25 agosto 1517 (Allen, 3, 57) Erasmo ricorda una prefazione di Beato Renano ideata per precedere tanto l'"Utopia" quanto gli "Epigrammata". Si  pensato (CW 4, CXCII) che la lettera a Pirckheimer (datata 23 febbraio 1518 e stampata nel marzo dello stesso anno) sia quella menzionata da Erasmo, poco adatta a fungere da prefazione ai soli epigrammi. Se la congettura  esatta, occorre immaginare che Renano abbia ritoccato il testo in funzione del suo nuovo impiego, accentuando i riferimenti alle poesie e citando "Utopia" solo brevemente (obiter, r. 65) alla fine. Beato Renano (Beat Bild, 1485-1547), nato a Schlettstadt (Slestat, in Alsazia) ed educato all'universit di Parigi, fu colto collaboratore dei tipografi Henri Estienne a Parigi, Lazare e Matthias Schrer a Strasburgo, e, dal 1515, Johann Froben a Basilea ("Neue Deutsche Biographie", I, Berlin, 1953, 682-683). Particolarmente importanti furono le sue edizioni di Seneca, Tertulliano, Tacito e Livio (indicazioni bibliografiche in "Briefwechsel", pp. 592-618). Tra il 1508 e il 1518 Beato Renano scrisse almeno ventisei lettere dedicatorie per varie opere. fra le quali una raccolta di epigrammi di Marullo (Strasburgo, 1509) e di Giano Pannonio (Basilea, luglio 1518). Cfr. "Briefwechsel", pp. 26-27 e 116-117. Willibald Pirckheimer (1470-1530), umanista di famiglia ricca e nobile, fu consigliere comunale a Norimberga (1496-1501 e 1506-1523) e consigliere imperiale (nominato dall'imperatore Massimiliano nel 1499). Cfr. Niklas Holzberg, "Willibald Pirckheimer", Mnchen, 1981, e Lewis Spitz, pp. 155-196. La sua amicizia epistolare con Erasmo ebbe inizio, nel 1515, grazie alla mediazione di Beato Renano, di cui pure era amico (Allen, 2, 40-41, 46-47, 174-175).
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Nota 2. Erasmo li invi a Basilea, a Renano, nel maggio del 1517 (Allen, 2, 576; 3, 1, 6).
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Nota 3. Pirckheimer aveva studiato diritto e lingua greca a Padova e a Pavia dal 1488 al 1495.
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Nota 4. Dall'agosto del 1517 More era membro del consiglio reale (Geoffrey Elton, "Thomas More, Councillor", in Richard S. Sylvester 1972, p. 89).
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Nota 5. Pirckheimer, appartenente a una famiglia di commercianti e d banchieri (Ekkert - von Imhoff, pp. 19-22), era pi ricco di More.
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Nota 6. Nel suo epitaffio More dichiara di essere nato in una famiglia non celebri sed honesta, e aggiunge che suo padre era cavaliere e giudice del Tribunale regio (Allen, 10, 260-261; cfr. pure 10, 136). Sir John (1453-1530) assunse il prestigioso incarico di "sergeant at law" (divenne cio membro di un ordine superiore di giudici che sar attivo fino al 1880) nel 1503 (Margaret Hastings, "The Ancestry of Sir Thomas More", in "Essential Articles", p. 99). Il padre di Willibald, Johann, fu dottore "in utroque iure" a Padova nel 1465 (Spitz, p. 157) e fu consigliere legale dell'imperatore Federico Terzo, del vescovo di Eichsttt, dei duca di Baviera e dell'arciduca del Tirolo (Eckert - von Imhoff, p. 9; Reicke, 1, 3-8).
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Nota 7. Erasmo, "Adagia", 120-121, in "Opera omnia", 2, 78-79.
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Nota 8. Alcuni epigrammi latini di Pirckheimer, compresi due tradotti dall'"Antologia greca" (IX, 359-360), sono pubblicati da Reicke, 1, 32-60.
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Nota 9. Quintiliano, 8, 5, 11: Est enim epiphonema rei narratae vel probatae summa acclamatio (E', infatti, l'epifonema un'affermazione enfatica alla fine di una narrazione o dimostrazione): Cfr. Erasmo, "De Copia", in "Opera omnia", 1, 97 C-E.
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Nota 10. L'"inventio"  la prima delle cinque parti della retorica (le altre sono: "dispositio", "elocutio", "actio" e "memoria") secondo la tradizione greco-latina e indica la ricerca di ci che si intende dire.
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Nota 11. Su More traduttore v. "Introduzione".
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Nota 12. Su Lalo cfr. l'epigramma 95, su Sabino gli epigrammi 196, 205 e 220.
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Nota 13. L'edizione principe del 1518 cos proseguiva: Come Siro in Terenzio elogia con garbo Demea, dicendogli: "Tu da capo a piedi altro non sei che saggezza!", cos si potrebbe dire di More: "Tu da capo a piedi non sei che buon umore!". Forse l'allusione a Terenzio ("Adelphoe", 394)  stata omessa perch Demea  uno stolto e gli omaggi di Siro sono insinceri.
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Nota 14. Nella sua prefazione a "Michaelis Tarchaniotae Marulli Constantinopolitani Epigrammata et Hymni", Strasburgo, M. Schrer, luglio 1509, Renano nega che Marullo (giunto nel 1453 in Italia, dove mor nel 1500) e Giovanni Pontano (1426-1503) siano al livello dei poeti antichi e i migliori modelli per quelli moderni. In particolare rimprovera a Marullo di seguire cos pedissequamente gli antichi da dimenticare il cristianesimo ("Briefwechsel", pp. 26-27). Cfr. "Introduzione". Sull'atteggiamento ambiguo degli umanisti nordici della fine del Quattrocento nei confronti dei temi pagani, vedere Jozef Nsewijn, "La poesia latina all'epoca di Giano Pannonio", in Acta Litteraria Academiae Scientiarum Hungaricae, 14 (1972), 336-337.
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Nota 15. Non diversamente dalle opere degli altri presocratici, il "Sulla natura" di Eraclito era spesso considerato astruso.
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Nota 16. Figlio illegittimo del conte Giovanni Sanseverino, Giulio Pomponio Leto (1428-1497) fu allievo di Pietro Montopolita e di Lorenzo Valla, cui successe a capo dell'Accademia Romana. Leto fu appassionato cultore della letteratura e delle antichit di Roma, ma la diceria che avesse deliberatamente evitato di imparare il greco  priva di fondamento. Nata da una lettera del suo allievo Sabellico, essa fu ripresa pi tardi da Vives. Cfr. Vladimiro Zabughin, "Giulio Pomponio Leto", 2 voll., Roma, 1909-1910, 1, 28, 282; 2, 46.
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Nota 17. Cfr. CW 4, 4-15.
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Nota 18. Vostro perch Pirckheimer aveva studiato diritto.
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Nota 19. E' chiaro che questo critico ottuso ha preso sul serio un'affermazione scherzosa di More (CW, 4, 38/5-8). "Doriphorema ("doryphrema")  un termine greco che ordinariamente significa guardia del corpo, ma Luciano ("Quomodo historia conscribenda sit"), come Renano, gli attribuisce il senso di comparsa teatrale, di attore che non recita. Cfr. CW 4, 98/10-23.
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Nota 20. Erasmo, "Adagia", 453, in "Opera omnia", 2, 202 B.
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Nota 21. William Lily (1468-1522), primo direttore della scuola di grammatica di St. Paul e principale artefice della famosa grammatica da essa adottata, effettu tra il 1488 e il 1492 un viaggio nel Mediterraneo, studiando il greco a Rodi e il latino a Roma e a Venezia sotto Giovanni Sulpizio e Pomponio Leto. Cfr. Emden, p. 1147.
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Nota 82. Pirckheimer poteva conoscere le traduzioni di Luciano, apparse a Parigi (1506, 1514), a Venezia (1516) e a Basilea (1517), nonch l'"Utopia" (Lovanio, 1516; Parigi, 1517).
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PRIMI ESERCIZI LETTERARI (1) DEI DUE AMICI THOMAS MORE E WILLIAM LILY.
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1. Di Lucillio (2).
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L'avaro Asclepiade vide un topo in casa,
e Che fai, dice, carissimo topo da me?.
Dolcemente il topo ridendo: Amico, dice, non temere niente:
non cibo da te cerchiamo, ma un tetto dove rimanere.
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Un avaro, di T. More.
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Appena l'avaro Asclepiade vide un topo presso di s, disse:
Caro topino, che cosa fai nella mia casa?. Il topo sorridendo
affabilmente rispose: Non aver timore, amico, qui non cerco vitto, ma una tana.
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Di W. Lily.
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L'avaro Asclepiade vide un topo nella sua casa e disse: Caro topino, che cosa fai qui da me?. Il topo sorridendo rispose: Nulla ti turbi, amico, da te non cerco vitto, ma un tetto.
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2. Di Pallada (3).
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Tu hai la ricchezza di uno che  ricco, ma l'animo di un povero.
O ricco per gli eredi, ma povero per te!
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Un avaro, di W. Lily.
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Possiedi ricchezze da uomo opulento, ma hai lo spirito di un indigente: ricco per l'erede, ma povero per te stesso.
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Di T. More.
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Quanto a quattrini sei un signore, ma povero quanto a cervello: meschino te! ricco per il tuo erede, ma povero per te stesso.
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3. Di Luciano (4).
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Campo di Achemenide divenni una volta, ora di Menippo,
e di nuovo da un altro passer ad un altro.
E infatti quello credeva una volta di tenermi, e di nuovo questi
[lo] crede: io non sono affatto di nessuno, ma della Fortuna.
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Incertezza della propriet, di W. Lily.
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Siamo stati fino a poco fa d Achemenide, ma ora siamo di Menippo. E di nuovo passiamo ora a questo ed ora a quello. In realt uno crede di possederci ora e un altro lo credette un tempo: siamo soltanto in balia della sorte.
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Di T. More

Sono un terreno che poco fa apparteneva ad Achemenide, adesso (5) son di Menippo e presto passer di mano in mano. Questi crede che gli appartenga e quegli lo credette, ma in realt altro io non sono che il campo della Fortuna.

4. Incerto (6).

Nutrire molti corpi, e molte case innalzare
 la via pi breve per la povert.

Lusso smodato, di T. More.

Tirar su molte case e dar da mangiare a molta (7) gente  la strada pi corta per la povert.

Di W. Lily.

Nutrire molte persone e innalzare numerosi palazzi  la strada per l'estrema povert.

5. Di Luciano (8).

Godi dei tuoi beni come destinato a morire,
risparmia i tuoi averi come destinato a vivere.
E' uomo saggio questo che, considerando ambedue tali cose,
al risparmio e alla spesa suole adattare una misura.

Misura nello spendere, di W. Lily.

Fa' buon uso delle tue ricchezze come se tu fossi destinato a morire e risparmiale come se tu dovessi continuare a vivere. E saggio colui che, riflettendo su questi due criteri, sapr risparmiare e porre un limite alle spese.

Di T. More.

Godi dei beni che ti sei procacciato come se tu fossi destinato a morire e risparmiali come se tu fossi destinato a rinascere. Saggio  colui che, dopo aver ben ponderato questi due criteri, sapr con precisa regola riuscire al tempo stesso parsimonioso e munifico.

6. Incerto (9).

Speranza e tu, Fortuna, tanti saluti! Ho trovato il porto.
[Non c' pi] niente fra me e voi. Prendetevi gioco di quelli dopo di me!

Disprezzo della Fortuna, di T. More (10).

Ormai ho toccato il porto. Speranza e Fortuna, addio. Non ho pi nulla da spartire con voi: adesso prendetev gioco di altri.

Di W Lily.

Ho raggiunto il Porto. Speranza e Fortuna, addio! Non ho pi nulla da spartire con voi: ora prendetevi gioco di altri (11).

7. Di Pallada (12).

Sulla terra venni nudo, e nudo sotto terra me ne vado.
E perch mi affatico invano, nuda vedendo la fine?

La Morte, di W. Lily.

Nudo vengo sulla terra, nudo anche me ne vado. Perch mi affanno invano, vedendo che la morte  nuda?

Di T. More.

Nudo venni sulla terra e me ne andr nudo: perch mi affanno inutilmente, quando so che la morte  nuda (13)?

8. Incerto (14).
Vino, e i bagni, e la passione per Cipride
manda all'Ade per una via pi veloce.

Lusso e lussuria, di T. More.

Se v' qualcuno che ha fretta di raggiungere sotterra le ombre dei trapassati, sappia che accelerano il viaggio i bagni, il vino, gli amplessi.

Di W. Lily.

Verso le dimore del Signore Tenebroso ci trascinano a capofitto i bagni, il vino e Venere (15).

9. Di Pallada (16).

Non danneggia cos colui che dice apertamente di odiare,
come colui che finge l'amicizia pura.
Colui che infatti odia, conoscendolo prima, lo evitiamo,
ma da colui che dice di amare, noi non ci guardiamo.
Nemico grave io giudico quello, che talvolta di nascosto,
avendo la fiducia dell'amicizia, fa il male.

Falsa amicizia, di T. More

Colui che ammette di odiare, reca meno danno di chi finge una vera amicizia. Una volta informato, io evito la persona che mi odia, ma come posso scansare chi simula d essermi amico? Di certo il peggior nemico  colui che, nelle vesti di amico, scaltramente opera il male con celata astuzia.

Di W. Lily.

Chi candidamente afferma: Io ti odio!, non reca tanto danno quanto colui che si professa amico sincero. Certamente tu eviti chi sai che ti pu nuocere, ma giammai chi dichiara: Sono tuo amico!. E' da ritenersi nemico mortale colui che gode di recar danno di nascosto ed ancora dimostra fede nell'amicizia.

10. Per una spartana. Incerto (17).

Senz'armi vedendo una spartana reduce dalla guerra
suo figlio muovere veloce il piede a casa,
scagliatasi contro, nel fegato spinse la lancia,
in maschio grido prorompendo sull'ucciso:
Stirpe straniera a Sparta, disse, vattene finalmente all'Ade!
Vattene perch mentisti patria e genitore.

Il soldato spartano, di T. More.

Vedendo il proprio figliuolo tornare di gran corsa dopo aver gettato le armi, una spietata Lacedemone gli va incontro, afferra una lancia e lo trapassa da parte a parte, pronunciando poi sul cadavere queste maschie parole: Vattene all'Inferno, degenere figlio di Sparta, vattene, disonore della patria e della famiglia!.

Di W. Lily.

Quando una madre spartana vide suo figlio ritornare in fretta dalla battaglia al focolare domestico, privo delle armi, lo affront e lo trafisse con una lancia. Quindi la bellicosa, in preda a delirio, si rivolse al figlio esanime con terribile voce: Poich hai tradito la patria e i tuoi avi, raggiungi, finalmente, figlio degenere, le dimore dei trapassati!.

11. Di Agatia (18).

Zoppa hai la mente come il piede, e infatti veramente
l'immagine dell'interno la tua natura ha all'esterno.

Uno zoppo stupidello, di T. More.

La tua mente  vacillante come il tuo piede e la tua condizione esteriore rivela i tratti precisi del tuo stato interiore.

Di W. Lily.

Lento sei d'ingegno come i tuoi piedi; infatti la tua malformazione ci d una prova esterna del tuo squilibrio interiore.

12. Incerto (19).

Se era possibile capire ci che bisogna soffrire,
e non soffrire, bello era il capire.
Ma se bisogna soffrire ci che bisogna capire,
perch bisogna capire? infatti  necessario soffrire.

Il dilemma di Teofrasto da Aulo Gellio (20), di T. More.

Se grazie alla conoscenza delle tue future sofferenze, tu potessi evitarle, allora sarebbe fin troppo bello prevedere le sofferenze che patirai. Ma se non hai alcun potere di evitare le sofferenze che prevedi, a che giova prevedere le sofferenze che dovrai comunque sopportare?

Di W. Lily.

Se fosse possibile conoscere in anticipo le disgrazie future ed evitarle, allora sarebbe davvero vantaggioso conoscerle. Ma se, tuo malgrado, devi sopportare le sofferenze che cerchi di scoprire, a che giova averle conosciute prima? E' necessario infatti sopportarle.

Sullo stesso argomento, in trimetro giambico. Di T. More.

Se tu potessi conoscere in anticipo quale sofferenza devi sopportare e allo stesso tempo anche evitarla, allora la tua conoscenza sarebbe proficua. Ma se, nonostante questo, tu devi soffrire, a che giova il conoscere? Il soffrire infatti  inevitabile.

13. Di Pallada (21).

Due volte due fratelli (22) qui contiene la tomba: durarono infatti un solo
giorno e di nascita, i due, e di morte.

Due fratelli nati e morti nello stesso giorno, di T. More.

Questa tomba contiene quattro fratelli: due di essi nacquero e morirono nello stesso giorno (23)

Di W. Lily.

Questa tomba contiene quattro fratelli: due di essi nacquero nello stesso giorno e nello stesso giorno morirono.

14. Anonimo (24).

Zeus, cigno, toro, satiro, oro per amore
di Leda, di Europa, di Antiope, di Danae (25).

Metamorfosi di Giove, di T. More.

Giove si trasform in toro, in cigno, in satiro e in oro, per amore di Europa, Leda, Antiope e Danae.

Di W. Lily.

Giove divenne toro, cigno, satiro e oro, per amore di Europa, Leda, Antiope e Danac.

15. Incerto (26).

Nove dicono alcuni le Muse? Come leggermente!
Ecco anche Saffo di Lesbo, la decima.

Saffo, di T. More.

Si dice che le Muse siano nove, ma  del tutto errato. Ecco, Saffo di Lesbo  la decima Pieride (27).

Di W. Lily.

Quanto sconsideratamente hanno ritenuto alcuni che le sorelle fossero nove (28)! Ma, ecco, qui  Saffo di Lesbo, la decima musa!

16. Di Agatia Scolastico (29).
O un Satiro corse sotto al bronzo, o grazie all'arte
il bronzo costretto si rivers intorno al Satiro.

Statua bronzea d'un satiro, di W. Lily.

O un satiro si  modellato intorno al bronzo o il bronzo, costretto dall'arte, si  modellato intorno al satiro.

Di T. More.

Perfettamente modellato con ammirevole maestria, questo bronzo avvolge un satiro o  avvolto da un satiro.

Altra versione di T. More.

O un satiro si avvolge intorno a codesto bronzo, o un satiro  avvolto da codesto bronzo.

17. Per una statua di Niobe (30).
Da viva gli dei mi resero pietra; dalla pietra
viva Prasstele inversamente mi fece (31).

Per una statua di Niobe, di W. Lily.

Ero in vita: gli dei mi trasformarono in pietra, ma dalla pietra Prassitele di nuovo [ricre] la vita.

Di T. More.

Ero viva: gli dei mi trasformarono in pietra, ma, mentre ero pietra, di nuovo mi rese viva Prassitele.

18. Di Simonide (32).

Il popolo degli Ateniesi te, o Neottolemo, con questa statua
onor per la benevolenza e la piet.

Per una statua dedicata a Neottolemo, di T. More.

L'intera citt di Cecrope, o Neottolemo, ti onora con questa statua. A fare questo la spingono sia la tua benevolenza sia la tua devozione.

Di W. Lily.

Questa statua ti donava per la tua devozione e la tua benevolenza la folla dei Cecropidi, o Neottolemo.
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FINE DEGLI ESERCIZI PREPARATORI SCRITTI DAGLI AMICI THOMAS MORE E WILLIAM LILY.
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NOTE.
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Nota 1. "Progymnsmata" (in latino: "praeexercirationes") significava letteralmente esercizi di riscaldamento per atleti o per soldati, ma veniva anche usato per indicare esercizi propedeutici di retorica per giovani studenti. Una dettagliata e documentata sintesi del problema  in Lausberg, pp. 532-546. Gli esempi antichi pi importanti, compresi tra il I e il VI sec. d. C., sono di Elio Teone, Ermogene, Nicola Sofista, Prisciano e soprattutto Aftonio. La principale suddivisione dei "progymnasmata" era la seguente: "fabula", "narratio", "chria", "sententia", "refutatio", "locus communis", "laus", "vituperatio", "comparatio", "sermocinatio", "descriptio", "thesis" e "legis latio". Alcune delle traduzioni di More e Lily rientrano in queste categorie: n. 1 ("fabula"), nn. 2 e 9 ("comparatio"), n. 3 ("sermocinatio"), nn. 4, 5, 7, 8 ("sententia"), n. 11 ("vituperatio"), nn. 15-18 ("laus"). Il n. 10 sarebbe stato una "chria" perfetta se la donna spartana fosse identificabile con un personaggio storico noto. Ma vi  una constatazione ancora pi importante da fare. Il titolo rivela che More vedeva chiuso nei suoi epigrammi il segreto di un retore perfetto: la migliore preparazione per imitare gli epigrammi degli antichi e per scriverne di nuovi consisteva nel tradurre gli epigrammi dell'"Antologia" greca.
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Nota 2. Ap XI, 391; PI. II, 50 ("eis pheidolos"), 22..
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Nota 3. Firpo 18 - AP XI, 294; PI. II, 50 (("eis pheidolos"), 12.
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Nota 4. Firpo 19 - AP IX, 74; PI. I, 79 ("eis tychen"), 2. Cfr. Luciano, "Nigrinus", 26, e san Basilio, "Homilia in Psalmum 61" (PG 29, 481). Cfr. pure CW 12, 208/3-10 e relativo commento.
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Nota 5. Nel loro uso di "nuper" e di "nunc" (cfr. anche r. 14) More e Lily furono probabilmente influenzati dall'espressione che Orazio ("Sermones", 2, 2, 133-135) dette all'immagine: nunc ager Umbreni sub nomine, nuper Ofelli / dictus, erit nulli proprius, sed cedet in usum / nunc mihi, nunc alii (il campo indicato ora sotto il nome di Ombreno, poc'anzi di Ofello, non sar possesso personale di nessuno, ma verr in usufrutto ora a me, ora a un altro).
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Nota 6. Firpo 20 - AP X, 119; PI. I, 12 ("eis autrcheian").
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Nota 7. Scrivendo Multas [...] multos More, in maniera pi accentuata di Lily, si propone di ricreare l'assonanza "Smata poll [...] dmata poll'" del testo greco.
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Nota 8. Firpo 21 - AP X, 26; PI. I, 12 ("eis autrcheian"), 6.
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Nota 9. Firpo 1 - AP IX, 49; PI. I, 79 ("eis tychen"), 1.
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Nota 10. Cfr. i versi sulle lusinghe della Fortuna scritti nella Torre (Roper, p. 82)
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Nota 11. Versioni latine di questo epigramma sono largamente attestate nelle antiche iscrizioni (CIL 8, n. 27904; 9, n. 4756, rr. 11-12; 11, n. 6435, rr. 15-16; "Inscriptiones christianae urbis Romae septimo saeculo antiquiores", ed. Giovanni Battista de Rossi, 2 voll., Roma, 1857-1888, 2, 267, n. 20). Una di queste (CIL 6, n. 11743), incisa su un sarcofago ora conservato nei Musei Lateranensi,  assai simile ai testi di More e Lily: Euasi effugi. Spes et Fortuna ualete, / Nil mihi uobiscum est, ludificate alios (Mi sono salvato, sono riuscito a fuggire, Speranza e Fortuna statemi bene. lo non ho niente in comune con voi; prendetevi gioco di altri). Una versione identica a quella di Lily  un'iscrizione della tomba di Francesco Pucci, sepolto a Roma nel 1512 (articoli non firmati in Notes and Queries, serie IX, 2 [1898], 229, e serie X, 9 [19081, 324). Il medesimo testo  stato stampato tra i carmi di Giano Pannonio (1434-1472) pubblicati da Giovanni Sambuco ("Iani Pannonii Episcopi Quinqueeccles: illius Antqus vatibus comparandi, recentioribus certe anteponendi, quae uspiam reperiri adhuc potuerunt, omnia", Vienna, 1569; rist. Budapest, 1972), e non ricorre in alcuna edizione anteriore di Pannonio, compresa la prima di Sambuco (Padova, 1559). Cfr. Notes and Queries, serie X, 9 (1908), 324. Gli editori settecenteschi di Pannonio, Smuel Teleki e Sndor Kovszrray, accolsero il testo come di mano di Pannonio all'interno della loro edizione in due volumi (Utrecht, 1784, 1, 531). Lo avevano infatti trovato in un manoscritto che Lambecio, nel 1666, aveva trasferito a Vienna dalla Biblioteca Reale Corviniana di Buda (I, V, XIV; 2, 388). Essi sostituirono il titolo di Sambuco ("In Fortunam") con "In Spem et Fortunam" e designarono l'epigramma come tradotto "E Graeco. Anthol. L. I cap. 80". La pi recente edizione di Pannonio ("Jani Pannonii Opera Latine et Hugarice", Budapest, 1972) omette la poesia. In mancanza di ulteriori testimonianze  difficile precisarne la provenienza e la trasmissione. Sulla diffusione del distico in arca inglese, Hudson conclude cos: Non sappiamo in quale misura Lily e More abbiano contribuito a divulgare l'epigramma. Possiamo peraltro afferma,e che la versione divenuta pi popolare appare a stampa per la prima volta negli "Epigrammata" di More, dove  attribuita a William Lily (Hudson, p. 41). Il distico fu molto popolare, in latino e nelle lingue nazionali, tra il sedicesimo e il diciottesimo secolo, in Italia, Francia, Inghilterra, Spagna e anche Svezia. Cfr. Hutton, "Anthology in Italy, pp. 27, 522, e "Anthology in France", pp. 514-518, 670-67 l; H.M. Fret - Marcel Bataillon, "A propos d'une pitaphe d'Andr de Laguna", in Humanisme et Renaissance, 7 (1940), 122-127; Hudson, pp. 38-41; Johan Bergman, "Ett antikt epigrams vandring genom skilda sekler och kinder", in Eranos, 40 (1942), 9-15, e specialmente la trattazione completa di Otto Weinreich, "So nah ist die Antike", Mnchen, 1970, pp. 97-180.
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Nota 12. Firpo 2 - AP X, 58; Pl. I, 13 ("eis anthrpinon bon"), 6.
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Nota 13. Cfr. Gb 1,21; Qo 5,14; Properzio, 3, 5, 14, e i versi di More per il "Boke of Fortune": Remember nature sent the hyther bare (Ricorda che la natura ti ha inviato qui nudo, E.W., seg. C8).
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Nota 14. Firpo 3 - AP X, 112; Pl. I, 36 ("eis thnaton kai thanntas"), 24. Cfr. Plutarco, "De sanitate tuenda", "Moralia", 128 CD.
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Nota 15. More e Lily trassero questa espressione, direttamente o indirettamente, da antiche iscrizioni. Cfr. per esempio CIL 6, n. 15258: Balnea, vina, Venus corrumpunt corpora nostra, / Sed vitam faciunt balnea, vina, Venus (1 bagni, i vini, Venere corrompono i nostri corpi, ma danno la vita i bagni, i vini, Venere). Cfr, pure CIL 3, n. 12274 C; 5, n. 390*; 6, parte 5, n. 1649*; 14, n. 914; Einar Engstrm, "Carmina Latina Epigraphica", Gteborg, 1911, n. 148.
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Nota 16. AP X, 12 1; Pl. I, 41 ("eis klakas"), 5.
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Nota 17. Firpo 71 - AP IX, 61; Pl. I, 5 ("eis andrious"), 1 ("eis Lkainam"). Cfr. AP Settimo, 230, 433 e 531. Vedere l'Introduzione.
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Nota 18. AP XI, 273; Pl. II, 53 ("eis psolos"), I. Questa  l'unica attribuzione evidente ad Agatia.
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Nota 19. E' difficile individuare la provenienza precisa di questo testo greco (in prosa e non in versi). Esso ricorre nel "Violetum" di Arsenio (Leutsch-Schneidewin, 2, 381); in una raccolta di detti pubblicata da J. Fr. Boissonade ("Anecdota Graeca e Codicibus Regiis", 5 voll., Paris, 1829-1833, 1, 117); in un'antica antologia bizantina raccolta da Massimo (PG 91, col. 924), che Konrad Gesner fuse nel 1546 con un'altra di Antonio (v. Reinhold Dressler, "Quaestiones criticae ad Maximi et Antonii gnomologias spectantes", in Jahrbcher fr classische Philologie, suppl. 5 [1864-1872], 307-350). Ed  probabile ricorra anche in altre antologie note ma inedite, alcune delle quali conservate manoscritte in Inghilterra. Il pi ampio ragguaglio su tutte queste raccolte di dieta semifilosofici  fornito da Marcel Richard nel "Dictionnaire de spiritualit asctique et mistique" (Paris, 1937ss.), 5 (1962), 475-512 (v. specialmente 488-494). In Arsenio, Boissonade e Massimo il detto non  anonimo come nel nostro testo, ma attribuito a Democrito (v. F. W. A. Mullach, "Fragmenta Philosophorum Graecorum", 3 voll., Paris, 1881-1883, 1, 379). E' stato pure attribuito a Sotade (Hermann Diels, "Die Fragmen te der Vorsokratiker", 3 voll., Berlin, 1910-1912; rist. Zrich, 1966, 2, 222).
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Nota 20. Il testo greco  attribuito a Teofrasto solo qui e non ricorre in Gellio bench un terna piuttosto simile venga attribuito da Gellio ("Noctes Atticae", 14, 1, 36) a Favorino. Dal momento che l'originale greco  chiaramente indicato come di autore incerto,  altamente improbabile che More o Lily siano responsabili del falso titolo. Forse venne trasformata in titolo un'annotazione marginale nella quale More o Lily o un qualsiasi altro lettore aveva rilevato la somiglianza col passaggio di Gellio, pur riferendolo erroneamente a Teofrasto. Ci si sarebbe facilmente verificato se i titoli del manoscritto usato dallo stampatore fossero stati scritti, tutti o in parte, sul margine.
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Nota 21. AP Settimo, 323; Pl. III, 3 ("eis adelphos"), 2. In base alle nostre attuali conoscenze, questa  la sola attribuzione a Pallada.
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Nota 22. La lezione "adelphos od" (fratelli cos) per " adelpheios" (fratelli) appare solo qui (cfr. "Introduzione"). L'erroneo "Dis" (Due volte) in luogo di "Eis" (Uno) appare nei manoscritti e nelle edizioni a stampa anteriori al 1518 e viene corretto per la prima volta nell'edizione aldina del 1531.
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Nota 23. Per la seconda versione data da More di questo epigramma, cfr. il n. 171.
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Nota 24. AP IX, 48; Pl. I, 37 ("eis theos"), 2.
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Nota 25. Questa immagine era gi stata adottata con intenti satirici (Luciano, "Dialoghi degli dei, Eros e Zeus") e di esortazione religiosa (Gregorio Nazianzeno, "Precetti per le vergini", rr. 499-501, PG 37, 617-618).
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Nota 26. AP IX, 506; Pl. I, 66 ("eis poitas"), 13 ("eis Sppho"), 2. Per molti testi analoghi antichi v. Waltz, 8, 68.
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Nota 27. Le Muse traevano il nome Pieridi dalla Pieria, regione della Macedonia nella quale sarebbero nate, o dal monte Piero (il versante orientale dell'Olimpo che attraversa la Pieria) o dal re di Macedonia Piero, che ne introdusse il culto in Tespia, o dal fatto di aver vinto nel canto le figlie del re dell'Emazia Piero, dette perci anch'esse Pieridi e trasformate dopo la sconfitta in piche.
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Nota 28. Nouem [...] sorores: cfr. Marziale, 2, 22, 1.
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Nota 29. AP XVI, 246; Pl. IV, 12 ("eis aglmata ten kai theainn"), 97 ("eis teron stiron". Cfr. Introduzione.
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Nota 30. AP XVI, 129; Pl. IV, 9 ("eis eridas"), 1 ("eis galma Nibes").
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Nota 31. Niobe, figlia di Tantalo e moglie di Anfione di Tebe, madre di sei figli e sei figlie (sette e sette, secondo un'altra tradizione), ebbe l'ardire di paragonarsi a Let (Latona), madre dei soli Apollo e Artemide. Questi allora le uccisero i figli (secondo un'altra tradizione Zeus li trasform in pietre). Quanto a Niobe, si trasform a sua volta in una rupe del monte Sipilo. Una statua dei figli di Niobe scolpita da Prassitele o da Scopa  ricordata da Plinio ("Naturalis historia", 36, 4, 28).
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Nota 32. Ignoriamo da dove More e Lily abbiano tratto questo distico greco. Esso ci  giunto soltanto in due manoscritti: il primo (ms. 1773 della Bibliothque Nationale di Parigi), scritto da Bartolomeo Comparini, di Prato, nel 1493, e pervenuto alla Biblioteca Reale di Parigi, intorno al 1590, passando dalle mani del cardinale Niccol Ridolfi (m. nel 1550) a quelle di suo nipote Pietro Strozzi e di Caterina de' Medici (Henri Omont, "Inventaire sommaire des manuscrits grecs de la Bibliothque nationale", 4 voll., Paris, 1886-1898; rist. 1898, 1, VI-Settimo, XXX; 2, 140); il secondo consiste di otto fogli aggiunti all'inizio del ms. Palatinus 23 (Marcus Boas, "De epigrammatis Simonideis pars prior: commentatio critica de epigrammatum traditione", Groningen, 1905, pp. 171, 191, e Waltz, pp. LV-LVI). L'attribuzione a Simonide  infondata ("Poetae Lyrici Graeci", ed. Theodor Bergk, 3 voll., Leipzig, 1866-1867, 3, 1187).
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EPIGRAMMI. DEL CHIARISSIMO E DOTTISSIMO THOMAS MORE, INGLESE, IN GRAN PARTE TRADOTTI DAL GRECO.
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Temo (1), illustrissimo principe, che mentre mi sforzo d ottenere favore per i miei versi disadorni con l'aggiunta di colore (come fanno le fanciulle che ancora non si fidano della loro bellezza), io possa averli privati di quella peculiarit mediante la quale avrebbero potuto arrecarti il pi grande diletto, cio la novit. Non appena, infatti, dopo averli scritti al tempo della tua incoronazione, li ebbi affidati ad un miniatore affinch li decorasse (2), un attacco di gotta, che lo colp in modo assai inopportuno, subito all'inizio del suo lavoro, mi ha costretto a presentare i miei versi soltanto ora, ben pi tardi di quanto le circostanze sembravano richiedere. E cos (se mi permetti d trattare con te familiarmente della faccenda, data la tua connaturale benevolenza), non so se le mani del miniatore abbiano aggiunto pi splendore ai miei versicoli, di quanto non gliene abbiano sottratto i suoi piedi.
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Sono comunque i suoi piedi a farmi temere che la mia espressione di gioia possa sembrarti non meno tardiva e intempestiva di quanto, nell'antichit, dovette sembrare, all'imperatore Tiberio l'espressione di cordoglio dei cittadini di Troia. 1 troiani si condolevano con l'imperatore per la perdita del figlio, morto gi da lungo tempo. L'imperatore, con spirito mordace, si prese gioco di loro, rispondendo che lui pure si rammaricava con loro per la perdita del valoroso guerriero Ettore (3). Ma il loro atto, diretto ad un lutto che stava non solo svanendo, ma era ormai finito da un pezzo (4) , non poteva che essere ridicolo. Il mio, invece,  alieno da quel difetto grazie alla incommensurabile esultanza causata dalla tua affollatissima incoronazione. Poich infatti quella gioia ha riempito i cuori di tutti con una emozione cos forte e durevole che non pu esaurirsi in una vita intera, senza dubbio questo mio omaggio non  giunto tardivo, quando l'evento  ormai passato e svanito dalla memoria, ma in coincidenza con esso, che  ancora in corso. Salve, o principe illustrissimo, e - titolo nuovo e raro per i re - anche amatissimo.
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NOTE.
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Nota 1. Questa lettera  la dedica delle cinque poesie per l'incoronazione che seguono immediatamente e non di tutti gli epigrammi scritti per Enrico Ottavo. E' soltanto con quelle poesie, infatti, che comparve nella copia destinata al re (ms. Cotton Titus D IN del British Museum). Vedere CW 3111, Appendix B, 494/240-495/257, e Appendix C, 650/12-20.
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Nota 2. Nella Londra della fine del Quattrocento e dei primi del Cinquecento operava un gruppo di esperti miniatori. Alcuni di essi avevano l'incarico di miniare documenti ufficiali come quelli conservati nell'archivio del Tribunale Reale (Erna Auerbach, "Tudor Artists: A Study of Painters in the Royal Service and of Portraiture on Illuminated Documents from the Accession of Henry Ottavo to the Death of Elizabeth I", London, 1954, pp, 17-35). Le miniature commissionate da More per l'e~ semplare con le poesie dell'incoronazione da presentare al re sembrano seguire lo stile dei "rolls of pleas" (i fogli contenenti le suppliche dei sudditi al re) negli ultimi anni dei regno di Enrico Settimo: Un quadrato o un rombo  interamente occupato da disegni floreali alternati a volute e a grottesche [...] Spesso appaiono la rosa dei Tudor, disegnata con bel tratto e in chiaroscuro. o gli stemmi di Francia e Inghilterra sormontati da una corona [...] (Auerbach, pp, 24-25 , 31-32).
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Nota 3. Svetonio, "Tiberius", 52, 2.
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Nota 4. Vedere l'Introduzione.
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19. Carme encomiastico scritto da Thomas More londinese in occasione dell'incoronazione di Enrico Ottavo nobilissimo e fortunatissimo re delle Isole Britanniche e di Caterina sua felicissima Regina (1).
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Se mai ci fu un giorno, se mai ci fu un tempo, Inghilterra, perch tu rendessi grazie alla divinit, questo  quel giorno da contrassegnare con una candida pietruzza (2), giorno davvero felice da annoverare tra le tue festivit (3). Questo giorno segna il termine della schiavit, l'inizio della libert, la fine della tristezza, la sorgente della gioia; esso infatti consacra un giovane (4) che  lo splendore imperituro del nostro secolo e lo designa come tuo re, degno di governare non semplicemente un singolo popolo, ma, di reggere, lui solo, il mondo intero, di tergere le lacrime di noi tutti (5) e di cambiare in gioia la nostra lunga angoscia. Ogni cuore si rallegra sciolto dalle angustie, come il giorno risplende, dissipate le nubi. Ora il popolo libero corre incontro al re con volto sereno, a stento riuscendo a contenere la propria felicit: gioisce, esulta, applaude e giubila per avere un cos grande re, n altro viene scandito all'unisono se non: Il re! (6). La nobilt, gi da lungo tempo sottomessa alla feccia del volgo, la nobilt da troppo tempo parola vana (7), ora solleva il capo, ora esulta per un re cos generoso, ed ha le sue buone ragioni per rallegrarsi (8). Il mercante che in passato era tenuto lontano dalla sua attivit dalle tasse di ogni tipo, ora solca di nuovo con la nave le acque insolite del mare (9). Le leggi, prive un tempo di valore, anzi costrette a nuocere, ora godono di aver recuperato il loro vigore (10). Tutti sono ugualmente partecipi della gioia (11) e ugualmente compensano tutte le perdite passate con i vantaggi futuri. Ecco, ognuno ha il coraggio e si compiace di mettere in mostra le proprie sostanze, che per paura teneva nascoste in passato nel buio di un nascondiglio. Ecco, c' soddisfazione per ogni provento che sia riuscito a sfuggire alle molte scaltre e adunche mani dei numerosi ladri. Non  pi un delitto (prima lo era e grande) possedere ricchezze acquisite senza alcun inganno (12). La paura non fa sussurrare segreti nell'orecchio di un altro: nessuno ha nulla da tacere, nulla da sussurrare. Che piacere adesso non tenere in alcun conto le spie (13). Nessuno teme delazioni se non colui che prima era stato delatore. La gente si raduna senza distinzione di et, sesso e classe sociale e non c' motivo che alcuno si trattenga in casa e non sia presente al momento in cui il re, dopo il rito sacro, assume con buoni auspici la corona d'Inghilterra. Ovunque egli passa (14), la folla, ammassata per la smania di vedere, lascia aperto, a mala pena, uno stretto passaggio. Si riempiono le case, i tetti non ce la fanno pi per il peso della gente; da ogni parte si leva un clamore d rinnovata dimostrazione d'affetto. E la gente non si accontenta di averlo visto una sola volta, ma nella speranza di rivederlo altrove, cambia di posto continuamente. Tre volte si diletta di ammirarlo, e perch non avrebbe dovuto provar piacere a contemplare la persona pi amabile che la natura ha plasmato? Tra mille nobili del seguito egli sovrasta tutti (15) e la sua gagliardia  degna della regale persona. La mano  tanto agile quanto il suo cuore  valoroso, sia che risolva una disputa con la spada sguainata, o s getti in una mischia focosa protendendo la lancia, o scocchi una freccia per colpire il bersaglio (16). I suoi occhi hanno bagliori di fuoco, la Bellezza splende sul suo volto e il colorito delle sue guance simile a quello di due rose gemelle (17). Infatti quel viso, che si impone al rispetto per vivacit e fierezza, potrebbe appartenere ad una fanciulla (18), appartenere ad un uomo. Cos era Achille, quando si finse ninfa, cos quando trascino Ettore con i destrieri tssali (19). O se la natura permettesse che, insieme con il corpo, fosse reso visibile anche l'eccellente valore della sua mente! Ma, anche dallo stesso volto traspare la sua virt; il suo aspetto  un chiaro segno della sua bont (20) e della saggezza matura che dimora nella sua mente assennata, della calma profonda del suo animo imperturbabile, dello spirito con cui sopporta la sorte e ne controlla il buono o cattivo esito, della grande cura del proprio riserbo e pudore. Com' serena la clemenza che infervora il suo animo mite e com' lontana dalla sua mente l'arroganza! La nobile persona del nostro principe dimostra quelle ben note qualit, inconfutabili. Ma la sua giustizia, l'abilit che ha nell'arte di regnare, il senso del dovere verso il suo popolo sono doti facilmente evidenziate dai nostri stessi volti e possono essere visibili dagli stessi beni che godiamo. La nostra attuale condizione, la riconquista della libert e la fine della paura, del danno, dei pericoli, del dolore, il ritorno della pace, degli agi, della gioia, del sorriso, questo davvero dimostra l'eccellenza del nostro augusto principe. Un potere illimitato  solito logorare le buone disposizioni e questo anche nei sommamente dotati. Ma per quanto egli fosse in precedenza coscienzioso, la corona gli ha conferito nondimeno un comportamento adeguato al suo ruolo, poich ha adottato, subito nel suo primo giorno, quei provvedimenti di cui pochi regnanti sono capaci solo nella loro tarda et (21). Si affrett ad arrestare ed imprigionare chiunque aveva danneggiato il regno mediante complotti. Chi era stato delatore venne legato con strette catene, perch egli stesso soffrisse le pene causate a molti altri (22). Il principe apr il mare ai commerci (23) e allegger i dazi troppo gravosi richiesti prima ai mercanti (24). La nobilt a lungo avvilita ottenne subito al primo giorno le antiche prerogative (25). Egli ora conferisce in dono agli onesti le magistrature e le cariche pubbliche che uomini corrotti di solito compravano. E mutate le circostanze in meglio, persone colte ora ricevono quei privilegi che una volta erano appannaggio di persone ignoranti. Alle leggi decisamente impresse la pristina forza e dignit (in effetti la loro decadenza avrebbe sovvertito il regno). E mentre prima ogni classe sociale perdeva le sue connotazioni, subito ogni classe  stata restituita a se stessa. E che dire se, per benevolenza verso il popolo, decise di abrogare alcune clausole, che tuttavia egli ben conosceva essere state gradite al padre (26)? Egli al padre antepose la patria, e cos doveva essere (27). N mi Sorprende: quale progetto infatti non sarebbe in grado di attuare un cos valente principe, il cui talento naturale  stato perfezionato dagli studi liberali e che le nove Sorelle hanno lavato alla fonte Castalia e la Filosofia ha imbevuto dei suoi precetti (28)? Tutto il popolo, sotto molti titoli, era debitore al re, e questo costituiva uno svantaggio che esso in modo particolare temeva. Ma il nostro re, pur potendo incutere paura da questa sua posizione, e quindi ammassare ingenti ricchezze a suo piacimento, condon le cauzioni di tutti (29), rassicur tutti, fugando ogni preoccupazione dovuta ad eccessivo timore. Di conseguenza, mentre altri re sono stati temuti dai loro sudditi, questo re  amato, dal momento che ora, grazie a lui non c' alcun motivo di temere. O principe, che incuti timori nei tuoi superbi nemici, o principe, che non incuti timore nel tuo popolo! Quelli ti temono, noi ti veneriamo, ti amiamo. Il nostro amore per te sar il motivo del loro timore. E cos, licenziate le guardie del corpo, la devozione degli uni e il timore degli altri ti accompagneranno ovunque tranquillo e ben protetto (30). Nessuno teme le guerre oltre confine, se la Francia si alleasse con la Scozia (31), purch l'Inghilterra sia tutta unita; le lotte intestine non ci saranno: per quali ragioni o cause dovrebbero sorgere? Prima di tutto non c' alcun conflitto, n ci pu essere, sul tuo diritto e titolo alla corona (32), dal momento che tu da solo rappresenti entrambe le parti che di solito vengono a lite, lite che la nobilt dei tuoi genitori ha gi appianato (33). Ed ancora pi remota da te  l'ira del popolo che, sacrilega,  fonte costante di disordini civili. Sei tanto caro a tutti i tuoi sudditi, che nessuno potrebbe essere pi caro a se stesso. E se per caso l'ira dovesse associare potenti condottieri, un tuo cenno immediatamente la estinguer, s grande  la venerazione per la sacra maest che i tuoi meriti hanno giustamente concorso a creare. E quegli stessi meriti che ebbero i tuoi padri sono anche tuoi, insuperati nei tempi passati. Tu hai, infatti, o principe, la saggezza di tuo padre (34), tu hai l'amorevole forza cortese di tua madre, tu hai l'animo, l'animo religioso della tua nonna paterna, tu hai il nobile cuore del tuo nonno materno (35). Qual meraviglia, quindi, se l'Inghilterra esulta in modo straordinario, dal momento che essa ha un re come mai aveva avuto prima? E che dire di questa esultanza, che sembrava la pi grande possibile e che invece  stata accresciuta dal tuo matrimonio? Sono state le benigne potenze a consigliarlo e a prendersi cura con esso di te e dei tuoi. Il popolo  lieto di vedere che condivide con te lo scettro la tua consorte. I celesti numi l'hanno in cos grande considerazione da favorirla e onorarla del tuo talamo nuziale. Ella  cos eccelsa da superare in affetto le antiche sabine (36), in dignit le sacre semidee, uguagliare il puro amore di Alcesti, e superare l'energica saggezza di Tanaquilla (37). Nel suo modo di esprimersi, nel suo contegno, c' un'ammirevole grazia che solo a lei, cos insigne e cos grande, si addice. Nella parola  cos suadente da superare Cornelia (38), ed  come Penelope nella fedelt coniugale (39). Ella, principe, votata a te da molti anni, in lunga attesa rimase sola per amor tuo (40); n sua sorella, n la patria riuscirono a farla desistere, n la madre o il padre la dissuasero: te solo prefer alla madre, te alla sorella, te prefer alla patria e al caro padre (41). Questa fortunata sovrana per te ha unito in indissolubile alleanza due nazioni, ambedue potenti. Ella, discendente da grandi re, sar genitrice di re per niente inferiori ai suoi antenati. Finora una sola ncora, abbastanza salda in verit, ma soltanto una, ha protetto la nave del tuo regno; la tua regina invece, feconda di prole virile, la render stabile e durevole in ogni sua parte. Innumerevoli vantaggi provengono a lei da te, ed altrettanti ne derivano a te da parte sua. Certamente non ci fu altra donna degna d'aver te come marito, n altro uomo degno d'aver lei come moglie. O Inghilterra! porta incenso e, offerta pi valida di ogni incenso, cuori leali e mani innocenti, perch come gli dei superi hanno unito questo matrimonio, cos l'assecondino, e lo scettro che  stato affidato sia sostenuto dal favore celeste e queste corone, da essi portate a lungo, alla fine possa portarle anche il figlio del loro figlio, e poi il nipote.


NOTE.

Nota 1. Enrico Ottavo e sua moglie Caterina vennero incoronati nell'abbazia di Westminster domenica 24 giugno 1509. Tanto in questo carme quanto nella lettera dedicatoria More tace delle pretese avanzate da Enrico sul trono di Francia. L'omissione pu essere spiegata con i negoziati di pace tra Francia e Inghilterra che, avviati all'inizio del 1518, culminarono nel trattato di Londra del 2 ottobre dello stesso anno (Scarisbrick, pp. 70-72).
Per il posto occupato da More nella tradizione dei panegirici reali v. Garrison: un paragone col "Panegyricus de quarto consulatu Honorii Augusti" di Claudiano (pp. 72-75); l'equilibrio degli opposti intravisto da More in Enrico (pp. 78-79) e l'uso, da parte di More, del "topos" del corteo dell'incoronazione (pp. 85-86). Ammirazione per questa e per altre composizioni poetiche latine d More era stata espressa da Henry Peacham in "The Complete Gentleman" (1622), ed. Virgil B. Heltzel, Ithaca, N. Y., 1962, p. 104.
Nota 2. L'idea di associare pietruzze bianche e nere ai giorni fausti e infausti deriva dal costume tracio di indicare i giorni dell'anno inserendo sassi bianchi o neri in un'urna (Plinio, "Naturalis historia", 7, 40, 131). Cfr. Plinio il Giovane, "Epistolae", 6, 11, 3; Persio, 2, 1; Erasmo, "Adagia", 454, in "Opera omnia", 2, 202F-203C.
Nota 3. Il 24 giugno era gi una festa profana (solstizio d'estate) e religiosa (Nativit di Giovanni il Battista): l'incoronazione aggiunge un motivo in pi per celebrare questo giorno.
Nota 4. Enrico avrebbe compiuto diciott'anni il 28 giugno 1509.
Nota 5. Cfr. Ap 21, 4 e Is 25, 8.
Nota 6. Durante l'incoronazione venne chiesto al popolo se volesse accogliere, obbedire e accettare come re quel nobilissimo principe e con grande rispetto, amore e desiderio il popolo rispose e grid: s, s (Hall, p. 509).
Nota 7. Un sistema adottato da Enrico Settimo per intimidire la nobilt fu la confisca dei beni; un altro sistema di controllo e di disciplina, se cos lo si pu definire, consistette nella condanna al carcere e nel rilascio su cauzione, terribile forma di pena sospesa [...]. Delle 62 famiglie di pari esistenti tra il 1485 e il 1509, 46 o 47 furono, in qualche periodo del regno di Enrico, in sua bala. Sette subirono confische, trentasei vennero condannate al carcere e liberate su cauzione (e cinque di esse vennero pesantemente multate), una venne pure probabilmente multata e altre tre furono a volte oggetto di mandati di comparizione che comportarono sanzioni pecuniarie. [...] Il semplice numero delle famiglie, per quanto elevato, fornisce un'idea solo approssimativa delle difficolt e dei pericoli causati dall'intensificarsi di queste procedure. [...] Durante gli ultimi anni del regno di Enrico Settimo i rapporti umani si fecero estremamente complicati e confusi e la maggioranza dei pari era in bala del re legalmente e finanziariamente, era alla sua merc, cosicch una persona correva il rischio concreto di incorrere in pesanti sanzioni se non garantiva l'onest e la lealt dei suoi seguaci. Il sistema si era diffuso al punto da creare una permanente atmosfera di circospezione, di sospetto e di paura (Lander, pp. 335, 347). L'aristocrazia si trov assoggettata alle "vulgi faeces" perch queste esazioni venivano applicate da funzionari reali di bassa origine, come Dudley ed Empson.
Nota 8. Enrico Ottavo annull almeno 45 cauzioni nel corso del suo primo anno di regno e altre 130 nei cinque anni successivi. In 51 casi si stabil che le cauzioni erano state ingiustamente estorte (Lander, p. 352). L'antico protettore di Erasmo, William Blount, Lord Mourl che sotto Enrico Settimo era stato costretto a versare cauzioni (Lander, pp. 340-341), scrisse all'umanista in data 27 maggio 1509: Il cielo sorride, la terra si rallegra, tutto  latte e miele e nettare. Ogni forma di avidit  davvero felicemente bandita. La generosit sparge ricchezza con mano che non conosce remore (CWE 2, 147-148).
Nota 9. La corporazione dei Merchant Adventurers (dei mercanti speculatori, cio che rischiavano l'avventura della speculazione commerciale) visse certamente un momento assai critico tra l'estate del 1493 e il febbraio del 1496: Enrico Settimo, per ragioni politiche, aveva proibito ogni traffico con i Paesi Bassi. D'altronde non fu capace di penetrare nell'area di influenza commerciale dei potenti mercanti dell'Hansa (Chrimes, pp. 31-36). Sotto il regno di Enrico Ottavo il commercio con l'estero non segn alcun effettivo incremento: L'espansione marittima sarebbe stata ancora frenata dalle tasse imposte per finanziare le guerre di Enrico Settimo, dalla speculazione agraria durante la Riforma, che avrebbe attratto i capitali, e soprattutto dall'irresistibile concorrenza di Anversa, allora nel suo periodo aureo (R. B. Wernham, "Before the Armada: The Growth of English Foreign Policy 1485-1588", London, 1966, p. 76).
Nota 10. Gli "Statuta de praerogativa regis", una dichiarazione di diritto consuetudinario del Tredicesimo sec,, vennero utilizzati da Enrico Settimo per aumentare le sue rendite feudali. Nel Quindicesimo sec. erano divenuti obsoleti ed erano fraintesi, ma costituivano una solida normativa che poteva essere reinterpretata, annotata e dotata di possibilit che, nel diverso contesto economico e sociale del Tredicesimo sec., non erano certo previste. Nel 1495 gli "Statuta" divennero per la prima volta oggetto di studio al Lincoln Inn e all'Inner Temple (Chrimes, p. 210).
Nota 11. Brixio osserv, ma a torto, che "congaudere" non era termine confacente a una prosa o a una poesia di qualit, a meno che non si considerassero Lyra e Duns Scoto dei buoni scrittori (CW 3/II, Appendix B, 528/7-16). In realt il verbo  stato usato da Venanzio Fortunato (Sesto sec.) e compare frequentemente nelle opere dei Padri (ad es. Agostino, Ambrogio). Vedere T.L.I.- 4, 272; v. pure 1Cor 12,26 e 13,6. Brixio critic pure il suo uso al r. 9 dell'epigramma 57.
Nota 12. Furono senza dubbio molti coloro che cercarono di sottrarre i loro beni agli esattori di Enrico Settimo, ma con poco successo a causa del principio della forca attribuito al cardinale Morton, cancelliere del re, e applicato alla raccolta di benevoli prestiti: chi elargiva piccole somme era sospettato di averne da parte di grosse, chi invece elargiva somme rilevanti dimostrava di avere i mezzi per farlo. Cfr. Chrimes, p. 203.
Nota 13. Il termine "delator" ricorre con particolare frequenza negli scritti di Tacito e di Svetonio in rapporto al clima che regnava a corte sotto i primi imperatori di Roma, e che era ammorbato dagli intrighi. In confronto, le procedure adottate da Enrico Ottavo sembrano sufficientemente corrette. Statuti dei 1495 e del 1504 ricompensavano coloro che denunciavano diritti di ritenzione illegali, ma molte iniziative degli informatori prendevano di mira le violazioni del diritto consuetudinario e la maggior parte degli informatori erano funzionari della Corona. Vedere Chrimes, pp. 170, 190, 192.
Nota 14. L'espressione latina suggerisce che i versi seguenti si riferiscano non solo al corteo che, dopo l'incoronazione, prese il via da Westminster Abbey per giungere a Westminster Hall, sede del Parlamento, ma anche al tragitto da Richmond alla Torre compiuto da Enrico il 21 giugno e al corteo anche pi sontuoso che condusse Enrico e Caterina dalla Torre a Westminster Palace, residenza dei sovrani, il 23 giugno (Hall, pp. 507-509).
Nota 15. Quando Saul venne scelto come re, stette in medio populi, et altior fuit universo populo ab humero et sursum (in mezzo al popolo, pi alto di tutti dalle spalle in su, 1Sam 10,23). Cfr. "Eneide", 4, 141-142.
Nota 16. Era ben nota l'abilit di Enrico nel maneggiare spada ed arco, e soprattutto la sua passione per giostre e tornei: Nell'estate del 1508 il principe di Galles, allora appena diciassettenne, lanci il suo corpo nervoso e infaticabile nella mischia dei tornei, superando ogni rivale, e la sua ascesa al trono avrebbe inaugurato una serie chiaramente senza fine di giostre e di duelli dai quali il re in persona riport il trofeo (Scarisbrick, p. 14).
Nota 17. Non si tratta probabilmente di due rose rosse, una per guancia, ma di una rosa rossa e di una rosa bianca su ciascun lato, dove l'incarnato dei pomelli spicca sul pallore del volto. Cfr. l'epigramma n. 23. Nella copia presentata da More al re entrambe le miniature che decorano questa poesia e una terza al termine della composizione successiva mostrano delle rose geminate: i cinque petali della rosa rossa includono i cinque petali pi piccoli di una rosa bianca.
Nota 18. Un italiano che gli fece visita nel 1515 not che il bel viso ovale di Enrico era degno di una donna leggiadra (LP 2, 116-117, n. 395).
Nota 19. Secondo una leggenda postomerica, la madre di Achille, Teti, sapendo, grazie alla sua divina preveggenza, che il figlio sarebbe morto a Troia, lo abbigli come una fanciulla e lo nascose tra le figlie del re Licomede a Sciro (v., per es., Stazio, "Achilleide", 1, 335-337; Ovidio, "Metamorfosi", 13, 162-170). Il trattamento riservato da Achille al corpo di Ettore era ben noto dall'"Iliade", 22, 395-404.
Nota 20. Cfr. l'epigramma n. 11.
Nota 21. Una variazione del "topos" puer-senex (Ernst Curtius, European Literature and the Latin Middle Ages, New York, 1953, pp. 98-101).
Nota 22. More fa suoi, non fosse altro che per adeguarsi alle esigenze del panegirico, i correnti giudizi sul conto dei consiglieri di Enrico Settimo, Richard Empson ed Edmund Dudley, e dei loro funzionari: Empson e Dudley fecero ricorso e riesumarono leggi contro i trasgressori, vecchi pegni di pace e buon comportamento, [leggi contro] fughe e risse e innumerevoli disposizioni penali cosicch ogni uomo che possedesse terreni o sostanze, fosse egli ecclesiastico o secolare, venne coinvolto nella razzia. [...] Perch questi due avidi lupi esercitavano un tale controllo sulle persone false e spergiure che erano al loro servizio e imposti [come giudici] in ogni processo, che era certo che il re avrebbe guadagnato da chiunque avesse perduto. Gli uomini di legge pi colti, quando veniva chiesto il loro parere, erano soliti dire "accordarsi  il miglior consiglio che posso darvi". Con tali illeciti mezzi questi avidi individui riempirono i forzieri del re e si arricchirono. Di fronte a tale comportamento irragionevole e vessatorio, i nobili brontolavano, gli umili recalcitravano, i predicatori in San Paolo [lett.: alla croce di San Paolo, cio nel transetto dove era il pulpito] o in altri luoghi apertamente protestavano, rimproveravano e denunciavano... (Hall, pp. 502-503). Il 23 aprile 1509 Enrico Ottavo li fece imprigionare nella Torre, dove rimasero fino a quando, l'anno successivo, furono giustiziati (Scarisbrick, p. 12). Alcuni dei loro assistenti vennero arrestati e messi alla gogna (Hall, p. 506). Cfr. CW 3/II, Appendix C, pp. 638-642.
Nota 23. L'ed. del 1518 reca, in luogo di Ad mercaturas, Ad mercatores, che Brixio giustamente critic (cfr. CW 3/11, Appendix B, 526/3-8). Ma, anche se presente nell'esemplare donato ad Enrico Ottavo, questo errore pu essere certo imputato al copista.
Nota 24. Non mi risulta provato che Enrico Ottavo abbia aperto i mari alle navi commerciali; il fatto tuttavia che abbia confermato l'amnistia di suo padre il 25 aprile 1509 dimostra che egli era intenzionato a proteggere i mercanti, inglesi e stranieri, i commercianti di stoffe, i fabbricanti, le persone di ogni tipo di attivit e mestiere dalla paura di vedere i loro beni confiscati in base a denunce irrilevanti e prive di fondamento o a errate illazioni di clienti, controllori, doganieri o di sedicenti titolari di imprese commerciali, o in base a statuti e ordinanze promulgati in tempi lontani e recuperati, legittimati e resi operativi fin negli ultimi tempi. Il suo atto di clemenza provveder a far cessare il rigore eccessivo con cui i suoi sudditi erano stati in passato penosamente perseguitati e danneggiati, cosicch adesso essi potranno tornare ad occuparsi liberamente, con calma e sicurezza, senza timore di simili ingiustizie, dei loro traffici, della fabbricazione di tessuti e di ogni altra occupazione o mestiere (Hughes-Larkin, pp. 80-81).
Nota 25. Cfr. le note 7 e 8 di questa poesia. Enrico Ottavo cancell almeno 45 pegni [impegni di pagamento] durante il suo primo anno di regno e altri 130 nei cinque anni successivi. In 51 casi venne stabilito che i pegni erano stati estorti ingiustamente. [...] Enrico ridusse al minimo, anche se non abol completamente, il sistema "in terrorem" contro i pari. [...] Cancell debiti e pegni sottoscritti da altri dieci pari [...] durante il suo primo anno di regno. In due casi venne stabilito che i pegni erano stati pretesi ingiustamente. Perfino parte delle terre che Empson e Dudley avevano tolto ai pari senza colpa sufficientemente accertata e dato alla corona venne restituita (Lander, p. 352). La nobilt ricevette considerevoli benefici dall'amnistia concessa da Enrico Ottavo, in occasione dell'ascesa al trono, il 25 aprile 1509 (Hughes-Larkin, pp. 81-83).
Nota 26. Enrico Ottavo in effetti cancell alcune disposizioni paterne, ma Enrico Settimo stesso, nei suoi ultimi giorni, aveva concesso un'amnistia, e l'amnistia di Enrico Ottavo, come ogni provvedimento di questo genere, era intesa nella fattispecie ad annullare un certo numero di sentenze di condanna pronunziate sotto suo padre.
Nota 27. Cfr. Erasmo, "Panegyricus ad Philippum" (1504), dove si dice che Enrico aveva sopportato di essere separato dal padre affrettandosi a soddisfare le attese della patria, la quale, secondo il parere di quasi tutti gli autori, ha diritto subito dopo Dio al devoto rispetto di tutti (A.S.D. 4/1, 46, rr. 653-655).
Nota 28. Non disponiamo di molte informazioni sull'istruzione impartita a Enrico, ma essa probabilmente non differ molto da quella ricevuta da suo fratello maggiore, Arturo. Il precettore di questi, Bernard Andr, scrisse che l'allievo aveva padroneggiato in grammatica: Guarino, Perotti, Pomponio, Sulpizio, Aulo Gellio e Valla; in poesia: Omero, Virgilio, Lucano, Ovidio, Silio Italico, Plauto e Terenzio; in oratoria: il "De officiis", le "Lettere", i "Paradoxa" di Cicerone, e Quintiliano; in storia: Tucidide, Livio, i "Commentari "di Cesare, Svetonio, Cornelio Tacito, Plime, Valerio Massimo, Sallustio ed Eusebio (Nelson, "John Skelton", p. 15). John Skelton, precettore di Enrico - per il quale scrisse lo "Speculum principis" (1501) - dal 1495 circa al 1502, disse a sua volta (Nelson, "John Skelton", p. 48): gli ho insegnato a bere le acque cristalline / della dolce sorgente dell'Elicona, / l'ho reso familiare delle nove Muse. Nella "Prosopopoeia Britanniae", scritta nell'autunno del 1499 e dedicata al principe Enrico, Erasmo cos si espresse: Ormai ragazzo, Enrico, fiorente della gloria del padre, / con il vate Skelton come guida alle sacre sorgenti / si dedica sin dalla tenera et alle arti di Pallade. Vedere Reedijk, pp. 252-253. Nel 1504-1505 Enrico ebbe un nuovo precettore, William Noone (Nelson, "John Skelton", p. 75).
Nota 29. Enrico annull un buon numero di cauzioni corrisposte da aristocratici e no (Lander, pp. 351-352), ma dalla conferma che diede della sanatoria paterna escluse anche espressamente i conti debitori (Hughes-Larkin, p. 79).
Nota 30. Cfr. i nn. 114 e 120.
Nota 31. La Francia ricerc spesso l'alleanza della Scozia contro l'Inghilterra, per es. nel 1491 e nel 1496 (Chrimes, pp. 86-89). Fu in circostanze del genere che la Scozia sub una sconfitta di rilievo a Flodden Field nel 1513 (cfr. n. 183, nota 3).
Nota 32. Ci non risponde del tutto a verit: non si spiegherebbe altrimenti perch Enrico abbia fatto giustiziare nel 1513 Edmund de la Pole, figlio della sorella di Edoardo Quarto.
Nota 33. Enrico Ottavo univa in s la rosa rossa e quella bianca perch sua madre Elisabetta era York (figlia di Edoardo Quarto) e suo padre Enrico era Lancaster (nipote della vedova di Enrico Quinto). Vedere il n. 23.
Nota 34. Avvedutezza e senso politico non solo emergono come qualit di fondo di Enrico Settimo dalla biografia che di lui ha scritto Bacone, ma gli vengono anche attribuite da colti contemporanei come Polidoro Virgilio e John Fisher (Chrimes, pp. 298-300). Vedere CW 3/II, Appendix C, 642/1-2. La regina Elisabetta, a sua volta, venne descritta dai contemporanei come una donna molto bella e di grandi qualit, amata, provvista della pi viva carit e umanit (Chrimes, p. 302). Alla sua morte, nel 1503, More scrisse in versi un dolente epicedio (CW 2, 119-122).
Nota 35. Madre di Enrico Settimo fu Margaret Beaufort, contessa di Richmond e Derby, protettrice di John Fisher; fond la cattedra di teologia a Oxford e Cambridge c i "colleges" di Corpus Christi e di St. John a Oxford e Cambridge. Il nonno materno di Enrico Ottavo fu Edoardo Quarto; nella sua "Storia di Riccardo Terzo" More lo chiama due volte nobile (CW 2, 3/18 e 5/22). Dei nomi che non vengono ricordati, Edmund Tudor (padre di Enrico Settimo) mor intorno ai venticinque anni ed Elizabeth Woodville (moglie di Edoardo Quarto), bench altisonante eroina del "Riccardo Terzo" di More, venne privata delle sue terre nel 1487 e mor ritirata dal mondo.
Nota 36. L'intervento delle donne sabine pose termine alla guerra tra sabini e romani: non solo essi conclusero la pace, ma costituirono, di due, un solo popolo (Livio, 1, 13, 4). Cfr. pi oltre le rr. 180-181.
Nota 37. Alcesti, personaggio dell'omonima tragedia di Euripide, si offre volontaria alla morte in sostituzione del marito Admeto. Tanaquilla  la moglie del re di Roma Tarquinio Prisco (616-579 a. C.). Con scaltri consigli e forza di carattere ottiene il potere per il marito e pi tardi per il genero (Livio, 1, 57; cfr. pure 1, 34, 39 e 41).
Nota 38. La lezione foecunda presente nelle edizioni del 1518 e del 1520  probabilmente da imputare a un errore del copista o dello stampatore. Cornelia, madre dei due Gracchi, ebbe dodici figli, ma soltanto tre giunsero all'et adulta (oltre a Tiberio e Caio, Sempronia, che and sposa al cugino per adozione Scipione Emiliano, uno dei capi del partito conservatore). Scrisse delle lettere ammirate da Cicerone: i suoi figli ricevettero nutrimento dalla parola della loro madre non meno che dal suo petto (Brutus, 58, 211).
Nota 39. Cfr. Ovidio, "Tristia", 5, 14, 35-36.
Nota 40. Caterina rimase in Inghilterra dall'aprile del 1502, quando mor Arturo, suo primo marito e fratello maggiore di Enrico, fino al matrimonio con Enrico, l'11 giugno 1509, non per amore nei confronti di quest'ultimo, che probabilmente incontr di rado, ma per effetto delle mire politiche dei suoi genitori. Enrico Settimo la trascur alquanto e persino il principe Enrico, il 27 giugno 1505, respinse il contratto di matrimonio cui aveva acconsentito circa due anni prima (probabilmente per ordine del padre, che aveva dei motivi politici per legare a s la Spagna). Vedere Scarisbrick, pp. 8-9.
Nota 41. Eco dell'abbandono della casa paterna da parte di Ariadna, innamorata di Teseo, in Catullo, 64, 116-120. Cfr. pure Virgilio, "Georgiche", 2, 496; 3, 261 1 genitori di Caterina, Ferdinando e Isabella, non desideravano che la figlia tornasse in patria bens che, sposando Enrico, promuovesse un'alleanza tra Inghilterra e Spagna. L'allusione indiretta ad Ariadna, che venne crudelmente abbandonata da Teseo a Nasso, pu apparire poco appropriata, ma molte delle figure femminili evocate da More si stagliano, nella mente del lettore, su uno sfondo fosco: il ratto delle Sabine, il complotto e l'assassinio di Tarquinio Prisco, la rivoluzione dei figli di Cornelia, la strage dei pretendenti di Penelope.



20. Per un improvviso acquazzone che,
scoppiato durante il corteo regale,
non oscur il sole n dur
a lungo (1). Di T. More.

Mentre il re e la regina procedevano per l'incoronazione con uno splendido corteo, mai visto prima di allora, un sole dai raggi d'oro brillava tutt'intorno e il giorno era gaio come il cuore della gente. Ma appena il corteo arriv nel centro della citt fu subito tutto investito dalle acque del cielo. Nessuna nuvola, tuttavia, oscur la luce del sole e l'acquazzone dur (2) brevissimo tempo. Ci voleva proprio contro quel caldo e non poteva andar meglio sia che si consideri il fenomeno in s, sia il buon auspicio. Febo con i suoi raggi e la sposa di Giove con la pioggia promettono ai nostri sovrani tempi felicissimi.

21. Al re. Di T. More (3).

Platone vaticin che tutte le cose avveratesi in qualsiasi epoca, come gi furono pi volte in passato, cos pi volte si attueranno nel futuro. Come la primavera se ne fugge svelta e svelta ritorna col volgere dell'anno, come le nebbie perdurano per una stagione sempre eguale (4), cos, a suo dire, dopo un lungo ruotare dei rapidi cieli, tutte le cose sono destinate a ritornare secondo una vicenda senza fine (5). Prima si ebbe l'et dell'oro (6), poi quella argentea, poi quella del bronzo e poco fa quella del ferro. Principe, sotto il tuo regno l'et dell'oro  tornata. Voglia il cielo che qui si arresti la profezia di Platone!

22. Al re, in occasione di un torneo
da lui organizzato (7)
Epodo giambico di T. More.

Tutti i tornei che i re hanno organizzato finora sempre li ha resi famosi qualche luttuosa disgrazia o un qualche incidente - essendo Giove poco benigno - capitato fra i giochi, o l'arena bagnata del sangue rappreso di un cavaliere trafitto (8) o la plebe colpita dalle lance e calpestata dagli zoccoli di cavalli impazziti. Talvolta ancora un palco (9)  crollato, schiacciando al contempo gli sventurati spettatori. Ma questo tuo torneo, o re, il pi bello che mai abbiamo visto, si  distinto per la totale assenza di sventure e per una serenit congeniale al tuo carattere (10).

23. Di due rose che si fondono in una (11).
Di T. More.

Una rosa bianca cresceva accanto ad una rossa e, nella loro contesa per primeggiare, si soffocavano a vicenda. Ma ormai le due rose si sono congiunte a formare un unico fiore e la rivalit si  placata nel solo modo possibile. Adesso una sola  la rosa che si innalza e germoglia, ma ha tutte le qualit che gi furono di entrambe, perch quest'una ha la bellezza, la grazia, l'attrattiva, il colore e la virt dell'una e dell'altra. Perci, chiunque ha amato sia pure una sola delle due rose, ami ora in questa tutto ci che era oggetto del suo amore. Ma chi  tanto bestiale da non amarla, stia in guardia, perch a questo fiore non mancano le spine.

24. Contro un retore ignorante.
Dal greco (12).

Donai al retore Flacco cinque solecismi, egli prontamente me ne ricambi cinquanta. Ora, disse, accontentati di questi, numericamente pochi; ne riceverai a staia, quando ritorner da Cipro (13).

25. Per un sospetto.
Dal greco (14).

Nelle cose umane, l'opinione ha forza e peso enormi. Non hai intenzioni cattive, ma se credono che tu le abbia, sei spacciato. Cos a Crotone uccisero un tempo Filolao: credevano, e non era vero, che volesse diventare tiranno (15).

26. Per un retore incapace di parlare sapientemente dipinto.
Dal greco (16).

Sesto, lui proprio, tace:  il ritratto di Sesto che parla. In realt, il ritratto  il retore, il retore  il ritratto del ritratto.

27. Per due mendicanti, uno zoppo e l'altro cieco (17).

Un vicino cieco trasporta uno zoppo; bravo! prende a nolo gli occhi, e d in prestito i piedi.

28. Altra versione (18)

Un cieco porta uno zoppo; ambedue fanno un buon affare: il secondo presta gli occhi, il primo i piedi.

29. Altra versione.

Un cieco porta uno zoppo e con un'unica iniziativa il primo prende a nolo gli occhi, l'altro i piedi.

30. Altra versione.

Un cieco trasporta sulle spalle uno zoppo, pesante ma utile fardello: questi guarda avanti e con i suoi occhi guida i piedi dell'altro (19).

31. Stesso argomento pi esteso (20).

Una sorte assai triste colp due uomini infelici: all'uno tolse gli occhi, all'altro, crudele, i piedi. Una sorte simile li unisce, e il primo trasporta lo zoppo. Cos, collaborando, alleviano i propri guai: lo zoppo cammina ovunque con i piedi dell'altro, il cieco va dritto per la sua strada con la vista dell'amico (21).

32. Altra versione sullo stesso argomento (22)

Nulla  pi prezioso di un amico fidato, che con il suo soccorso sappia alleviare i tuoi guai. Tra un cieco e uno zoppo, che chiedevano l'elemosina, s'era stretta una salda amicizia. Dice il cieco allo zoppo: Io ti porter in ispalla, e l'altro gli risponde: lo ti guider coi miei occhi. L'amore che affratella sta lontano dai solenni palazzi dei monarchi superbi e regna invece nell'umile capanna (23).

33. Altra versione.

Un cieco fa un patto di reciproco aiuto con uno zoppo: egli lo porti sulle spalle, l'altro lo diriga con i suoi occhi (24).

34. Parla un pino abbattuto dal vento
e destinato alla navigazione.
Dal greco (25).

Io sono un pino, facile preda dei venti. O uomo stolto! perch mai mi usi come legno per battere i mari? Non temi i cattivi presagi? Se Brea mi d la caccia sulla terra, come potr sfuggirlo sul mare?

35. Altra versione sullo stesso argomento (26).

Perch io, un pino abbattuto a terra dai venti, sono destinato a navigare sul mare? Ho gi fatto naufragio prima di galleggiare.

36. Per una nave bruciata (27).

Una nave da carico era sfuggita alle onde del mare, ma and in rovina nel seno della madre terra: prese fuoco e, mentre bruciava, implorava aiuto proprio da quelle acque ostili del mare a cui era sfuggita.

37. Compianto di un coniglio
sfuggito ad una donnola
e caduto nelle reti tese dai cacciatori.

Sono sfuggito ad una donnola in un cunicolo laterale, ma, misero me! sono caduto nelle reti degli uomini. Ora io non imploro d salvare la mia rapida vita, n di ottenere la morte (28). Mi conservano, ohim!, solo per essere offerto ai famelici cani. Ora, mentre questi dilaniano le mie carni con i loro denti crudeli, un uomo fa da spettatore e ride dello scempio. O spietata razza umana, pi brutale di qualsiasi fiera, tu che sai trovare un cos crudele passatempo davanti ad una morte atroce (29).

38. L'innocenza  esposta al danno.
Dal greco (30)

Perfino un topo oser mordere un uomo cattivo, dice l'antico adagio, ma la realt  ben diversa. Sono le persone mansuete che perfino un topo osa mordere, mentre il serpente stesso ha paura e non osa toccare un malfattore (31).

39. L'aria della pancia.
Dal greco (32).

L'aria della pancia, se ti sforzi di trattenerla, ti pu condurre a morte; se ti affretti invece a cacciarla fuori, essa ti fa star bene. Ma se ha potere di vita o di morte, non sta dunque il peto alla pari dei tremendi monarchi?

40. Eguaglianza di fronte alla morte.
Dal greco (33).

Quand'anche ti spingessi da conquistatore fino alle colonne d'Ercole, alla fine ti spetterebbe un pezzo di terra eguale a quello di tutti gli altri; in punto di morte sarai alla pari di Iro, non pi ricco di lui neppure di un soldino (34), e quella tua terra (ormai non pi tua) ti dissolver.

41. Un avaro.
Dal greco (35).

Tutti ti dicono ricco, ma per me sei povero affatto, perch, come attesta Apollofane, le ricchezze sono tali solo per chi se ne giova (36). Se delle cose tue ti servi, esse ti appartengono; ma se le tieni in serbo per l'crede,  come se tu le avessi cedute sin d'ora ad altri.

42. La caccia di un ragno (37).

Un ragno, in agguato, cattur (38) una mosca errante e la irret tutta tremante nei collosi fili della ragnatela. Ecco, il ragno spalanca la bocca per il morso, ma spesso, come dice l'antico adagio, molte cose possono accadere dalla bocca al boccone (39). Il fato, per piet della mosca e contro il ragno, trasfer la fine violenta della vittima all'aggressore. All'improvviso tu, stornello, spinto dallo stimolo della fame, attacchi ambedue gli insetti: la ragnatela crolla, la mosca prende il volo, il ragno muore. E cos, spesso c' ancora speranza per l'infelice sotto il filo dell'ascia, mentre chi fa il male ha motivo di temere pur tra mille guardie armate.

43. Contro un cinico che praticava il digiuno in modo insensato.
Dal greco (40).

A pranzo abbiamo osservato la grande sapienza di un cinico (41), dalla barba incolta, che gironzolava con il suo bastone da pezzente. All'inizio rifiut lupini e ravanelli, perch la sua virt, diceva, non fosse schiava del ventre. Ma appena scorse una bella cipolla (42) bianca, si scroll di dosso l'inflessibilit e la filosofia; la chiese con insistenza ed inaspettatamente la ingoi tutta intera. Le cipolle, disse, non danneggiano la virt.

44. Epitaffio di un medico.
Dal greco (43).

In quest'urna giace Ippocrate tssalo, dell'isola di Coo, discendente dal seme di Febo immortale. Spesso debell le malattie in virt della sua arte medica. Grande gloria fu la sua, non dovuta al caso, ma alla perizia.

45. Su uno schiavo morto.
Dal greco (44).

Costui, da vivo, era uno schiavo. Adesso che  morto, non ha potere minore del tuo, o sommo Dario.

46. Per una schiava morta (45).

Prima Sosima era una schiava solo nel corpo. Ora anche questa parte di lei  stata liberata dalla morte.

47. Per un pescatore due volte amato.
Dal greco (46).

Mentre un pescatore gettava le reti, la figlia di un ricco signore lo vide e s'innamor perdutamente di lui. Ella quindi sposa quest'uomo, che cos, da un'umile condizione, diventa proprietario di immense ricchezze. Questa  opera mia!, disse Venere. Replic con le stesse parole la signora Fortuna: Questa  opera mia! (47).



48. Per un povero reso felice da improvvisa fortuna.
Dal greco (48).

Non perch ti favorisca, cos ti ha innalzato la Fortuna. Essa vuole che sia ben chiaro, perfino riguardo a te, che cosa le  permesso.

49. Evita gli estremi.
Dal greco (49.

La commiserazione  peggiore dell'invidia, dice Pindaro (50). La splendida vita di un uomo di successo desta invidia, ma noi siamo soliti commiserare i troppo sfortunati. Mi concedano gli di di essere n troppo ricco, n oggetto di piet. t comprovato che una via di mezzo sia di molto preferibile all'uno e all'altro estremo: chi si trova in basso  calpestato, chi sta in alto precipita inaspettatamente.

50. Non giova turbarsi per futuri guai.
Dal greco (51)

Insensati che siamo, perch permettere (ecco la nostra follia!) che il timore incontrollato tormenti i nostri cuori? Se i guai non verranno, ci tormenta un vano timore; se invece verranno, la paura stessa diventa un altro danno (52).

51. Un verso in lode del poema d'Omero.
Dal greco (53).

Fui io a cantare il poema, ma fu il divino Omero che lo scrisse.

52. Un buffo processo.
Dal greco (54).

E' in corso una causa: il colpevole  sordo, sordo anche il querelante; lo stesso giudice  pi sordo dell'uno e dell'altro. L'accusatore esige il compenso di cinque mesi per l'affitto di una casa. L'accusato risponde: Il mio mulino ha macinato tutta la notte. Il giudice li squadra e sentenzia: Perch litigate, non  forse la madre di entrambi? Allora dovete nutrirla tutti e due.

53. A una lucerna notturna (55).

Lampada, la mia amata ha giurato su di te per tre volte che sarebbe tornata, e non ritorna. Se sei un dio, fa' che te la paghi! Quando di te si compiace nei suoi giochi notturni, spegniti e priva i suoi maledetti occhi della tua luce benedetta (56).

54. La vecchia Laide allo specchio.
Dal greco (56).

Laide, or non  molto, si fece indegne beffe di te, o Grecia, quando le sue anticamere erano affollate di giovani spasimanti. Dedico questo specchio a Venere, perch non voglio vedermi come sono, e com'ero, non posso.

55. Il giorno della morte  incerto per tutti (57).

Non compiango coloro che la morte ha rapito. Compiango i vivi, assillati dalla paura continua della morte che li aspetta (58).

56. Altra versione.

Piangeresti, se sapessi che ti resta un solo mese di vita; ridi, eppure forse ti resta un giorno soltanto.

57. Operosit delle api.
Dal greco (59).

Le api tracciano per s nell'aria dei corsi di miele, si costruiscono le celle dove alloggiano. L'ape  gradita e il suo frutto (60)  molto accessibile per la vita umana. Non ci sar bisogno dell'aiuto di un bue o di una falce ricurva. C' bisogno soltanto di un vaso ove versare copiosamente i dolci calici di miele dal piccolo catino (61). Rallegratevi, o creature divine, nutritevi dei fiori variopinti, alate artefici del nettare celestiale.

58. Su una vecchia, che si imbelletta invano (62).

Ti tingi spesso i capelli, ma non potrai tingere anche la vecchiaia o spianare (63) le rughe che ti segnano le guance. Smetti ormai di spalmarti tutta la faccia di cosmetici se non vuoi che il tuo viso diventi un mascherone. Matta, che cosa vai cercando, visto che con belletti e ciprie non ottieni un bel niente? Mai riusciranno queste cose a trasformare un'Ecuba in un'Elena (64).

59. Per la nascita dei mortali.
Dal greco (65).

Ascolta, o mortale: se tu potessi ricordare ci che tuo padre fece quando ti gener, allora l'orgoglio svanirebbe dal tuo animo. Platone, invece, nella sua visione onirica, ti gonfia di vanagloria quando afferma che il tuo seme  eterno e celestiale (66). Guarda, sei stato tratto dal fango, per qual motivo pretendi di aspirare a cose eccelse? E certamente a ci vorrebbe condurti chi ti considera dotato di pi nobile natura. Ma se tu vuoi sapere la verit, sei nato da un coito frutto d amore lascivo e da una goccia meschina (67).

60. Su un astrologo ridicolo (68).

La Sibilla Cumana, quando  in preda al suo sacro delirio, non scruta il futuro con mente ispirata meglio di quanto il mio astrologo, famoso nell'arte divinatoria, rimirando le stelle, non preveda... il passato (69).

61. Un altro, su un astrologo sposato con una donnaccia (70).

Per te, indovino celeste, tutte le stelle son come un libro aperto e ti annunciano il destino che toccher a ciascuno. S, ma del fatto che tua moglie  di facili costumi, le stelle, che pur vedono tutto, non te ne parlano (71).

62. Sul medesimo, in versi giambici (72).

O caro a noi che siamo stelle, indagatore degli astri del cielo, sono io, Febo in persona, che adesso vorrei rivelarti un piccolo segreto, che ti riguarda molto da vicino: l'ho appreso nel corso del mio giro intorno al mondo, il giorno prima (73) che tu rientrassi a casa dalla corte (74). Ma Venere mi spaventa con la minaccia di un secondo amore destinato a non avere per me esito migliore di quello che ebbe il mio primo per Dafne, se da linguacciuto dovessi mai riferire, non importa a chi, le informazioni che un tempo rivelai sul suo conto al marito (76). Ti sveler dunque le vicende di tutte le cose, ma questa dovrai rinunciare a saperla. Per quanto riguarda tua moglie, se qualcosa non andr come vorresti, chiunque lo verr a sapere prima di te.

63. Altra versione, sullo stesso (77).

Perch, sciocco (78) vai cercando di scoprire fra le stelle eccelse come si comporta tua moglie, che vive terra terra? Perch scruti in alto, se  in basso quello che ti preoccupa? Mentre tu indaghi in cielo il suo contegno, lei quaggi nel frattempo se la passa a suo piacere (79).

64. Altra versione, sul medesimo astrologo (80).

O matto, perch domandi alle stelle del cielo, sempre pieno di sospetti, di rivelarti quello che tua moglie combina? Se non sai come si comporta nei tuoi riguardi, devi credere che ti sia fedele: se quello di cui ti convinci  bene, tu vivi sereno. Perch mai vuoi conoscere cose che solo se si conoscono fanno soffrire? Perch ce la metti tutta per diventare infelice? Questa, senza dubbio,  pazzia: libero, come sei, di smettere, cercare con tanto impegno quello che hai paura di trovare. 

65. Altra versione, su un astrologo (81).

Saturno  lontano e, stando alla leggenda, cieco (82) da gran tempo: neppure da vicino  in grado di distinguere una pietra da un neonato. La graziosa Luna procede ad occhi bassi, e poi una vergine pu guardare soltanto cose vereconde. Giove se la fa con Europa, Venere con Marte, Marte con Venere, il Sole con Dafne e Mercurio con Irce (83). Da questo dipende, astrologo, il fatto che, quando tua moglie si prende qualche amante, a te le stelle non ne diano la minima informazione.

66. Dilemma sulla bellezza.
in trimetri giambici scazonti (84).

Non riesco a vedere, vivaddio (85), che cosa aggiunga la bellezza. Se sei in calore, ecco che la brutta diventa bella; se sei frigido, ecco che la bella diventa brutta. Non riesco a vedere, vivaddio, che cosa aggiunga la bellezza.

67. Sull'astrologo di cui sopra (86).

Quel grande astrologo indovino di Candido (87), dopo avere a lungo investigato le stelle, proclama a tutti che sua moglie  onesta. Ma avendole scrutate di bel nuovo a lungo dopo che la moglie  scappata, l'indovino predice a tutti che si tratta di una donnaccia.

68. Esortazione (88) alla vera virt.

Ohim! se c' qualcosa che, in questo misero mondo, conforta l'uomo infelice, svanisce in breve tempo e sfiorisce come la rosa di primavera (89). La Fortuna finora non ha stretto nessuno nelle sue confortevoli braccia (90) senza avergli procurato delle punture moleste in qualche parte. Sii virtuoso, astieniti dai vani piaceri: al nobile animo si accompagnano gioie autentiche.

69. Disprezzo per la presente vita (91).

Come ogni vento scompiglia le tremule spighe, cos siamo sospinti qua e l dalla speranza, dal dolore, dalla collera, dalla paura (92). Tra le cose mortali non ve n' una che abbia il minimo peso. C' da vergognarsi a farsi cos trasportare da un nonnulla.

70. Non si deve aver paura della morte,
che pone termine alle sofferenze
Dal greco (93).

Non  forse da sciocco temere la morte, madre della pace, immune dalle malattie e dalla squallida povert? Essa si presenta una sola volta ai miseri mortali e non c' persona cui ritorni di nuovo, mentre gli altri svariati malanni si avvicendano in gran numero ad affliggere pi e pi volte questo e quello.

71. Contro un vescovo avaro e taccagno (94).

Anche se dovessi raggiungere l'et della Sibilla (95), non dimenticher mai la cortesia di questo prelato. Bench egli sia padrone di molte giornate di terreno dato in affitto, e signoreggi popolose citt, e viaggi accompagnato da un centinaio di servi, pure poco fa, quando andai a trovarlo, sebbene io sia uomo di modeste risorse (96) mi ricevette e mi parl affabilmente. E quando stavo per andarmene, volendo offrirmi un bicchiere di vino rosso, tir fuori dal borsellino la chiave della dispensa (97).

72. Capricci della Fortuna.
Dal greco (98).

L'instabile Fortuna non segue criteri precisi e, cieca com', fa girare senza sosta la sua inarrestabile ruota. Le piace abbattere le cose pi alte, sollevar le pi basse e avvicendare le sorti senza regola alcuna. Quando si  al colmo della prosperit, gi le sventure si approssimano, e daccapo, quando si  al colmo della sventura, gi la prosperit  vicina. Sopporta dunque i mali con animo forte, perch il cruccio non raddoppi le tue sofferenze e perch non ti accada di morire prima di aver assaporato i beni che stanno per sopraggiungerti (99).

73. La vita  breve (101).

Non  pazzia la tua, di aspettarti un'arzilla vecchiaia, quando non ti  assicurata nemmeno un'ora di vita? Ma immginati pure di raggiungere l'et di Nestore (102): una lunga esistenza  gremita di cento malanni. Anche se scampi a tutte le insidie che affliggono la verde et, lunghi affanni ti recher la ricurva vecchiezza (103). Ma ammettiamo pure che tu arrivi alla pi tarda senilit senza aver patito sofferenza di sorta (il che non cpita a nessuno): anche questo  cosa da nulla. Dove sono finiti ora tutti gli anni di Nestore? D'una cos lunga esistenza non sopravvive neppure un giorno.

74. Sopportazione (104).

Sopporta i malanni che ti toccano: la sorte li far cessare. E se non sar la sorte, lo far per te la morte.


75. La vita non  che un viaggio verso la morte (105).

Si scherza, e intanto uno pensa che la morte sia molto ma molto lontana; invece essa si annida nascosta nelle nostre viscere. Infatti, sin dal momento della nascita, vita e morte avanzano col medesimo passo. Ogni ora che trascorre, mentre misura la tua vita, le sottrae di nascosto una sua parte. Moriamo a poco a poco per poi spirare in un istante, come una lampada che si spegne quando tutto l'olio  consumato (106). Pur se non uccide, la morte  continuamente presente, sicch anche adesso, mentre si parla, stiamo morendo (107).

76. Un ricco avaro per s  povero.
Dal greco (108).

Considero ricchezze autentiche solo quelle di un animo che abbia maggior stima di s che dei poveri averi. A buon diritto chiamiamo ricco e dovizioso colui che sa come vanno impiegate le grandi ricchezze. Ma se uno non fa che accumulare grettamente sostanze, arso dalla passione meschina di contare e ricontare, si riduce come l'ape, che fatica nell'alveare traforato da innumerevoli cellette, mentre altri si mangiano il miele.

77. Il dilemma di Epicuro (109).

Nessun male abbatta il tuo cuore fino all'infelicit: se  lungo  lieve, se greve, breve.

78. Il contrario (110).

Ohim!, l'uno e l'altro male abbattono e atterrano il cuore fino all'infelicit; se lungo, nessun male  lieve, se greve, nessuno  breve.

79. La morte (111).

Sogna, chi qui si crede ricco: non appena la morte lo avr destato, si accorger quanto  povero.

80. Per il parricidio basta la morte (112).

Chiunque tu sia, che soffri il duro giogo degli uomini ingiusti, apriti alla speranza: la dolce speranza allevii le tue pene. O la capricciosa fortuna tramuter in meglio la tua condizione, come suol risplendere il sole quando vengono spazzate via le nubi, o la morte pietosa stender su di te la sua mano, ridandoti la libert, anche se il tiranno digrigna i denti. Ma per farti cosa pi gradita, ghermir anche lui e lo trasciner senza indugio ai tuoi piedi. Allora colui che prima era superbo delle sue tante ricchezze e delle vacue pompe, che era arrogante per il suo codazzo di armigeri, non avr pi l'espressione bieca e altezzosa, come dianzi, ma sar meschino, umiliato, solo, inerme ed in miseria (113). Ti ha mai dato la vita una soddisfazione del genere? Mutate le sorti, quegli che ispirava timore sar motivo di scherno.

81. Poesia tradotta da una canzone inglese (114).

Spzzati, cuore triste e penosamente sommerso da un profondo patire: sia questa la fine della tua sofferenza. Mostra a colei che ti signoreggia le tue sanguinanti ferite. Lei sola  quella che fra poco ci divider. Ahi, per quanto tempo ancora, me infelice, dovr spargere lacrime e lamenti? Vieni, squallida morte, e liberami da tanto dolore!

82. A un'amica infedele,
poesia scherzosa, tratta da una canzone inglese.

Il Cielo ne scampi! Che sogno ho fatto stanotte! L'intera macchina del mondo crollava sottosopra (115); la luce del sole era sparita, e cos quella della luna; il mare in tempesta era dilagato a sommergere tutta la terra. Ma, cosa ancor pi sconvolgente, ecco che mi sembra di udire una voce che mi dice: Ahi, la tua amata ha infranto la fedelt che ti aveva giurata!.

83. Un coniglio preso due volte (116).

Mi stanno prelevando dalla rete, quand'ecco che, sfuggendo dalle loro mani, ricado in essa. Ohim misero! una sola volta ho tentato di fuggire, per essere catturato due volte.

84. Su una vergine di non verginali costumi (117).

Se  vergine questa ragazza civetta, sboccata, petulante, sfacciata, sempre a spasso e linguacciuta, allora vuol dire che  vergine anche una che abbia partorito un paio di volte.

85. Sulle mogli (118).

Non c' uomo che non dica: Fra tutte le cose mortali che genera la natura, la pi penosa, la pi fastidiosa per i mariti, sono le mogli. Non c' uomo che non lo dica: ma lo dice e si sposa. Anche se ne ha gi sotterrate sei, sposa la settima.

86. Sulle stesse (119).

Una moglie  pesante da sopportare, ma pu esserti utile: se, morendo alla svelta, ti lascia erede di tutto.

87. Per un ritratto mal riuscito.
Dal greco (120).

Questo ritratto tuo, or ora uscito dal pennello di Diodoro,  di chiunque pi che il tuo, o Menodote.

88. Per lo stesso.

In questo tuo ritratto, il pittore si  cos espresso che ne  venuta fuori una dissomiglianza perfetta.

89. La dolce vita. In coriambi.
Dal greco (121).

Non m'importa di Gige,
re che signoreggia in Sardi.
Non vado alla ricerca dell'oro,
n competo con i re, rendendomi infelice.
Curo che sulla mia barba
fluiscano profumi soavi,
che la mia fronte sia cinta
di ghirlande odorose.
Colgo le gioie dell'oggi,
chi pu conoscere il domani?
Suvvia, Vulcano, una coppa d'argento (122),
ben tornita, profonda e quanto puoi inesauribile (123),
forgia per me!
Incidi tutt'intorno non cocchi,
n costellazioni, n l'infelice Orione;
cesella verdeggianti vigneti,
e grappoli che rallegrino il mio cuore,
e un grazioso Bacco (124).

90. Su un medico disonesto
che vendette a caro prezzo
una goccia di falso unguento.

Un medico disse ad un paziente in preda ad un febbrone: Se nulla ti d sollievo, certamente questo balsamo (125) ti giover. Ma nessuno lo possiede tranne me, ed anch'io ne ho veramente poco. Una sola goccia costa non meno di dieci libbre. Tu dammene cinque ora e le altre cinque quando sarai guarito, con il patto che non le richieder in caso di tuo decesso. Non trarresti alcun vantaggio, in una situazione pericolosa come questa, se tu volessi far uso soltanto di met della mia costosissima goccia. L'accordo fu fatto. Una goccia, prelevata da una fialetta avvolta in un panno, venne stillata nel vino, con la punta di uno stiletto. Il paziente chiese al medico di sciacquare la punta dello stiletto nel vino, ma questi disse: Per nulla al mondo! La punta contiene ancora del balsamo pari al doppio del valore delle tue dieci libbre. Una goccia  sufficiente. E ne bast una, una sola serv allo scopo: appena il paziente la bevve, spir. O accordo pattuito davvero sotto cattiva stella! Un contraente perde mezza goccia d'unguento, l'altro met della sua vita.

91. Su una donna ritinta.
Dal greco (126).

Donna, tu ti tingi i capelli. Come lo sai?, mi domandi. Beh, erano neri quando li portasti a casa dal negozio (127).

92. Un falso ritratto (128).

In questo tuo ritratto, l'artista ha cercato di mostrare quanto grande sia stata la sua abilit nel farlo diverso da quello che sei.

93. Un ritratto perfetto.

La tua immagine  cos ben dipinta da sembrare non un tuo ritratto, ma lo specchio di te stesso.

94. Sullo stesso ritratto (129).

Sono stupefatto per la grande abilit che il pittore ha dimostrato (130) nel dipingere il tuo ritratto, che mi hai mostrato, o Postumo. Chiunque lo guardi attentamente, se qualche volta ti ha visto, a meno che non abbia pregiudizi contro l'artista dovr ammettere che la somiglianza tra due uova (131) non  cos rilevante quanto la discordanza tra te e il tuo ritratto.

95. Contro un inglese che ostentava di parlare francese (132).

Il mio amico e compagno (133) Lalo (134)  nato in Inghilterra ed  cresciuto nella nostra isola. Tuttavia, bench il vasto oceano, la lingua, i costumi, separino gli inglesi dagli abitanti della Francia, Lalo disprezza ogni cosa che sia inglese: ammira e desidera ci che  francese. Si pavoneggia, vestendo alla francese, adora le mantelline francesi. E' felice della cintura, del borsello, della spada alla francese, ed ancora del cappello di feltro, del basco, del berretto alla francese (135). Va matto per le scarpe e il vestiario intimo francesi; in una parola, dell'intera moda francese; ma la stessa Francia, penso, non saprebbe, pur volendo, trattarlo in maniera pi francese: non gli paga lo stipendio, alla francese, lo veste di abiti sdruciti e pure questo  francese, gli somministra poco cibo e per giunta cattivo, alla francese. Lo sfrutta duramente, alla francese, spesso lo prende a pugni, alla francese. Nei raduni, per la strada, al mercato ed in pubblico s'azzuffa con lui e lo insulta alla francese. Che cosa? Ho detto alla francese? Direi piuttosto alla semifrancese, perch, se non mi inganno, egli  cos versato nell'idioma francese, come potrebbe esserlo un pappagallo nella lingua latina (136). Ma si vanta ed  pienamente soddisfatto, se riesce a spiccicare tre parole in francese (137). Se non sa dire qualcosa in francese, allora prova a dirlo, anche se le parole non sono francesi, almeno con un accento francese, emettendo uno stridulo suono con il palato aperto, al pari di una donna che blatera affettatamente, ma incespicando sulle parole leziosamente, puoi star certo, come se la sua bocca fosse piena di fave, e marcando le sillabe con enfasi, cosa che perfino i francesi pi sciocchi cercano di evitare, come il gallo evita la volpe e il navigante gli scogli del mare (138). Ne consegue che egli parla con accento francese il latino, con accento francese l'inglese, con accento francese l'italiano (139), con accento francese lo spagnolo, con accento francese il tedesco e con accento francese ogni altra lingua, eccetto il francese, perch parla il francese con accento inglese. Ma se un nativo dell'Inghilterra disprezza la sua patria in modo cos sfacciato, da somigliare ad una scimmia (140) nell'imitare le scemenze dei galli, ritengo che un simIle uomo si sia rammollito bevendo al fiume Gallo. Perci, dal momento che si arrabatta per essere gallo da inglese qual , vi prego, o dei: tramutatelo da gallo in cappone (141)!

96. Contro Nicola, cattivo medico.

Ora mi rendo conto che non solo i nomi delle cose, ma anche delle persone, non sono assegnati a caso, ma con qualche fondamento (142). Nicola  il nome di un medico. Mi chiedi: Perch gli  appropriato? Questo nome andrebbe meglio ad un generale (143). Un generale conquista le nazioni con le armi, ma anche costui, con le sue pozioni velenose (144), abbatte ovunque non solo la gente comune, ma anche i valorosi generali. Spesso i nemici assalgono per la seconda volta un generale, ma nessuno rinnova la guerra contro questo medico:  un Nicola di nome e di fatto.

97. Un bel ritratto di un uomo bruttissimo.

Secondo me, quel tuo ritratto che ho visto d recente, superava la stessa Venere di Apelle (145). Il pittore aveva dato fondo a tutte le sue doti in quest'unica opera; volle dimostrare in questo ritratto tutto il suo valore: che viso splendido! che naso! che labbra! che occhi! che colori smaglianti ovunque diffusi (146)! Tanto il ritratto era di gran lunga il pi bello in ogni sua parte, quanto in nessuna parte ti somigliava (147).

98. Per un ritratto mal riuscito.

Entro per caso, or non  molto, nello studio di un pittore: mi si presenta agli occhi il tuo ritratto. Credo che tu, mentre il pittore cercava di riprodurti compiutamente, abbia tenuto a lungo immobile il volto. Cos il ritratto ti rende al completo: capisco di chi  subito, appena il pittore mi dice che  il tuo.

99. Avaro in punto di morte (148).

Il ricco Crisalo (149) - ahim! - sta morendo, e si lamenta, e geme: nessuno mai affront quel passo con animo tanto esulcerato; ma non perch  lui che se ne va (di nulla tanto poco gli importa quanto di se stesso), ma perch se ne vanno i quattro scudi della tomba.

100. Contro un grammatico marcio (150).

Quando mi viene in mente il grammatico Eliodoro, subito la mia lingua incomincia a tremare al pensiero dei solecismi (151).

101. Per un astrologo ridicolo.

Un famoso astrologo fece un pronostico: Quel nobile regnante, il re di Francia (152), quest'anno sar in pace nel suo regno. L'anno era appena cominciato, quando il re mor. Il veggente perde ora la sua credibilit. Qualcuno incominci scherzosamente a spiegare l'accaduto, dicendo: La profezia si  avverata, non  il re in pace?. La storiella pass di bocca in bocca ed in ogni parte la gente divertita ripeteva: Non  il re in pace?. Quando (153) l'astrologo venne a sapere i commenti della gente, disse allora seriamente: Il pronostico si  avverato, non  il re in pace?.

102. Ad un uomo dal naso sproporzionato.
Dal greco (154).

Tu non potrai mai, Proclo, soffiarti il naso con la mano, perch essa, per quanto grande,  pi piccola del tuo naso. Come puoi esclamare Giove!, mentre starnuti? Infatti non puoi udire niente, dato che il tuo naso si protende cos lontano dalle tue orecchie.

103. Per un poeta pazzo.
Dal greco (155).

Anche tra le Muse ci sono le Furie e sono queste che ti hanno fatto poeta, ispirandoti a scrivere poesie senza senso, in grande quantit. Suvvia, quindi, ti prego di scrivere versi a iosa: non conosco infatti un invasamento maggiore che io possa invocare per te.

104. Su un nano.
Dal greco (156).

Se sei saggio, rimani al sicuro dentro le mura della citt, perch la gru, avida del sangue dei pigmei, non ti rapisca.

105. Ignora i pettegolezzi del volgo.
Dal greco (157).

Sta' allegro per conto tuo ed ignora le dicerie del volgo, dalla parola facile: uno ti loder, l'altro ti diffamer.

106. Uno sciocco.
Dal greco (158).

Quando  morso dalle pulci, Morio (159) spegne la luce e dice: Ora queste pulci non mi vedranno pi.

107. Il sonno.
Dal greco.
Un detto di Aristotele (160).

Per una buona met della vita si dorme: durante quel periodo se ne giacciono eguali il ricco e il povero. Dunque, o Creso, ricchissimo fra tutti i monarchi, per una buona met della vita Iro (161) il pitocco fu un tuo pari.

108. Altra versione (162).

Mentre dormi e non ti accorgi di esser vivo, non sei felice; ma se il sonno non viene, sei infelice. Cos ogni fortunato che insuperbisce dei doni della sorte e tutto si gonfia del vento della prosperit, tutte le volte che scende la notte, o cessa d essere felice, o comincia ad essere infelice.

109. Differenza fra tiranno e sovrano (163)
Fra un re legittimo e i pi feroci tiranni c' questa differenza: che il tiranno considera i sudditi schiavi, il re figli (164).

110. La vita del tiranno  piena di crucci (165).

Gravi affanni consumano i giorni dei potenti tiranni e solo di notte trovano, se pur la trovano, requie. Pure essi non riposano in qualsiasi letto di piume pi comodamente del povero che dorme sulla nuda terra. Dunque, tiranno, la parte pi felice della tua vita  quella in cui ti  caro metterti alla pari con un pezzente (166).

111. Il buon principe  un padre non un padrone.
Versi giambici (167).

Ad un principe retto non mancheranno mai i figliuoli, perch egli  il padre dell'intero regno. Cos quel fortunatissimo fra i sovrani avr figli in gran numero, tanti quanti sono i cittadini.

112. Il buon re e il popolo (168)

Tutto l'insieme del regno  come un solo uomo, ed  l'amore che ne assicura l'unit. Il re ne  la testa, il popolo compone le altre membra (169). Il re considera ognuno dei suoi sudditi quale parte del proprio corpo e gli duole perci perderne uno purchessia; il popolo non si risparmia nel servizio del re (170) e ciascuno lo considera la testa del proprio corpo.

113. 1 beni non si conoscono, se non quando si perdono (171).

Quasi tutti noi ci rendiamo conto dei nostri beni quando li perdiamo; finch li possediamo vi facciamo poco caso. Cos non di rado un erede cattivo fa capire al popolo, sia pure troppo tardi, quanto era buono il suo predecessore (172).

114. Un tiranno che dorme
Non differisce in nulla da un plebeo (173).

La superbia, pazzo che sei, ti fa rizzare la cresta, perch la folla si inchina al tuo cospetto piegando il ginocchio, e la gente si alza in piedi a capo scoperto, e la vita e la morte di molti  posta nelle tue mani. Ma tutte le volte che il sonno ti blocca le membra abbandonate, dimmi, dove va a finire questa tua boria? Allora tu, buono a nulla, giaci come un tronco abbattuto (174), o come un cadavere appena stirato, sicch, se non ti nascondessi pavidamente serrato nel tuo palazzo, la tua vita sarebbe nelle mani del primo venuto.

115. Il principe buono e quello cattivo (175).

Qual  il buon sovrano? E' il cane che veglia sul gregge, allontanandone col suo latrato i lupi. E qual  quello cattivo? Appunto il lupo (176).

116. Lo stupratore e il suo avvocato (177).

Una ragazza denuncia di essere stata violentata, e non ci fu modo di respingere l'accusa. Lo stupratore era ormai spacciato. Ma d'un tratto il suo furbo difensore gli slaccia i pantaloni, gli tira fuori il membro virile e domanda: E' questo, ragazza, il membro che ti  entrato nella pancia?. Quella, tutta vergognosa e pudica, dice di no. La causa  vinta, giudice, esclama l'avvocato: Lei stessa ci d la prova, perch nega, lo vedete, il mezzo senza il quale non pu essere stata violentata.

117. Un ladro e il suo avvocato.

Cleptico (178), mentre viveva nel timore di essere condannato per furto, volle consultare un avvocato, pagando un onorario salato. L'avvocato scartabell, a pi riprese e a lungo, i suoi voluminosi tomi, alfine disse: Credo proprio, o Cleptico, che riuscirai a scamparla se te la darai a gambe! (179)




118. Su un astrologo, che predisse una cosa gi accaduta.
Dal greco (180).

Tutti gli astrologi unanimi avevano pi volte predetto al padre, che suo fratello gli sarebbe sopravvissuto. Il solo Ermoclide disse che sarebbe spirato prima (181), per lo disse dopo che lo vide morto.

119. Futilit della nostra vita (182).

Siamo tutti rinchiusi nel carcere della terra, condannati a morte. In questa prigione nessuno scampa al patibolo. Tutta l'area del carcere  suddivisa in diverse zone e la gente vi si installa, chi nell'una, chi nell'altra; a forza se le contendono, quasi si trattasse di un regno. L'avaro nasconde le sue ricchezze in una buia cella, un altro passeggia libero per tutta la prigione, un altro sta incatenato in una segreta: questi serve, quegli governa, uno canta, un altro si lamenta. E da questo carcere, che amiamo come se tale non fosse, veniamo tratti fuori, chi in un modo, chi in un altro, soltanto dalla morte (183).

120. Non sono le guardie del corpo che danno sicurezza al re, ma le sue qualit (184).

Non l'odioso timore, non i palazzi torreggianti, non le ricchezze ammassate spogliando il popolo mettono il re al sicuro, e neppure il duro sgherro, che si vende per vile danaro e che, cos come oggi si d a questo, domani s dar a un altro. Sar al sicuro quel re, che governa in maniera tale da far pensare al popolo che nessun altro sovrano possa recargli maggiore prosperit.

121. E' il consenso del popolo che affida e ritoglie il potere (185).
Chiunque da solo governa su molti ha quest'obbligo verso i suoi sudditi: di non conservare il potere un minuto di pi, non appena i governati non sono pi d'accordo. Di che dunque si gloriano i sovrani prepotenti? forse del loro dominio provvisorio (186).

122. Un nano minuscolo.
Dal greco (187).

Epicuro fa derivare il mondo intero dagli atomi, o Alchimo, dal momento che non credeva nulla pi piccolo di essi. Se tu fossi esistito a quel tempo, avrebbe tratto il mondo da te, o Diofante, perch di certo sei molto pi piccolo di un atomo; o forse, in quel caso, avrebbe insegnato che tutte le cose sono fatte di atomi, ma che gli atomi sono fatti di te.

123. Su un amore incestuoso e casto.
Dal greco (188)

Questi due furono annientati dal cozzare di un amore incestuoso e di una generosa castit: Fedra fu distrutta dall'amore bruciante per Ippolito, questi venne ucciso dal suo sacro ritegno (189).


124. La citt di Roma.
Dal greco (190)

Salve, Ettore, discendente di Marte; se in qualche modo puoi udire sotterra, respira e sii orgoglioso al nome della tua patria. La citt di Ilio vive, ora abitata da un'invitta stirpe, una stirpe meno gloriosa di te in guerra, ma ancora amica del dio della guerra (191). I Mirmidoni sono periti. Dstati, Ettore, e d ad Achille che l'intera Tessaglia  soggetta ai discendenti di Enea.

125. Moderazione.
Dal greco (192).

Qualunque cosa in eccesso  sgradita (193): cos, anche il miele, come dice il vecchio adagio,  sempre amaro, se ce n' di troppo (194).

126. Per un uomo molto infelice.
Dal greco (195).

Tu non sei mai vissuto, pover'uomo, e mai morirai, perch anche se sembri vivo, in realt, nella tua povert, sei morto. Ma a coloro che hanno un estremo successo e grandi ricchezze la morte porr una buona volta un termine.

127. Il silenzio di Pitagora.
Dal greco (196).

Nelle relazioni umane grande sapienza  il tacere. Su questo punto il saggio Pitagora mi sia testimone. Egli stesso, esperto oratore, insegn agli altri l'arte del tacere, trovando in ci un'efficace medicina alla tranquillit interiore.

128. Scherzo su Gellia (197).

Perch stupirci soltanto per gli eventi miracolosi del passato, per un toro che parla (198) o per una pioggia di sassi (199)? Ecco un nuovo prodigio che supera quelli antichi: ieri Gellia s' alzata dal letto prima dell'imbrunire (200). L'avrei sparata pi grossa, ma avresti creduto che volessi scherzare: eppure s' alzata prima di mezzogiorno. Sebbene l'antichit abbia spesso assistito a dei prodigi, forse ai posteri capita di vederne anche pi sovente; ma questo di ieri nessuno lo aveva rimirato prima, n, da ieri in poi, lo potr rivedere.

129. Su Pallade e Venere.
Dal greco (201)

Perch, dice Venere, mi maltratti cos, o vergine Tritonia (202)? Perch carpisci quello che fu il mio vanto? Mettiti in testa che un tempo, fra le rupi del monte Ida, fui io, non tu, ad esser giudicata bella da Paride. Tu hai la lancia, tu hai la spada, ma il pomo lo rivendico per me. A decidere del pomo (203) basti quell'antica gara.

130. La vita umana  un nulla (204).

Respirando per stretti spiragli l'aria impalpabile ci manteniamo in vita e affissiamo lo splendore del sole. Tutti noi, che viviamo qui, non siamo che strumenti, ma tali che un'aura leggera ci anima con i suoi soffi vitali. Se la tua mano infatti soffoca quell'esile respiro, strappa via l'anima e la sospinge nel regno dei morti. Dunque noi siamo un nulla: siamo tutti votati a morire (205), ma quello che ci tiene in vita  solo un tenue soffio d'aria senza peso.

131. Per un pugnale spuntato d'una persona ottusa.
Dal greco.

Il tuo pugnale di piombo (206)  spuntato e non tagliente, codesto pugnale mostra l'acume della tua mente (207).

132. La fama e l'opinione pubblica (208).

La maggior parte della gente si esalta per una vana rinomanza e, leggera com', si lascia portare alle stelle da un vento leggero. Perch ti compiaci della notoriet tra il volgo? Cieco com', spesso trova da ridire sulle qualit pi belle ed elogia a casaccio le peggiori (209). Sei sempre l in ansia a pendere dal labbro altrui, perch un rivendugliolo che ti ha dato lode non te la ritolga. Ma forse si fa beffe di te quello che col suo elogio ti ha fatto insuperbire; e anche se  sincero, quella sua lode  fugace. Che te ne fai della rinomanza? Metti pure che il mondo intero ti esalti: se hai male a una giuntura, che te ne fai della rinomanza (210).

133. Scherzo su un servitore (211).

Un convitato, durante un banchetto, tolse delle mosche dalla coppa in comune, prima di bere. Appena bevuto, rimise le mosche al loro posto. Non mi piacciono le mosche, spieg, ma non so se qualcuno di voi le gradisce.

134. Un cane a caccia.

Un'anatra pendeva dalla bocca di un cane, quand'egli apr le fauci per afferrarne un'altra; la perse, e quella che aveva gi cacciata prese il volo dalla sua bocca. Allo stesso modo, tu, avaraccio, mentre tenti ingordamente di sottrarre (212) la propriet altrui, il pi delle volte perdi la tua, e ben ti sta (213).

135. L'avaro  come un cane nella stalla (214).

Il cane nella stalla non si ciba del fieno, n consente al cavallo, a cui piace, di mangiarlo (215). Cos l'avaro custodisce le ricchezze, ma non le usa, ed impedisce di goderne ad altri, che le bramano.

136. Ad Oreste in procinto di uccidere sua madre.
Dal greco (216).

Dove affonderai la spada? nel ventre o nel seno? Quello ti partor, questo ti ha allattato.

137. Cosa chiedere a Dio in poche parole (217).

Donaci, o Dio, ci che  buono, sia che te lo chiediamo o no; e allontana da noi il male, sia che te lo chiediamo o no (218).

138. Su quelli che si risposano.
Dal greco (219).

Chi, dopo la morte della moglie, ne prende una seconda (220),  come un naufrago che si rimette a navigare su un mare in tempesta.

139. Il sonno pareggia poveri e ricchi (221).

Sonno, requie della vita, speranza e sollievo dei poveri, che di notte rendi uguali ai ricchi, tu rassereni, smemorandoli, gli animi afflitti e ne scacci la consapevolezza di ogni patire; nei sogni lieti, benino, elargisci tesori agli indigenti. Ricco, perch ti fai beffe delle dovizie immaginarie del povero? Ai facoltosi le ricchezze vere arrecano fastidi, affanni e dolori, mentre quelle false dispensano ai poveri autentiche gioie (222).

140. Per un individuo brutto e malvagio.
Dal greco (223).

E' difficile ritrarre l'anima di un uomo, facile fare il ritratto del corpo. Nel tuo caso, le cose stanno diversamente, perch il tuo aspetto esteriore, rivelando il tuo animo depravato, l'ha messo a nudo su tutto il corpo. Ma la mostruosit del tuo aspetto, manifestazione del tuo animo orrendo (224). chi la dipinger, dal momento che nessuno desidera vederla?

141. Per un velenoso abitante della Cappadocia.
Dal greco (225).

Una vipera letale morse un cappadoce e mor all'istante: aveva succhiato il sangue micidiale del cappadoce.

142. Su una statua di ferro.
Dal greco (226).

Re che hai devastato il mondo, ti han dedicato una statua di ferro, perch costa molto meno del bronzo. Questo  il risultato delle carestie, delle stragi, delle pestilenze, della miseria (227), frutti della (228) tua avidit che ha mandato tutti in rovina.

143. A Candido, sul come scegliersi una moglie.
Poesia in dimetri giambici brachicatalettici (229).

Candido, ormai l'et ti suggerisce ed esige che tu finalmente rinunci ai frivoli amori, che tu finalmente abbandoni i giacigli rischiosi di Venere e ti cerchi per moglie una fanciulla cui stringerti in giuste nozze con mutuo legame d'amore (230), la quale ti sia feconda di dolci figli destinati a propagare la tua stirpe, nel che consiste la massima felicita. Questo, in passato,  quanto ha fatto tuo padre per te; ci che un tempo ricevesti dai tuoi antenati ripagalo adesso, e con gli interessi, ai posteri. Non far per, Candido, che il tuo pensiero dominante sia badare a quanto lei ti porta di dote o a quanto sia bella (231). E' un amore fiacco quello che nasce dallo sciocco impulso provocato dall'avvenenza o da un'indegna cupidigia di denaro. Chiunque ama in vista del denaro  uno che ama solo il denaro. Non appena in possesso dei quattrini, tosto il fuggevole amore svanisce e si pu dire che muoia prima d'esser nato. Ma neppure il denaro, che prima il meschino bramava avidamente, pu giovare pi tardi a uno che si vede costretto in ogni caso a tenersi contro voglia una consorte non amata. Che cos' la bellezza? Non basta forse una febbre a estenuarla? non deperisce con gli anni come un fiorellino riarso dal sole? Allora, col dileguare del colorito dalle guance, anche un amore, che questi soli vincoli avevano legato, si trova sciolto e se ne va. Per contro, il vero amore  quello cui d vita l'uomo savio, lungimirante e governato dalla ragione, quello che nasce dalla stima, con la fausta aspettativa di una singolare virt (che perdura ben salda e non avvizzisce per una febbre, n deperisce con gli anni). In primo luogo dunque, amico mio, guarda bene come sono i genitori di quella che intendi sposare, badando che sua madre sia adorna di ottimi costumi, in modo che la fanciullina tenerella possa succhiarli da lei e imitarli (232). Poi fa attenzione a quanto sia dolce il suo carattere, cos che la serenit spiri dal suo volto e non sia mai imbronciata; poi guarda che il pudore le faccia arrossire le guance e il suo volto non riveli ombra di sfacciataggine; che stia quieta e non ficchi dappertutto occhietti irrequieti; che dai suoi esili labbruzzi stiano sempre lontane la sciocca loquacit e la musoneria taciturna (233) ; che sia gi introdotta negli studi letterari o che per lo meno vi abbia disposizione (234), beandosi di poter attingere grazie ad essi, dai libriccini pi eccellenti degli antichi, quei precetti che insegnano a vivere felici, cos che con questa scorta non si gonfi di superbia nei successi e non si abbatta in lacrime, tutta sconsolata, nelle avversit. Sar cos nella tua vita una compagna allegra, mai opprimente n fastidiosa. Se avr studiato, un giorno potr insegnare a leggere ai tuoi nipotini fin dalla prima infanzia. Ti sar dolce ormai abbandonare (235) la compagnia degli uomini e riposare in grembo alla tua colta consorte, mentre con agile mano tocca le corde d'uno strumento e con voce gradevole (non , Progne, pi soave quella della tua sorellina) intona strofe che sarebbero piaciute ad Apollo. Ti sar dolce trascorrere i giorni e le notti in conversazioni piacevoli ma intelligenti, attento alle paroline dolci, tutte piene di fascino, che di continuo sgorgano dalle sue labbra di miele: con esse ti richiama alla realt, se mai ti dovessi esaltare per un vano successo, e con esse ti rid coraggio, se mai dovesse abbatterti una sofferenza angosciosa. Parole, le sue, nelle quali gareggiano una straordinaria capacit d'espressione e una comprensione matura di qualunque problema. Tale penso che fosse un tempo la sposa del poeta Orfeo, il quale mai avrebbe cercato di riportare alla luce dagli Inferi con sforzi sovrumani (236 una donna incolta. Tale credo che fosse la nobile figlia di Ovidio, capace di rivaleggiare nel far versi persino con suo padre (237). Tale suppongo che fosse Tullia (238), la pi amata tra le figlie e figlia del pi dotto dei padri; tale la madre dei due Gracchi (239), che dopo averli messi al mondo li seppe educare, preziosa come maestra non meno che come genitrice. Ma insomma, perch scartabello nei secoli remoti? Per quanto rozzo, questo nostro secolo conta per una fanciulla, una soltanto, e come unica la preferisce a quasi tutte le altre e riconosce che sta alla pari con quante ebbero fama nel lungo corso delle et passate: questa fanciullina impareggiabile, levata in alto dalle ali pennute della Fama, lode e vanto del mondo intero, Cassandra non per la sua patria soltanto,  oggi d'esempio fin nelle pi remote regioni dell'Inghilterra (240). Dimmi dunque, Candido, se anche tu potessi sposare una ragazza come quella che ti ho descritto, anche se dovessi trovar qualcosa a ridire sulla sua bellezza, qualcosa da lagnarti per lo scarso apporto della sua dote, resterebbe pur sempre vero il detto: Sia come sia,  bella quanto basta quella che piace, e nessuno  pi ricco di chi pensa di averne abbastanza di quello che ha. Possa cos amarmi oggi la mia (241) amata quant' vero, amico, che ti sto dicendo la pura verit. Una qualsiasi ragazza cui la natura abbia negato il dono della bellezza, fosse pure pi nera del carbone (242), per questi suoi pregi di carattere mi sembrerebbe pi bella di un cigno (243). Una qualsiasi ragazza, cui la fortuna sfuggente abbia negato la dote, fosse pure pi pezzente di Iro, per questi suoi pregi di carattere mi sembrerebbe, o Creso, pi ricca di te (244).

144. Scherzo su un tipo minaccioso (245).

In assenza di Trasone (246), un rozzo bifolco gli aveva sedotto la moglie. Ritornato a casa, il soldato, come venne a saperlo, balz su armato e feroce; e come finalmente riusc a raggiungere il villano tutto solo nei campi: Ol!, gli grida: ol! ol! pendaglio da forca!. Il bifolco si ferma e raccoglie nella falda qualche ciottolo. L'altro, impugnando la spada sbraita: Farabutto, hai messo le mani su mia moglie?. Certo! risponde l'altro imperterrito. Ah, lo confessi? ribatte: Chiamo a testimoni tutti gli di e tutte le dee, uomo scellerato, che ti avrei cacciato questa spada nel petto fino alla guardia, se ti fossi rifiutato di ammetterlo (247).

145. Moderazione.
Dal greco (248).

Non desidero campi pi estesi; non bramo l'aurea prosperit di Gige. Mi  sufficiente avere quanto basta per vivere. Il detto niente sia troppo (249) troppo mi piace.

146. Ettore morente.
Dal greco (250).

Sbarazzatevi del mio corpo, o Danai (251), quando sar morto, perch le lepri hanno paura della carcassa di un leone.

147. Contro un poeta stupido.

Quel famoso poeta, secondo a nessuno, aveva cantato che Enea non era stato secondo a nessuno nella piet. Un tale dunque, volendo lodare il re nella maniera elegante di Virgilio, disse: Ecco il re, cui nessuno  secondo. Questo elogio non si addice al re, ma  molto appropriato al poeta. E cos, diamo a ciascuno la lode che merita: Ecco un poeta cui nessuno  secondo, ecco un re secondo a nessuno (252).


148. Su un autore che aveva scritto degli inni
in onore dei santi in stile disadorno, spiegando nella
prefazione che li aveva scritti di getto
e senza osservare le regole
della metrica e che l'argomento
non richiedeva abilit linguistica (253).

Questo libro sacro di Andr contiene, con mirabile concisione, tutte le feste dell'anno in ordine cronologico. E' da ritenere che tutti i santi da lui celebrati, siano venuti in aiuto del loro poeta, mentre scriveva; infatti scrisse di getto, ma in modo tale che anche con tutto il tempo del mondo non avrebbe potuto scrivere meglio. L'argomento religioso e lo stile, non trattato dagli stessi antichi, fu preservato dal destino per il presente lavoro; inoltre, se egli non si attiene scrupolosamente a tutte le regole della metrica, ci  dovuto non ad errore, ma ad una ragione profonda. La grandezza dell'opera rifiuta di sottostare alle regole della metrica: infatti, dov' l'ispirazione, c' libert (254). Per il lettore incolto  sufficiente la religiosit del libro, ma tu che se; abituato a bere alla fonte Castalia, se lo soppeserai parte per parte, riceverai un cos gran piacere, come mai hai potuto sperimentare prima da altro libro.

149. Per Stratofonte pugile imbelle.
Dal greco (255).

Ulisse, eroico re d'Itaca, fu lontano dalla sua patria per vent'anni; quando ritorn fu riconosciuto perfino dal suo veloce (256) cane. Al contrario, n il tuo cane, n  tuoi concittadini sono in grado di riconoscerti, pugile Stratofonte, ora che hai combattuto per quattro ore. Dir di pi: se ti guardi allo specchio, finirai per negare, sotto giuramento, tu Stratofonte, di essere Stratofonte.

150. Per un pugile imbelle.
Dal greco (257).

Ecco Nesimo (258), il pugile; consulta l'indovino Olimpo per sapere se gli tocca un'et longeva. L'indovino risponde: Forse vivrai se ti ritiri; ma ti minaccia, se continuerai a combattere, il dio della gelida morte con la sua falce (259).

151. Per un parassita.
Dal greco (260).

Quando Eutiche corre nello stadio ti par di vederlo fermo, ma quando va a pranzo lo vedi davvero volare.

152. Per un bevitore.
Dal greco (261).

Non offrire corone e profumi al mio sepolcro; vini e fuochi sono spese vane per una tomba. Dammi queste cose mentre vivo; versare buon vino sulle mie ceneri, non mi fa gustare il vino (262): fa solo del fango.

153. Per un bevitore.
Dal greco (263).

Sono nato dalla terra e sotterra sar riposto dalla morte (264); perci vieni a me pieno, boccale di terra.

154. Su una donna brutta.
Dal greco (265).

Gellia, lo specchio ti inganna: se mai ti guardassi in uno specchio sincero, non lo faresti una seconda volta.

155. Su una brutta.
Dal greco (266).

Scapperebbe fino al paese dei Parti o fino alle Colonne d'Ercole chi per una sola volta avesse visto Antipatra spogliata (267).

156. Su una brutta.
Dal greco (268)

L'infelice che ha sposato una moglie brutta, la sera, dopo aver acceso il lume, si trover pur sempre al buio.

157. Per un filosofo che  tale solo per la barba.
Dal greco (269).

Se un'incolta barba rende un uomo filosofo, perch una capretta barbuta non potrebbe essere Platone?

158. Sfrenatezza (270).

La licenza non repressa travalica con passo rapido i confini che le furono concessi e non si riesce pi a richiamarla indietro: se alla sera permetti a tua moglie di pestarti un piede, alzandosi al mattino ti pester la testa (271).

159. Epitaffio di Abyngdon, il cantore (272).

Possa il divino cantore Henry Abyngdon attrarre i tuoi occhi su questa iscrizione; una volta egli attraeva i tuoi orecchi con la musica. Non molto tempo fa, egli cantava insuperato con voce mirabile e suonava l'organo con incomparabile maestria. Prima fu il vanto della chiesa di Wells, poi il re volle che rendesse famosa la sua cappella reale. Ora Iddio lo ha rapito al re e lo ha assunto tra gli astri, perch aggiunga gloria agli stessi abitanti del cielo.

160. Sullo stesso (273).

Qui giace Henry, il fedele amico della devozione; il suo nome, se qualcuno desidera conoscerlo, era Abyngdon. Egli fu sostituto del maestro del coro nella celebre chiesa di Wells, e pi tardi divenne cantore nella splendida cappella reale; tra gli innumerevoli cantori fu il migliore ed inoltre fu insuperato organista (274). Ed ora, o Signore, poich sempre a te solo serv sulla terra, donagli (275) il Regno dei Cieli.

161. Contro Giano, erede di Abyngdon.

Ho scritto un'epigrafe elegiaca, su richiesta di Giano, suo erede, per indicare la tomba di Henry Abyngdon. A Giano non piacque e forse a ragione non sarebbe piaciuta neppure alle persone colte, ma a lui non piacquero le parti migliori. Disse: Questi versi non rimano. Capii subito quali battaglie tali labbra chiedano (276). Allora, ridendo, buttai gi a casaccio alcuni versi ridicoli. Giano li trangugi esilarato, battendo le mani. Merita davvero d'essere rinchiuso all'istante nella stessa tomba e di essere commemorato con lo stesso epitaffio. Il dio Giano bifronte vede tutto nel passato e nel futuro; questo sfrontato Giano, come una talpa cieca (277), non vede nulla del passato e del futuro.

162. Ad un cortigiano (278).

Spesso ti vanti con me del fatto che il principe ti ascolta volentieri scherzare di frequente in piena libert e senza riguardi. E' cos che si fanno esercizi con i leoni domati, sovente senza averne danno, ma altrettanto sovente con lo spavento che il danno arrivi. Per cause oscure, in ogni momento la collera pu accendersi e d'improvviso il gioco diventa mortale (279). Il tuo piacere  certo grande, ma troppo rischioso per lasciarti vivere tranquillo; per conto mio ne preferisco uno minore, ma senza patemi.

163. A Tyndale, suo debitore (280).

Prima che ti prestassi i miei soldi, Tyndale, avevo il piacere della tua compagnia tutte le volte che lo desideravo. Ma ora, se ti capita di sbirciarmi dietro l'angolo, te la svigni spaventato, come uno che abbia visto un serpente (281). Mi devi credere: non ho mai avuto l'intenzione di richiedere il mio denaro; non l'ebbi davvero, ma piuttosto che essere costretto a perderti, lo esigo. Per riaverti sono disposto a perdere i soldi, ma non sono disposto a perdere entrambi: sarebbe una perdita troppo grande per me. Quindi, o ti tieni il denaro e mi rendi la tua amicizia, oppure rendimi la tua amicizia ed anche il denaro. Ma se non ti garba nessuna soluzione, fa' in modo che almeno io non perda i miei soldi e, in quanto a te, perduto amico, stammi bene.

164. Per un mendicante che si spaccia per medico (282).

Ti spacci per medico; ti concediamo anche di pi: come mendico hai una lettera in pi del medico.

165. Su una moglie svergognata (283).

E' feconda, ma feconda davvero, la moglie del mio amico Arato: tre figli ha messo al mondo, senza che c'entrasse il marito (284).

166. Su un nano.
Dal greco (285).

Per sfuggire alle angustie di questa miserevole vita (286) , Diofante us il filo di una ragnatela, lo us per farsi un cappio.

167. Su una ragazza che fingeva d'esser stata violentata (287).

Cpita che un giovanotto scorge una ragazza tutta sola e pensa che quella sia l'occasione buona. Da mascalzone circonda lei, che rilutta, con braccia bramose e si prepara a darle dei baci e anche qualcosa di pi. Quella recalcitra e, furente, lo minaccia, ricordandogli che per legge gli sciagurati stupratori vengono condannati a morte. Lui per, reso sfrontato dall'ardore giovanile, insiste (288) e cerca di piegarla ora con le suppliche, ora con le minacce. La ragazza non si piega n per suppliche n per minacce, e strilla, e tira calci, e mena pugni. Il giovane sente la collera prendere il sopravvento sulla libidine ed esclama inferocito: Matta,  cos che ti ostini? Per questa spada ti giuro - e caccia fuori la spada (289) - che se non ti metti sdraiata, disponibile e zitta, io me ne vado. Spaventata da cos funeste parole, quella si sdraia immediatamente e dice: Avanti! fallo, ma quello che fai  una violenza.

168. Su Crisalo (290).

Crisalo, nel sotterrare il suo tesoro nel bosco, pensava incerto quali segni ben sicuri del luogo potesse scegliere. Appena vide un corvo gracchiante sull'alta cima d'un albero, disse: Ecco un chiaro punto di riferimento per me; e se ne and. Quell'unica traccia, divenuta moltitudine, lo beff al suo ritorno: vide su ogni albero dei corvi appollaiati.

169. Su un astrologo (291).

Mentre gli astrologi, per colpa nostra onorati come profeti, determinano il nostro destino dalla posizione d'una stella (questa  favorevole e quell'altra di cattivo auspicio), la tua mente resta sospesa tra la speranza e la paura. Se la buona fortuna deve venire, verr anche se gli astrologi tacciono, ed in tale circostanza l'inaspettata fortuna di solito arreca pi diletto. Se invece la cattiva fortuna  alle porte, allora  meglio non saper nulla il pi a lungo possibile e godere di quel lasso di tempo, finch essa non arrivi. Questo  il mio consiglio, in opposizione al fato: conserva la mente serena e trascorri i tuoi giorni di buon umore.

170. Ad un uomo degno della croce.
Dal greco (292).

Togli le prime due lettere del tuo Mastauron (293); nessuno pi degnamente di te pu attribuirsi ci che rimane.

171. Un epitaffio.
Dal greco (294).

Questa tomba accoglie quattro fratelli. A due di essi, ohim, un sol giorno port vita e morte.

172. Dal greco (295).

Timocrito era valoroso in battaglia: ecco perch giace qui. Non  il valoroso che tu risparmi, ma il codardo, crudele (296) Marte.

173. Dal greco (297).

L'urna che tu vedi contiene due gemelli, figli di Neocle (298): uno liber la sua patria dalla schiavit, l'altro dal vizio (299).

174. A un tale che aveva in casa una moglie cattiva (300).
Amico mio, tua moglie con te  insopportabile, peggiora se la maltratti e diventa pessima se la tratti bene. Ma diventerebbe buona se morisse, migliore se lo facesse mentre sei ancora vivo, ottima se si sbrigasse a farlo presto.

175. Dei naviganti nella tempesta
buttano a mare un monaco
cui s'erano confessati (301).

Mentre le onde rigonfie si levano alte nel ruggito della tempesta e la furia del mare investe la fragile nave, un religioso timore pervade i marinai atterriti, che esclamano: Ahi!  la nostra cattiva condotta che ci attira questa calamit!. C'era tra i passeggeri un frate, e nel suo orecchio tutti si affrettano a scaricarsi dei propri peccati. Ma come si avvidero che il mare non accennava a placarsi e che il vascello era quasi sommerso dalla violenza dei flutti, uno grid: Non c' da stupirsi se la nave galleggia a fatica:  tuttora gravata dal peso dei nostri trascorsi. Buttate a mare questo frate, nel quale abbiamo riversato tutti i nostri peccati, perch porti con s ogni nostra colpa. Detto fatto, afferrano il monaco e lo gettano in acqua: la barca, a sentir loro, ne risult davvero alleggerita. Impara di qui quanto sia gravoso il carico del peccato, tale che una nave non pu reggerne il peso (302).

176. A Candido,
parroco di mala vita (303)

Sei stato nominato, mio caro Candido, pastore di una grossa comunit, e perci mi congratulo infinitamente con il tuo gregge. Se la simpatia non falsa il mio giudizio, mai sino ad ora il tuo gregge ebbe una simile guida. Tu non possiedi quel sapere mondano, che ti farebbe insuperbire (304) e che d'altronde non riuscirebbe di alcuna utilit per i tuoi fedeli. Ma rare (305) sono le tue virt, sicch ben pochi dei Padri antichi credo ti assomigliassero. La tua vita pu valere da limpido specchio, nel quale ai tuoi parrocchiani sia dato di rimirare ci che debbono fare e da cui debbono rifuggire. C' solo un'avvertenza: che ti tengano d'occhio e rifuggano da ci che fai e facciano quello da cui rifuggi.

177. Dal greco (306).

Qui giace un naufrago e in quell'altra urna un contadino. Eguale  la via che conduce alla morte, sia per terra, sia per mare.

178. Contro il vescovo Postumo (307).

Ti han fatto vescovo, Postumo, e meritatamente ti hanno affidato un ufficio sacro che non ha pari (308) al mondo. Mi rallegro al vedere che finalmente una carica cos alta e cos santa non venga pi attribuita, come in passato, a casaccio. Infatti un impulso irragionevole conduce di solito a sbagliare, mentre  chiaro che tu sei stato scelto con estrema cura. Ogni volta che frammezzo a tanti se n'ha da scegliere uno solo, spesso il sorteggio designa un uomo scadente e l'abile maneggio il peggiore di tutti. Ma nel tuo caso, se fra molte migliaia si avesse a sceglierne uno, sarebbe impossibile pescarlo pi stupido di te e pi scadente.

179. Bollano.

Prima che Bollano si coricasse, i compagni cosparsero il suo letto di ortiche pungenti. Ci nonostante egli nega d'essersi punto; afferma per d averle trovate, quand'era spogliato e nel buio. Bisogna ammettere di conseguenza che le ortiche abbiano evitato la sua pelle e siano venute in contatto soltanto con le sue unghie o i suoi denti. Ma, dal momento che egli trov le foglie nel buio, rimanendo illeso, come fece a scoprire che erano ortiche?

180. Apologo della volpe ammalata e del leone (309).

Mentre una volpe giaceva ammalata nella sua angusta tana, un leone dalla voce suadente (310) si ferm all'entrata e disse: Dimmi, amica mia, non ti senti bene? Se mi permetti di leccarti, guarirai all'istante: tu non conosci il potere della mia lingua. La tua lingua, disse la volpe ha il potere di guarire, ma il guaio  che questa tua lingua benedetta non ha buoni vicini (311).

181. Lisimaco e il leone.

Mentre un leone addomesticato lambiva con la sua lingua carezzevole il domatore, questi invit chiunque lo volesse a prendere il suo posto. Passato un po' di tempo, quando ormai nessuno tra la grande cerchia di spettatori si faceva avanti, salt fuori il coraggioso Lisimaco: Potrei anche osare di toccare la lingua del leone, disse, ma i suoi denti le sono cos vicini, che non voglio correre rischi (312).

182. Fabiano, l'astrologo.

Dal momento che ogni giorno una massa di gente credulona compra da te una grande quantit di pronostici, se tra le molte frottole che dici ci fosse per caso una sola cosa azzeccata, allora, Fabiano, potresti indurmi l per l a pensare che sei un veggente. Ma le tue predizioni sono sempre sbagliate. Se continui a prevedere in questo modo, Fabiano, finir per considerarti un profeta.

183. Contro il re di Scozia, che per dissimulare il tradimento
attacc la fortezza di Norham,
che gli aveva aperto le porte (313).

Scozzese, perch assali in forze la rocca d Norham (314), che gi ti s'era data con subdolo tradimento? La presa della fortezza mediante il sotterfugio ti ha dato forse una gioia grande, ma di breve durata. Entro pochi giorni il forte venne ripreso e tu con i tuoi vi hai trovato una morte tanto crudele quanto meritata. Quando il traditore si present nel tuo regno a chiedere il compenso, si ebbe la morte come giusta mercede del suo misfatto (315). E' destino d quella fortezza inespugnata, che perisca chi la tradisce e perisca il nemico al quale viene data per tradimento.

184. Epitaffio per Giacomo re di Scozia (316).

Sepolto in questa terra sono io, Giacomo re di Scozia, valoroso e sfortunato assalitore di un regno amico (317). Se la mia lealt (318) fosse stata pari al mio coraggio, ogni altra dote concessami dalla sorte non era affatto spregevole. Ma, ahim, mi vergogno a vantarmi e non son uomo da far lamenti: perci non dir altro. Voglia il cielo che anche tu, Fama loquace, preferisca tacere. Per, sovrani, vi esorto - io che sino a ieri fui vostro pari - a far s che l'osservanza dei patti non sia, come spesso accade, un nome vano.

185. Un pittore insensibile.

Un pittore, ammirato per la sua straordinaria abilit, dipinse uno spaventato leprotto che cercava di sfuggire ai crudeli morsi di un cane. Dopo aver indagato sui pi riposti segreti della natura, rappresent il leprotto mentre impaurito guardava indietro durante la fuga (319). Mi auguro che il pittore, che cos bene ritrasse il leprotto in fuga, diventi egli stesso una lepre e, nel tentativo di scappare, si volti indietro.

186. Sullo stesso pittore.

Una lepre ed un cane furono dipinti in tal guisa che nessuno riusciva a distinguere chi fosse il cane e chi la lepre. Il pittore, come venne a saperlo, rimedi in modo accorto e con intuito geniale a ci che mancava alla sua arte maldestra. Per rendere la sua opera comprensibile ed eliminare ogni sorta di equivoco, scrisse semplicemente in fondo al quadro: Questo  il cane, quella  la lepre (320).

187. Tindaro (321)

Mentre Tindaro stava baciando una ragazza dal naso decisamente non piccolo, gli venne il vezzo di fare dello spirito (322). Inutilmente, disse, cerco di avvicinare le mie labbra alle tue: il tuo naso tiene la mia bocca a debita distanza. La ragazza di botto divent rossa e s'infiamm di rabbia repressa, punta da quello spirito veramente poco spiritoso. Se il mio naso tiene i tuoi baci lontano dalla mia bocca, rispose, allora mi puoi baciare qui, dove non ho il naso.

188. Contro Germain de Brie (323) che scrive falsit
sulla nave francese Cordelire
e il suo capitano Herv.

O de Brie, mentre esalti Herv, condanni i tuoi versi perch tu descrivi con mala fede un'impresa ben condotta. O Germain, in quel poema ti impegni a fare la storia, ma dal momento che non  attendibile, non  nemmeno storia (324). Ammettiamo pure che gli storici incomincino a dimostrare avversione o parzialit d'intenti, chi mai creder pi ai fatti storici? Orbene, penso che una volta venuta meno la credibilit dei fatti, anche questo tuo Herv non potr avere nessuna lode per causa tua.

189. Sullo stesso autore che tratta dello stesso Herv
e della stessa nave
bruciata durante una battaglia.

Che de Brie abbia innalzato Herv con una lode immeritata, privando il capitano rivale del suo dovuto onore e descrivendo, nel suo poema sulla nave "Cordelire", innumerevoli fandonie che sono contrarie ai fatti reali, non mi sorprende affatto. Ed ancora non credo che abbia voluto scrivere consapevolmente delle falsit con animo fazioso. Direi piuttosto che nessuno  stato in grado finora di ritornare indietro, per raccontare al poeta la verit sulla "Cordelire". Ma perch avesse una pi precisa cognizione dei fatti sarebbe stato giusto che il poeta fosse stato di persona a bordo della nave (325).

190. Versi estratti dal poema Cordigera
di de Brie, ai quali si riferiscono
qui di seguito alcuni epigrammi giocosi.

I Britanni circondano a dritta e a manca Herv, rimasto solo; i giavellotti a fasci, come una battente grandine invernale, volano diretti al capo di Herv, sempre pi solo; ma l'eroe con baldanza l respinge con lo scudo e li rimanda alle opposte schiere.

190. (cont.) Un altro episodio dallo stesso poema Cordigera.

Herv in persona sprona i suoi seguaci ed incalza e tra i primi si lancia impavido contro i nemici con grande accanimento; ne colpisce alcuni alle tempie con il giavellotto; a questo trapassa il torace con la spada, a quello mette a nudo gli intestini; ad alcuni tronca il capo con un colpo di scure al collo, ad altri ferisce il fianco, ad altri le spalle con l'acuta lancia (326).

190. (com.) Epigramma di More che si prende gioco
dei versi su esposti.

In quanto alle affermazioni che Herv colp i nemici alle tempie con i giavellotti, conficc la sua spada nelle viscere o nelle costole ad alcuni, tronc le teste di altri a colpi di scure al collo, trapass le spalle e i fianchi di altri ancora, e per quanto concerne la sua valorosa difesa con lo scudo contro i giavellotti scagliati dal nemico ed il loro rinvio al punto d'origine, tutto ci non appare concepibile, come cio un solo uomo possa combattere con cos tante armi e con un braccio appesantito dallo scudo. La dura realt dei fatti contraddice l'evolversi di questa battaglia. Penso che in questo brano hai tralasciato qualcosa. Quando tu rappresenti l'eroico Herv, che contemporaneamente combatte con quattro armi ed uno scudo, forse ti  sfuggito dalla mente, ma il tuo lettore dovrebbe essere informato in anticipo, che Herv aveva cinque mani.

191. Un altro sullo stesso argomento.

Ti meravigli come Herv abbia potuto portare lo scudo, la spada, la lancia, i giavellotti, la scure e sia riuscito anche a combattere. La sua mano destra  armata con l'impietosa scure da combattimento, la crudele mano sinistra  munita della spada. Allo stesso tempo egli stringe arditamente il giavellotto nella bocca, con i denti serrati, e la lancia pronta a sostituire il giavellotto. E poich le armi scagliate pi fitte d'una grandine invernale volano dirette al suo capo, egli lo protegge con lo scudo. Un drago non potrebbe competere con lui per la durezza della testa, n Celeno (327) per gli artigli; ugualmente un elefante zannuto non potrebbe confrontarsi con lui. Vedete qual mostro novello s'avventa contro i nemici che lo fronteggiano, con orribile ghigno e terribile braccio.

192. Il primo verso di questa poesia  di de Brie
che descrive una profezia su di lui
fatta da Herv morente.

E' tra i discepoli di Febo, un uomo degno di rispetto, il poeta de Brie, che cant le grandi imprese del capitano Herv. E' tra i discepoli di Febo, un uomo degno di rispetto, colui che fece bruciare Herv, i suoi nemici, i suoi compagni e le navi. Come pot questo bardo, degno di rispetto tra i discepoli di Febo, apprendere ci che il suo poema dice? L'unica cosa plausibile  che egli, degno di rispetto tra i discepoli di Febo, lo abbia appreso (328) dal tripode di Febo.

193. Sul medesimo plagiatore
di versi altrui.

Nessuno coltiva gli antichi poeti e li sa leggere pi accuratamente di te, perch non ce n' uno tra gli antichi poeti, dai cui versi tu non abbia colto qua e l gemme e fiorellini a piene mani, donando in cambio immediatamente al poeta il grande onore di inserirlo nei tuoi scritti. E tu rendi felice quel poeta, perch ci che tu accumuli proclama la sua origine e risplende tra i versi tuoi pi chiaramente delle stelle nel buio della notte (329).

Tu non sei portato a sottrarre un cos grande onore a nessun poeta, dal momento che sei amico di tutti loro, perch nessuno, una volta ornamento di un'era passata, debba piangere il tuo disinteresse per lui. Perci, per non far cadere in lungo disuso i venerati versi dei poeti, tu li salvi dall'ingiuria del tempo e li adorni di nuovo splendore. Questo significa dare, con l'arte, nuova vita alle cose passate:  questo il dono pi bello. O arte benedetta! per, chiunque con quest'arte render nuovo il vecchio, senza alcuna arte (anche se a lungo si affatica) render vecchio il nuovo (330).

194. Riferimento scherzoso al cenotafio di Herv.

Secondo il tuo giudizio, o de Brie, la nostra epoca pu paragonare Herv da solo con i due Decii (331). Ma c' questa differenza: i Decii morirono di loro volont; Herv, perch non pot fuggire.

195. Febo apostrofa de Brie.

Vuoi sapere che cosa io pensi dell'altisonante libercolo (332) che racconta le gesta e la morte del bellicoso Herv? Orbene, poeta sacro a Febo, ascolta questi sacri (333) responsi pronunciati dal tripode di Febo (334). In tutta l'opera manca una sola sillaba, mille sopravanzano. L'opera  completa (335), poich cosa potrebbe mancare di minor conto? La sillaba in questione pu essere tolta da un solo mese, ma per te non vale, e contiene pi della met di mensis (336).

196. A Sabino, la cui moglie rimase incinta in sua assenza (337).

Ti  nato un figlio, sostegno nella vita, sola speranza per una tarda vecchiaia. Corri a casa, Sabino. Corri, ti devi congratulare con la tua feconda consorte, devi vedere il bambino. Corri a casa, Sabino. Corri, ti dico, e affrettati, poich, per quanto ti affretti, sembrerai troppo lento. Corri a casa, Sabino. Gi tua moglie domanda di te, gi per te frigna il neonato. Corri a casa, Sabino. Sei un ingrato a non essere mai sul posto, n quando il figlio ti nasce, n quando viene concepito. Corri a casa, Sabino. Corri per essere almeno presente quando si battezza il bambino al sacro fonte. Corri a casa, Sabino (338).

197. A Candido che lodava uomini onesti
pur rimanendo cattivo.

Tu spesso lodi gli uomini buoni, o Candido, ma mai li vuoi imitare. Tu dici: Io, Candido, li lodo senza portare invidia, perch chi imita gli uomini buoni, allo stesso tempo li invidia. O Candido, pi candido del latte, pi candido della neve (339)!

198. Quale sia la miglior forma di governo (340)

Tu poni il quesito se sia meglio che comandi un re oppure un senato (341). Nessuno dei due, se (come spesso accade) sono entrambi cattivi. Se tutt'e due sono buoni,  da preferirsi il senato, in quanto  composto da numerose persone: c' del buono in maggior copia in un'accolta di molti buoni. Sar forse difficile trovare parecchi buoni, ma allo stesso modo  facile anche pi sovente che uno solo sia cattivo. Ammettiamo pure che il pi delle volte il senato sia mediocre, n buono n cattivo; ma ti accadr ben di rado di trovare un re che se ne stia cos a mezza via. Un cattivo senatore viene guidato dal consiglio di chi vale pi di lui, mentre nel caso del re  lui che guida i propri consiglieri. Ci che quegli riceve per elezione popolare, questi lo ha per diritto di nascita: qui regna la sorte cieca, l il maturo consiglio; quegli si considera fatto per il popolo, mentre questi ritiene che il popolo sia fatto per lui, cio perch esistano sudditi sui quali possa regnare. Nel primo anno di regno il re suole mostrarsi molto mite, ma ogni anno (342) il console  come un nuovo re. Un sovrano rapace taglieggia il popolo per un lungo arco di tempo, mentre, se il console  cattivo, la speranza di averne uno migliore  vicina. N mi induce a mutare avviso la favola ben nota, che consiglia di sopportare la mosca satolla, se non s vuole che prenda il suo posto una digiuna (343). Sbaglia chi crede che un re avido possa mai saziarsi: si tratta di sanguisughe che non si staccano dalla pelle finch non l'hanno dissanguata. E' vero che gravi dissensi rendono difficili le deliberazioni del senato, mentre dal re non dissente anima viva: ma questo  un male anche peggiore, perch  ben giusto che vi siano dispareri quando si tratta di affari d'importanza. Ma, insomma, com' che ti sei posto questo problema? C' forse da qualche parte un popolo, che tu possa assoggettare a tuo arbitrio ad un re oppure ad un senato? Se hai questo potere, il re sei tu; non domandare a chi devi affidare il governo: il primo quesito  se affidarlo ti convenga (344).

199. Fusco il bevitore (345).

Il medico disse a Fusco che il continuo bere gli avrebbe danneggiato gli occhi. Fusco, dopo aver riflettuto tra s, replic: Preferisco distruggere gli occhi bevendo, che preservarli per darli in pasto a dei vermi indolenti.

200. Ad un amico.

Da quanto posso arguire dai tuoi scritti, la mia lettera ti giunger tardi. Tuttavia non sar troppo tardi per te: non pi di quelle armi che arrivano a guerra finita, ma che non potevano, nel corso della guerra, servire a nulla (346).

201. Il re e il contadino (347).

Un contadino cresciuto fra i boschi, pi selvatico di un fauno o d'un satiro, se ne viene in citt. Ed ecco nella piazza gremita il popolo che fa ala e dappertutto si grida: Arriva il re!. Il contadino scosso dalla novit di quegli insoliti clamori,  curioso di vedere che cosa si aspetta la folla. Ed ecco avanzare il re, preceduto da uno stuolo fastoso, vestito d'oro, bene in vista sull'alta groppa del suo cavallo. Raddoppiano allora le acclamazioni di: Viva il re! e da ogni parte il popolo rimira a bocca spalancata il suo sovrano. Il contadino grida: Ma dov' il re, dov' il re? e un tale: E' quello gli risponde, che monta quel grande cavallo. Ribatte il contadino: Il re, quello? Mi vuoi prendere in giro! Quello a me sembra un uomo vestito in modo sgargiante (348).


202. Contro un vescovo ignorante (349),
designato in un precedente epigramma (350)
con il nome di Postumo.

Tu proclami, Padre reverendo: La lettera uccide; questo  l'unico detto che hai sempre sulle labbra: La lettera uccide. Ma tu hai saputo prendere le tue precauzioni perch nessuna lettera ti possa uccidere, visto che sei completamente illetterato. E hai tutte le ragioni di temere che la lettera ti uccida: sai bene di non possedere lo Spirito che d la vita (351).

203. Di un ridicolo prete, che,
passata la festa,
esortava il popolo al digiuno (352).

Una volta il nostro parroco, nell'ammonire i fedeli circa le ricorrenze della prossima settimana, disse: La festa del martire Andrea  solenne e memoranda. Sapete bene quanto egli fu caro a Dio. L'usanza vuole che un severo digiuno mortifichi la sensualit della carne, secondo le regole istituite dai Santi Padri. Tutti perci vi preavviso che in onore di questo martire si doveva digiunare... ieri (353).

204. D'un tale, che cantava male
e leggeva bene (354).

Hai cantato cos male, che potresti diventare vescovo, ma hai letto cos bene, che diventarlo non puoi. Non si creda che basti scansare una sola di queste bravure: se vuoi diventare vescovo, gurdati da tutt'e due (355).

205. A Sabino (356).

Sabino, i quattro figli, che in passato ti aveva dato tua moglie e che ti assomigliano, come vedi, tanto poco, dichiari tu stesso che non sono tuoi. Ma il bambinello che appena ieri lei ti ha messo al mondo, straordinariamente simile a te in fattezze, tu te lo stringi al petto, ignorando quei quattro. Quelli tu li chiami adulterini, li respingi, li rinneghi; questo solo, come legittimo, lo destini ad essere tuo erede, questo perci te lo spupazzi per tutta la citt, portandotelo in braccio per farlo sbaciucchiare da tutti, come una scimmia regge la sua scimmietta (357). Ma dicono i sapienti pensosi, che si affaticano e insistono a indagare ogni segreta operazione della natura: dicono dunque i pensosi sapienti, che qualunque immaginazione intensa, che colpisca le madri nell'atto di concepire la prole, imprime di s il seme in modo occulto e inesplicabile con caratteristiche precise, che pi non si cancellano; il nascituro le riceve nel suo intimo, crescono insieme a lui, cos che egli riflette l'immagine registrata nella mente materna (358). Quando mise al mondo quei quattro, tua moglie non si dava il minimo pensiero di te, che eri le mille miglia lontano, e perci li gener non somiglianti; invece questo solo fra tutti  il tuo ritratto, perch la madre, nel concepirlo, si dava gran pensiero di te e altri che te non aveva in mente, tutta preoccupata e timorosa che tu, Sabino, arrivassi a sorprenderla nel momento meno opportuno, come il lupo che arriva proprio quando se ne parla (359).

206. Il principe e il contadino
zelandese. Una battuta (360).

Guardando l'acqua, un principe si sedette sulla spalletta di un ponte e quelli del seguito rimasero in piedi davanti a lui (361). Un po' pi in l sedette anche un contadino, convinto di essersi posto a rispettosa distanza; ma uno lo fa alzare, gridando: Come ti permetti, villano, di sedere col principe su uno stesso ponte? non ti vergogni?. E quello, di rimando: Non sar mica un delitto sedersi sullo stesso ponte? Cosa accadrebbe se fosse lungo dieci miglia?.

207. Battuta contro un cortigiano (362).

Un cortigiano smonta di sella e, rivolto ad uno dei circostanti, dice: Tu, chiunque tu sia, tienimi questo cavallo!. Quegli, mostrandosi timoroso, risponde: Ma ditemi, signore, basta un uomo solo a tenere un cavallo cos selvaggio?. S, uno  sufficiente dice quello. E allora, ribatte l'altro beffardo se uno basta, tientelo da solo.

208. Ad un soldato che fuggiva con l'anello al dito.

Soldato, perch quell'anello d'oro t'ingioiella le mani? Sarebbe pi appropriato se ti ornasse i piedi. In quella recente crudele battaglia, uno solo dei tuoi piedi ti  stato pi utile e valido di ambedue le mani (363).

209. Contro il poeta de Brie.

O de Brie, un enigma di tal natura sorge dalla tua opera, che ben s'adatta ad essere proposto ad Edipo dalla Sfinge: ti ostini a pronunciare continuamente la parola Cordigera completa, tuttavia in nessun luogo dell'intero libro c' per te la prima sillaba di Cordigera (364).

210. Tusco il bevitore (365).

Il medico dice a Tusco: Il vino dannegger i tuoi occhi. Tusco medita tra s quale decisione prendere. Egli osserva: Il cielo, la terra, il mare e tutto ci che la gente  solita ammirare, io li ho visti e rivisti da sempre, ma ancora molti vini mi rimangono da gustare, quando il nuovo anno porter mosti novelli in quantit. Allora con decisione e senza rimpianti, esclama: Addio, cari occhi miei, perch io ho visto abbastanza, ma molto ancora mi resta da bere.

211. Arno lo spergiuro (366).

Arno, hai fatto giuramenti a non finire; sei arrivato finalmente al punto che non ne hai pi bisogno. Ovunque ormai, o consumato spergiuro, si crede allo stesso modo a ci che tu dici e a quello che giuri.

212. Per lo stesso.

Continui a giurare, Arno, e minacci tutti. Vuoi sapere quale vantaggio ricavi da un simile contegno? L'esito del tuo giurare  che oramai nessuno ti crede; l'esito delle tue minacce  che nessuno teme queste minacce (367).

213. Per lo stesso.

Finora nessuno ha avuto piedi migliori di Arno, ma qualche tempo fa egli perse l'uso delle mani a motivo d'un congelamento; tuttavia egli ama lo scontro. Suppongo che tu sappia che cosa un uomo possa compiere in un combattimento, se i suoi piedi sono veloci e le sue mani monche. Ma se la lingua d'un uomo  senza ritegno e la sua mano invalida, allora a costui la lingua spudorata dovrebbe essere tagliata da una mano non invalida.

214. Su Marullo (368).

Il medico ammon Marullo dagli occhi cisposi a non bere pi vino, o Teodoro, pena la cecit. Per obbedire al medico, anche se contro voglia, per ben due giorni interi si astenne dal bere; quindi gli venne sete al pensiero del suo solito vinello. Con foga allora usc di casa, senza curarsi dei saggi ammonimenti del medico. Era appena giunto al suo vino, quando tristemente si rivolse ai suoi occhi destinati a perire, ora che il vino era a portata di mano. Qui finisce il mio viaggio, qui mi avete condotto miei fedeli occhietti, ora (369) bevete e, dolci guide, addio!. Il gusto e l'aroma del vino permangono; egli rimane imbambolato davanti al colore che sfuma, mentre la sua vista si affievolisce fino alla completa cecit. Malgrado ci, egli mitiga la propria sventura, confortandosi al pensiero che avrebbe perduto soltanto la qualit meno importante del vino.

215. Risco cavaliere codardo.

Risco, prudente cavaliere, reso esperto da lungo tirocinio, alleva cavalli di tempra diversa, e non senza motivo; infatti ne ha due: uno pi veloce d'un uccello, l'altro pi lento d'un asino lento. E cos quest'ultimo porta senza fretta il cavaliere alla battaglia; l'altro lo riporta indietro prima che la tromba suoni (370).

216. Su Gellia (371).

Mente chi afferma, Gellia mia, che tu sia scura di pelle. A mio parere, Gellia, tu non sei scura: sei negra.

217. Alla stessa (372).

Dici: Sono tutta candore. Lo ammetto; ma se sei tutta candore, come mai questo candore  ricoperto da una pelle cos scura?

218. Ad Euparifo (373) che ipotec il suo podere
per comprarsi dei vestiti.

Non mi meraviglio che sudi sotto il peso dei tuoi vestiti, questi vestiti contengono ben quattro iugeri di terreno (374). Neppure un uomo nella sua tomba ha un cos gran cumulo di terra sopra di s, quanta ne hai accumulata su di te, ovunque sei e mentre ancora vivi.

219. Su Garemano che divenne povero
dopo aver venduto i suoi terreni.

Poco fa Garemano vendette i suoi terreni avti; ora si sente dire di punto in bianco che vive in povert. E pensare che non manca n d'ingegno n d'applicazione; ritengo piuttosto che il destino avverso gli abbia giocato un tiro mancino: avvedutamente scambi gli sterili campi per il giallo oro, ma nemmeno cos riusc a trarne profitto.


220. A Sabino (375).

Due mogli ti sono morte, hai sposato la terza, eppure delle tre nessuna ti  rimasta fedele. Perci, Sabino, tutto inferocito, non condanni soltanto le tue donne, bens, ingiustamente, l'intero sesso femminile. Se per tu volessi ripensare a tutto questo con mente serena, daresti su di loro un giudizio meno severo. Se tutte e tre si sono comportate nei tuoi confronti alla stessa maniera, vuol dire che questa sorte fatale  scritta nelle stelle fino dalla tua nascita. Se il tuo oroscopo ti impone di essere sempre becco (376), pretendi forse che tua moglie possa comandare alle stelle? Con un altro sarebbe stata casta. Del fatto che con te sia adultera ha ben ragione d dare la colpa al tuo destino.

221. Per un naufrago morso da una vipera sulla spiaggia.
Dal greco (377).

Un naufrago scamp alle furiose onde del mare. 1 lidi dell'Africa gli riservano un rifugio pi crudele del mare. Mentre giace sulla spiaggia, vinto da un sonno profondo, nudo e stremato, lontano dai flUtti Ostili (378), d'un tratto una vipera letale lo uccide. Invano scampasti alle acque, invano: te infelice, il fato ti aveva predestinato a morire sulla terra.

222. Il guaritore e la vecchia (379).

Un guaritore spalm di unguento gli occhi sofferenti di una vecchia, li bend e la convinse che, rimanendo cos per cinque giorni, avrebbe avuto sollievo. Nel frattempo le sottrasse tovaglie, pentole, mortai, piatti e ogni altro oggetto che non fosse assicurato dal suo stesso peso (380). Quando poi quella, guarita e sbendata, volse gli occhi intorno, si accorse che il corredo di casa era sparito. Alla presentazione della parcella (381), esclam: S'era convenuto che il tuo intervento mi avrebbe migliorato la vista, ma in fatto di arnesi casalinghi ci vedo meno di prima: allora ne (382) scorgevo molti, adesso pi nessuno.

223. Ad un tale.

Se tu fossi leggero di piedi come lo sei di mente, potresti sorpassare una lepre in campo aperto.

224. Su Erode ed Erodiade (383)

Mentre la figlia di Erodiade danza al cospetto di Erode e lo affascina con ci che avrebbe dovuto disgustarlo, il re, ebbro della sua passione per la moglie, ebbro del proprio successo sfacciato e, per giunta (384), di vino, esclama: Chiedi, ragazza, e giuro che ti sar data, se ti salta in mente di chiederla, la met di questo regno. Per suggerimento della madre scellerata l'empia figlia risponde: Dammi allora, te ne prego, la testa del Battista. Mi chiedi un dono, ragazza (se ancora pu dirsi ragazza una ballerinetta), mi chiedi un dono che forse non avresti il coraggio di guardare. Oh genitrice funesta, oh crudele matrigna (385) per colei che ti  figlia, tu che insegni a danzare e a sgozzare la gente (386). Il re si rammarica e cede contro voglia, solo perch sforzato dalla fedelt al proprio giuramento. Oh re leale, ma in quel caso nulla pi che leale! La stessa lealt  pi delittuosa di uno spergiuro (387).

225. Ad un bevitore.

Ti lamenti e rimproveri il mio ritardo perch non mi sono affrettato di pi al colloquio con te. Devo ammettere veramente di non averti incontrato al momento giusto: avrei dovuto scegliere un'ora pi tardi o una prima (388). Magari fossi arrivato di buon mattino lo stesso giorno o sempre di buon mattino il giorno dopo. Ora abbiamo incominciato a parlare d'affari, quando il giorno  troppo avanzato e, per il fatto che sei ubriaco, non siamo venuti a capo di niente.

226. Sii un dipinto raffigurante il banchetto di Erode.

La mensa di Erode  contaminata dal sangue di un uomo; contaminata pure la mensa di Flaminio (389). Questi due omicidi, cos simili, li provocarono donne di simili costumi: una danzatrice ottiene l'uno, una prostituta l'altro; ma ecco la differenza: la mercede della prostituta fu la vita di un criminale; quella della ballerina, invece, la vita di un uomo innocente.

227. Sullo stesso dipinto.

La mensa regale sorregge il capo troncato del Santo, che goccia un sozzo marciume. Cos il re Atreo imband al proprio fratello, il re Tieste, le membra dei suoi due figliuoli; cos la consorte diede in pasto al re Odrisio, da devota sorella ma da madre crudele, il figlioletto Iti ammazzato (390). Son queste le squisitezze che allietano le mense regali. Credi a me: non  questo un cibo da poveri.

228. Ad un uomo dal naso sproporzionato.
Dal greco (391).

Se tu puntassi il naso al sole, con la bocca spalancata, potresti segnare l'ora del giorno sui tuoi denti (392).

229. Ad un uomo imbellettato.
Dal greco (393).

Perch ti compri il belletto, la parrucca, la dentiera, il miele, la cera (394), quando con meno spesa potresti comprarti una maschera completa?

230. Ad un attore teatrale.
Dal greco (394).

Hai mimato tutte le parti in conformit alla storia, ma un numero, anch'esso importante, era contrario alla storia. Mentre facevi la parte di Niobe, te ne stavi in piedi come una pietra; quando rappresentavi Capaneo (395), eccoti d'un tratto abbattuto al suolo; ma quando imitasti Canace, brandendo la spada, e te ne andasti via illeso, quel tuo mimo era contrario al fatto storico (396).

231. Su un attore.
Dal greco (397).

Menfi mim Niobe, mim Dafne: Dafne come un pezzo di legno, Niobe come una pietra (398).

232. Quando gli uomini sobri sono sgarbati.
Dal greco (399).

La sera, quando beviamo, siamo esseri umani e cordiali; ma il mattino, un uomo che si alza con la sete  un bestione intrattabile.

233. Ad Andrea che rigetta
nel mare.

Sei grato, Andrea, e meritevole di ogni bene, perch a tua volta nutr i pesci di cui tante volte ti sei cibato (400).

234. Sullo stesso.

Il mare  adirato: ti sei nutrito dei suoi pesci. Giustamente ora reclama dalla tua bocca la sua prole.

235. Su una ragazza che cavalca
a gambe aperte (401).

Ragazza, chi pu negare che tu sia matura per il matrimonio, visto che stringi fra le gambe un cavallo cos grosso?

236. Ad un francese che si appropria
di versi antichi.

O francese, lo stesso intuito ed anche l'identica ispirazione che gli antichi poeti ebbero, ora sono anche tuo retaggio: gli stessi carmi e spesso gli stessi versi, che essi scrissero, anche tu scrivi, o francese (402).

237. Un burlone povero.

Un burlone, dopo aver osservato dei ladri che rovistavano di notte tutta la sua casa con grande cura, venne fuori ridendo: Sarei curioso di sapere cosa riuscite a vedere qui a mezzanotte, quando io non riesco a vedere niente a mezzogiorno (403).

238. La vita dei potenti  piena di ansie (404).

Colui che detiene uno sconfinato potere soggiace senza requie a penosi affanni. Angustiato da continue preoccupazioni, non si mostra in pubblico se non  circondato da fitti armigeri, non tocca cibo se altri non lo ha prima assaggiato. Si tratta certo di precauzioni utili: ma esse rivelano quanto sia poco sicura la vita di chi non ha altre difese che queste. Infatti le schiere di guardie gli ricordano quanto siano temibili le spade, e l'assaggiatore preventivo quanto insidiosi i veleni. Come potr dunque riuscire immune dalle apprensioni un luogo come questo, dove proprio ci che respinge le minacce alimenta il terrore?

239. Su un figliastro schiacciato dal monumento funebre
della sua matrigna.
Dal greco (405).

Stai cingendo, figliastro, con corone di fiori la colonna funebre della tua matrigna, pensando che con la morte anche il suo astio si sia spento. Ma quella d'improvviso si ribalta e ti schiaccia. Figliastri, se avete giudizio, state alla larga persino dalle tombe delle matrigne.

240. Ad un poeta che scriveva.
improvvisando (406).

Perch ci informi che hai scritto questi versi estemporaneamente? Il tuo libro,  chiaro, ce lo conferma, anche senza la tua spiegazione.

241. Sulle matrigne.
Dal greco (407).

Anche se gli vuol bene, una matrigna porta guai al figliastro (408): pu insegnarcelo Fedra, che fu la rovina di Ippolito.

242. Su un tale che affermava che alle sue poesie
non sarebbe mancata l'ispirazione.

Un arguto epigramma di un poeta spagnolo dice cos: Un libro durer se ha Ispirazione (409). Nel leggere questo verso, ti sei messo a comporre con tutta la tua intelligenza, eppure senza intelligenza (410). Non curi l'argomento, n lo stile della tua poesia: tale  la speranza che essa sopravviver comunque in virt della sua Ispirazione (411). Infatti non dubiti, uomo cos ispirato, che quanto prima, da qualche parte, l'Ispirazione si riverser sulla tua musa. Tu invece augurati che questo tuo libro manchi (e mancher di sicuro) dell'Ispirazione, dal momento che difetta d genuino talento (412). Quel genio in grado di prolungare la vita di questo libro sar uno di quei cattivi spiritelli che a migliaia ti circondano (413). Ma, anche cos, il tuo libro non vivr, se ti fidi della parola del medesimo poeta, perch per vita non s'intende solo sopravvivere, ma vivere in buona salute e forza (414). E se, per un libro, vivere vuol dire languire nel dileggio senza fine, allora sia concesso anche a te di vivere nell'oblio eterno.

243. Bramosia del potere.

Fra tanti re sul trono se ne trover a malapena uno, ammesso che uno ce ne sia, che si contenti di un regno solo; ma fra tanti re se ne trover a malapena uno, ammesso che uno ce ne sia, che governi saggiamente un solo regno (415).

244. Sulla resa di Tournai a Enrico Ottavo,
re d'Inghilterra (416).

Tournai, per la prima volta ti ha espugnata il bellicoso Cesare, non senza gravi perdite in entrambi i campi. Ti prende ora, e senza spargimento di sangue, Enrico, principe tanto pi potente di Cesare il Grande quanto  di lui pi virtuoso. Il re ha sentito come onorifica la tua conquista, ma tu hai sentito che per te era altrettanto vantaggioso l'essere stata presa.

245. Su Fabulla e Attalo (417).

Di recente Fabulla, in collera con Attalo per non so che motivo, decisa a farlo andare in bestia e a dimostrargli che lo considerava uomo da nulla, gli proclam che, se anche di quella parte che  propria delle donne ne avesse avute cento, a lui, Attalo, non si sarebbe degnata di concederne, fra tutte e cento, nemmeno una. No?, rispose l'altro: E cos' mai, peste della malora, questa tua improvvisa austerit, questa parsimonia? Certo eri abituata a mostrarti pi generosa. Saresti cos avara da non volerne imprestare neppure una su cento? Ma se prima, pur avendone una sola, davi quell'unica a cento uomini e cento volte per uno. Ahi! ho paura che questa tua inaudita continenza finir per procurarti qualche grosso malanno.

246. Un malato di febbre ed un medico bevitore.

Un ragazzo, mio domestico, era affetto da febbre semiterzana (418)) mi capit cos in quell'occasione di richiedere l'aiuto d'un medico della Sarmazia (419). Appena egli applic il suo pollice al polso del paziente e sent battere la vena, disse: La sua temperatura  alta, ma scender. Chiese quindi una coppa di vino e la bevve fino all'ultima goccia, come nemmeno Bizia (420) avrebbe saputo fare. Tracannata la coppa, sollecita l'ammalato ad una analoga bevuta; e, perch tale rimedio non sembrasse fuori del normale, spieg: La febbre del ragazzo  molto alta,  necessario quindi che beva abbondantemente: un grande fuoco non si spegne con poco liquido

247. La confessione di Espero (421).

Mentre Espero, secondo l'usanza religiosa, confessa ad un sacerdote i peccati commessi, questi gli fa l'esame di coscienza e cautamente indaga su ogni genere di trasgressione, domandandogli, fra le altre, se per caso, indulgendo al costume profano, avesse mai prestato fede (422) ai perfidi demoni. E che, Padre, rispose quello, dovrei credere ai diavoli? Ma se a malapena riesco, e con tanta fatica, a credere in Dio (423)!.


248. Sul dio momento.
Dal greco (424).

Da dove veniva questo scultore?. Da Sicione. Bene, dimmi chi era. Lisippo. E tu chi sei?. Sono l'Occasione, che tutto doma. Perch avanzi in punta di piedi?. Giro sempre intorno. E le ali, perch le porti ai piedi?. Mi muovo come un'aura leggera. E perch la tua destra  armata con un tagliente rasoio?. Per indicare che nessun taglio affilato pu essere paragonato a me. Perch la chioma ti copre la fronte?. Perch se qualcuno mi vuol prendere, stia davanti a me. Perch la tua nuca  calva?. Perch una volta che mi sar dato a precipitosa fuga sulle mie veloci ali, se qualcuno vuol riportarmi indietro, non lo potr. E cos l'esperta mano dello scultore mi ha modellato in tal guisa, da offrirti un insegnamento imperituro.

249. Su Fillide e Prisco,
che si amano con diseguale ardore (425).

Tanto  adatta Fillide a sposare l'ardente Prisco quanto un'acqua cristallina a mescolarsi con un vino spumeggiante. L'amore di Prisco per Fillide  pi caldo di un fuoco ardente, quello di Fillide per lui  pi freddo di un'acqua ghiacciata. Sar una unione senza rischi: ma se anche lei bruciasse, come potrebbe una sola casa resistere a una duplice fiamma?

250. Su antiche monete conservate nella casa
di Gerolamo Busleyden (426).

Come Roma fu riconoscente nel passato ai suoi condottieri, cos lo sono tutti costoro verso di te, o Busleyden. Roma fu salvata dai suoi comandanti, tu conservi, ora che Roma non  pi, i comandanti romani. Infatti le antiche monete che riportano le effigi dei Cesari (427) o di uomini famosi sia di allora sia di prima, queste ricerchi con venerazione per i secoli passati e collezioni, e di queste ricchezze soltanto hai stima. Ora che una spessa polvere occulta  loro archi trionfali tu conservi i nomi e le effigi dei trionfatori. Le piramidi non sono monumenti tanto insigni ai loro nobili dormienti, come lo  il tuo prezioso cofanetto di monete, o Busleyden.

251. Sullo stesso.

Perch, mio caro Busleyden, tieni rinchiusa la tua gentile Musa nel segreto del tuo cassetto (428)? Perch la nascondi al buio, quando merita la luce? Perch neghi a lei questo favore? Perch lo neghi all'umanit intera? La tua Musa dovrebbe essere conosciuta da tutto il mondo, perch le rifiuti questa gloria? Il mondo intero dovrebbe godere dei suoi frutti deliziosi. Perch tu solo ti opponi a tutti gli uomini? Ti sembra che la casta schiera delle vergini dovrebbe essere tenuta lontana dalla societ degli uomini (429)? Ammetto che un simile ripiego sia fonte di ansiet per le vergini, ma solo per coloro che potrebbero perdere la loro integrit. Non temere, pubblica la tua Musa dall'inflessibile (430) purezza, elegante e dotta. E certamente, come la tua attraente Musa non sar inferiore alla stessa Diana per il candore verginale, cos ugualmente non sar da meno alla stessa Minerva nel gusto, nella vivacit dell'ingegno, nella bellezza.

252. A Busleyden
per la sua stupenda casa di Mechlin (431).

Poco fa rimasi stupefatto nel contemplare con occhi estasiati (432) le eleganti decorazioni della tua casa, o Busleyden; con quale incantesimo, piegando i fati, hai ottenuto il ritorno di cos tanti antichi artisti? Penso infatti che soltanto le mani di Dedalo abbiano potuto costruire questo splendido palazzo dagli ingannevoli labirinti (433). Le pitture sembra che le abbia fatte Apelle (434) e crederesti che le sculture siano opera di Mirone. Quando ammiro i lavori modellati in creta, ci vedo l'arte di Lisippo, mentre le statue mi fanno pensare alla maestria di Prassitele (435). Dei distici contrassegnano ogni opera d'arte, distici che Virgilio (se non  lui l'autore) avrebbe certamente desiderato aver composto (436). Penso che soltanto l'organo (437), che imita una cos vasta gamma di suoni con le sue canne, sia al di l della capacit degli antichi. E cos, tutta la tua casa  una nobile opera dell'antichit, oppure un'opera moderna capace di sorpassare l'antichit. Possa questa casa; che ora  nuova, avere una lenta e tardiva vecchiaia, ed anche allora possa vedere il proprio padrone ancora giovane (438)?

253. Su Filomeno ed Agnella
sposati in malafede (439).

Ecco riapparire ai giorni nostri dei miracoli di Venere qual; non se ne videro, credo, neppure nel tempo antico. Il fiore dei giovanotti, Filomeno, e Agnella, fiore delle fanciulle, si uniscono in giuste nozze con il favore della dea di Pafo. Ma lui, ahim! troppo si insuperbisce per la propria apprezzata voce e lei tutta si gonfia per le lodi rese al suo carattere tranquillo (440). E cos finiscono per ascrivere ai proprii meriti e non alla generosit di Venere quelle nozze che tante volte avevano invocato nelle loro preghiere. Per questo la dea muta l'aspetto di quegli ingrati e, per impedire loro di accoppiarsi, li trasforma in due specie diverse: d'un tratto Filomeno diventa un cuculo che canta tutte le estati e Agnella una famelica lupa (441).

254. Rimedi per prevenire
l'alito cattivo causato
da certi cibi.

Se vuoi che i tuoi porri affettati non diffondano nell'aria il loro sgradevole odore, segui il mio consiglio: divora una cipolla subito dopo i porri. Poi, d nuovo, se vuoi eliminare l'alito cattivo della cipolla, troverai un efficace toccasana se ti metti a masticare dell'aglio. Ma se l'alito rimane pestifero anche dopo l'aglio, allora o noti ci sar pi alcun rimedio, o soltanto la merda sar in grado di toglierlo (442).

255. Al lettore del Nuovo Testamento
tradotto da Erasmo da Rotterdam (443).

Viene in luce (444) l'opera santa e l'immortale fatica del dotto Erasmo, e grandi sono i vantaggi ch'essa arreca alle genti. La nuova Legge infatti riusc dapprima guasta per difetto dell'antico traduttore, quindi fu disseminata di errori dalle mani discordanti dei copisti. Forse tempo fa Girolamo ne aveva emendati gli errori, ma scritti di tanto pregio sono andati perduti per annosa incuria (445). Perci adesso, ripurgata dalle corruzioni, appare di bel nuovo tradotta per intero, cos che la nuova Legge di Cristo risplende di nuova luce (446). Tuttavia Erasmo non ha voluto mettere in discussione con puntiglio ogni singola parola e ha conservato religiosamente tutto ci che appariva appena accettabile (447). Accade cos che, se uno percorre queste pagine a volo d'uccello, pu forse aver l'impressione che esse non rechino un contributo importante (448), ma, se le ripercorre minutamente passo a passo, giudicher che non esiste lavoro pi grandioso e pi utile di questo.

256. Al reverendissimo eccetera Tommaso,
cardinale e arcivescovo di York,
per una copia
del Nuovo Testamento
offertagli da Erasmo (449).

Padre e protettore incomparabile degli uomini di cultura (450), tu dal cui labbro pende il coro delle Muse, tu che, per quanto il popolo ti tributi reverenza e onore, ricevi omaggio inadeguato alle tue virt (451): questo libro ti giunge da lontano da parte del tuo caro Erasmo. Ricevilo, te ne prego, con l'animo stesso col quale egli te lo offre. Non dubito che lo farai, perch a buon diritto il nome dell'autore attira il favore sull'opera, come l'opera lo attira sull'autore: questi  sempre stato un tuo ammiratore, quella non  che la Legge di Cristo, che fu sempre in cima ai tuoi pensieri. Da questa legge attingi l'illuminata saggezza, che ti consente di amministrare la giustizia persino al cospetto di Momo (452), tant' che fra l'ammirazione del popolo risolvi liti complicate in modo che persino la parte soccombente non abbia di che lagnarsi. Non  l'avvedutezza umana che ti conduce a questo, ma la Legge di Cristo, regola unica cui si ispirano le tue sentenze (453). Accogli perci quest'opera, prelato onorandissimo, con voto benigno, e continua, come ora, a voler bene al suo autore (454).


257. Al reverendissimo eccetera arcivescovo di Canterbury (455).

Molti segni rivelano, o divoto prelato, che sono stati bene impiegati i copiosi benefici tante volte assegnati ad Erasmo dalla tua mano generosa (456) e che egli non trascorre nell'ozio quel raccoglimento che tu gli assicuri: tuttavia questo testo ne  la prova pi bella (457). Per quanto egli abbia pubblicato numerosi volumi, che non sono certo riusciti infruttuosi, pure questa recente opera supera tutte le precedenti. Il vantaggio  di tutti, ma l'onore va spartito soltanto fra voi due. Lui ha fornito il lavoro, tu, ottimo prelato, il capitale: ma egli cede a te la sua parte di vero cuore. Tutto quello che fa, lo ascrive a tuo merito (458). Questo , padre benigno, il frutto che egli chiede della sua fatica: che in grazia di essa tu acquisti l'amore d ognuno ed egli il tuo.

258. Iscrizione funebre sulla tomba di Jane,
gi moglie di Thomas More,
che destina il medesimo sepolcro a s e ad Alice,
sua seconda moglie (459).

Qui giace Jane, cara mogliettina di Thomas More: destino questa tomba ad Alice e a me stesso. L'una, che mi fu legata nei miei verdi anni, ha fatto s che un ragazzo e tre ragazze mi chiamino padre; l'altra si  dedicata ai figliastri (vanto raro per una matrigna) com' difficile che una madre si dedichi ai propri figli (460). L'una visse al mio fianco e l'altra ci vive in modo che non saprei dire se quella mi fu pi cara o non lo sia questa. Oh, come saremmo vissuti bene noi tre insieme uniti, se il destino e la morale lo consentissero! Possa congiungerci il sepolcro, possa congiungerci, come supplico, il Cielo: cos la morte ci dar quello che non pot darci la vita.

259. A se stesso, quando si rallegrava
di essere scampato a una tempesta (461).

Che giova essere sfuggito alle furiose procelle del mare (462)? Sia breve la tua gioia, se non vuole essere sconsiderata. Essa  come la pausa di sollievo, che accenna a ristorare i malati d febbre cronica quando il loro male crudele alterna le sue fasi previste (463). Quanto pi numerosi sono i mali, che ti aspettano sulla terraferma tanto sospirata, rispetto a quelli che dovresti affrontare sui flutti burrascosi! Prima di morire ti toccher saggiare il ferro [nella tua carne] o diverse malattie, una sola delle quali  pi dolorosa della stessa morte. Quella morte appunto, cui invano scampasti fra le onde infuriate, ma che non mancher di coglierti, in agguato, nel tuo letto.

260. A un prete grasso,
che aveva sempre in bocca il detto:
La scienza gonfia (464)

Dici che la scienza, come attesta Paolo in persona, gonfia chiunque. Tu ne stai alla larga. Com' allora, Padre reverendo (465), che sei cos rigonfio? A stento reggi sul grasso addome la pancia turgida (466) e la tua mente  tumida di vacua stupidit.

261. A Chelono (467).

Perch ti  cos antipatico il nome del tardo asinello? Una volta un filosofo divenne famoso per averlo descritto, o Chelono. Comunque, perch non si creda che sei in tutto e per tutto simile a lui, ti dir che egli era d'oro e tu sei piuttosto di piombo; egli aveva l'intelligenza d'un uomo in un corpo d'asino, tu hai l'intelligenza d'un asino in un corpo d'uomo.

262. Il mio gatto alle prese con un topo.

Appena consegnai al mio gatto un topo preso alla trappola, esso si astenne dal divorare la preda all'istante e con voracit, ma con grande controllo depose la tremante vittima in uno spazio aperto e cominci a giocare con movenze ammirevoli. Agita mollemente la coda, guarda il topo con occhietti furbeschi e, tutto gongolante di gioia, gira la testa di qua e di l. Dolcemente stimola con la zampa il topo impaurito perch se ne vada e, mentre quello si prepara a darsi alla fuga, lo riacciuffa; poi di nuovo gli d libero scampo e gli taglia la strada. All'improvviso lo getta in alto con la zampa e lo afferra al volo con la bocca; poi si allontana, dandogli l'impressione d poter ancora fuggire. Si accovaccia e appena il topo cerca di svignarsela, con un balzo lo ghermisce divertito, e immediatamente lo riporta nel posto da dove era scappato. L'infido gatto di nuovo finge di andarsene e con sorprendente intuito vuole saggiare le intenzioni del povero malcapitato. Mentre a pi riprese ripete l'esperimento e, sicuro di s, si porta pi lontano, il topo d'un tratto trov una fessura e spar. Quello di botto ritorn sui suoi passi e sedette di guardia davanti alla crepa, invano. Il topo, protetto dal nascondiglio, fu al riparo dal nemico. La trappola lo avrebbe certamente ucciso, se il felino, che di solito provoca la morte, non lo avesse difeso e salvato (468).

263. Si rallegra per aver ritrovato in vita
colei che aveva amato
quando era appena un ragazzo (469).

Sei ancora viva, Elisabetta, che nei miei primi anni ho amata pi di me stesso, e riappari ora ai miei occhi! Che sorte avversa ti ha tenuta lontana da me per tanti anni! Quando ti incontrai ero quasi un ragazzo e sono quasi vecchio oggi che ti rivedo. Avevo sedici anni e tu all'incirca due di meno, quando il tuo viso mi rap in un amore innocente, un viso che adesso  irriconoscibile nel tuo aspetto: dove se n' fuggito? Quando mi torna alla memoria l'immagine che un tempo mi fu cara, ahi! come la tua sembianza presente non le assomiglia per nulla! Il tempo, sempre invidioso di ogni fresca bellezza, ti ha rapita a te stessa, ma non ha potuto rapirti a me. Quell'avvenenza del tuo volto che tante volte trattenne i miei occhi, adesso mi occupa il cuore. E usuale che un fuoco languente, soffocato dalla sua stessa cenere, s ravvivi a soffiarci su: cos anche tu, pur tanto diversa da quella che eri, fai s che al recente richiamo l'antica fiamma sfavilli (470). Ed ecco mi sovviene di quel giorno lontano in cui ti vidi per la prima volta mentre giocavi in un gruppo di fanciulle, quando i tuoi capelli biondi si sposavano al candore del collo (471), le guance erano come neve, come rose le labbra; quando i tuoi occhi stellanti catturarono i miei (472) e attraverso gli occhi mi giunsero fino al cuore; quando rimasi a lungo imbambolato, come se m'avesse colpito la folgore, a pendere dal tuo viso. Un amore cos ingenuo e semplice, cos mal celato, spingeva al riso i miei compagni e le compagne tue. Cos fui preso dalla tua bellezza, fosse essa perfetta, o che a me paresse maggiore di quanto non era, o che riuscisse determinante lo spuntare della pelurie nella prima giovinezza con quell'ardore che accompagna di solito l'inizio della pubert, o che qualche aspetto celeste comune ai nostri due oroscopi esercitasse i suoi influssi sui nostri cuori. Che anche il tuo si fosse infiammato lo lasci infatti trapelare una chiacchierina che ti viveva accanto e conosceva i tuoi pi intimi segreti. Cos fummo sorvegliati e una porta, pi efficace delle stesse stelle, ci imped di stare insieme, come gli astri avrebbero voluto. Ed ecco che questo giorno ci ricongiunge, dopo che tanti inverni sono trascorsi e noi, separati, seguimmo differenti destini: un giorno tale che di rado ebbi a viverne di pi felici per la commozione di incontrarti ancora viva. Tu che un tempo, in tutta innocenza, ti impadronisti dei miei sentimenti, anche oggi, con altrettanta innocenza, mi sei rimasta cara. Era stato (473) un amore casto: a non renderlo oggi peccaminoso, se non bastasse la rettitudine, basterebbe l'et (474). Dopo venticinque anni (475) il Cielo benigno ti restituisce a me in buona salute e a te mi restituisce. Prego perch fra altrettanti anni io possa, sano e salvo, rimirarti (476) sana e salva (477).

264. Thomas More saluta i suoi carissimi figli
Margaret, Elizabeth,
Cecily e John (478).

Faccia visita, quest'unica lettera, ai miei quattro figliuoli e l'augurio paterno l serbi in buona salute. Mentre, percorrendo il nostro cammino, ci inzuppiamo di pioggia (479) e troppe volte il cavallo si impantana nel fango, non cesso di rimuginare per voi questi versi (480) che, per quanto grezzi, spero che vi saranno cari. Da essi potete cogliere una testimonianza dei sentimenti di un padre che vi ama pi della luce degli occhi; non riescono a distrarlo da voi il terreno fradicio, il cielo minaccioso di tempesta, il cavallucco magro costretto a guadare acque profonde, di guisa che, dovunque si trovi, dimostra di pensare a voi. Infatti, mentre il cavallo incespica spesso e minaccia di cadere, egli, ci malgrado, non desiste dal comporre versi. La poesia, che in molti sgorga da un animo quasi deserto di affetti, a chi  pieno di sollecitudine viene facilmente ispirata dall'amor paterno. Non c' da stupirsi se vi amo di tutto cuore: avere dei figli non  cosa da poco. La natura provvida ha legato il genitore alla prole e fa s che i loro animi siano stretti da un nodo erculeo (481). Da esso nasce in me quell'indulgenza per le vostre menti ancora inesperte, che tanto spesso mi induce a vezzeggiarvi prendendovi in braccio; da esso l'abitudine mia di darvi dolcetti da mangiare e mele mature e belle pere; da esso l'abitudine di adornarvi con vest di seta e il non aver mai potuto sopportare di vedervi piangere. Sapete bene infatti quanto frequenti fossero i miei baci e quanto rare le busse: la frusta che usavo non fu mai altro che una coda di pavone, e anche quella ve la infliggevo con mano esitante e leggera, perch i vostri sederini teneri non portassero i segni della verga dolorosa. Ah, che padre insensibile e quello - e tale merita d'essere chiamato - che non condivide le lacrime della propria creatura! Non so come si comportino gli altri, ma voi sapete bene quanto io sia mite di temperamento e compassionevole. Ho sempre amato appassionatamente quelli che ho messo al mondo e sono stato (com' dovere di un padre) indulgente. Ma adesso il mio affetto si  cos ingigantito, che mi sembra di non avervi mai voluto bene in passato. Ci deriva dai vostri modi assennati malgrado l'et infantile (482), dai vostri animi educati ai migliori princpi, dall'eleganza con cui vi esprimete padroneggiando gi la lingua e soppesando ogni parola a ragion veduta. Tutto questo mi tocca il cuore con impulsi cos meravigliosi e mi lega talmente a voi, mia prole, che il fatto di avervi generato (causa unica , per molti padri, del loro affetto) per quanto mi riguarda sembra quasi non aver peso. Perci, schiera carissima di figli miei, continuate a conquistarvi il cuore di vostro padre, e come con le vostre qualit ottenete il risultato che a me sembra di non avervi mai amati prima d'ora, cos con le vostre qualit fate in modo (e ne siate capaci) che a me sembri in futuro di non amarvi adesso.

265. Si scusa perch mentre conversava
con un eminente prelato,
non aveva notato
una nobile signora
entrata nella stanza
e rimasta in piedi a lungo
mentre essi parlavano.

Poco fa ti sei degnato di farmi visita cortesemente, o eminente prelato, e di entrare nella mia umile casa (483). Mentre conversavi con me tanto piacevolmente che io pendevo tutto dalle tue parole, d'un tratto, come mi riferirono tardivamente i miei servi, in realt ieri (quando la cosa era avvenuta da tanti giorni), una signora (484) fece il suo ingresso: l'abbigliamento era splendido, superato comunque dalla sua bellezza, sorpassata a sua volta dalla sua virt. Avanz fino al mio divano, e stette in piedi per lungo tempo a me vicinissima quasi a toccare il gomito con il gomito. Individu ed esamin una collezione di monete (485) d'antico conio e prov diletto, famosa nobildonna, nell'ammirare le effigi d uomini cos famosi. Si degn di assaggiare alcuni dolcetti dalla mia mensa frugale e la loro fragranza s'accrebbe nella sua bocca gentile. Tuttavia i nostri occhi non si volsero a contemplare una cos esaltante bellezza; oh, la mia innata ottusit senza confronti (486)! Ora io perdono i miei servi per non avermi avvertito: certamente nessuno di essi pensava che il loro padrone avesse la testa tra le nuvole. O occhi miei, avvezzi a percepire da lontano quel fascino che ogni ragazza emana! Son forse diventato vecchio e i miei sensi sono svampiti dal mio corpo? O questa mattina un cattivo spiritello era presente al mio risveglio (487)? mi hai sedotto (488), prelato, con la tua amabile conversazione, a tal punto che non ero capace di prestare attenzione ad altro se non a te? Orfeo, con la sua arte e la sua lira (489), aveva attratto le belve a s; anch'io sono stato soggiogato dalla tua avvincente loquela. Ma tale seduzione mi pone nel grosso rischio che lei pensi ch'io l'abbia trascurata, e che mi s'incolpi di averla vista con la coda dell'occhio, mentre, mia ospite, stava accanto a me, e poi d'aver sostenuto che non c'era. Ma preferirei che la terra s'aprisse e m'inghiottisse piuttosto che il mio animo ostentasse una cos crudele rozzezza che, quando una bella ninfa, come inviatami sulle aure leggere, entrasse nella mia camera, io, almeno, non la guardassi, se l'occasione altro non permette, e non cercassi di conquistare garbatamente, nei limiti del lecito, il suo favore. Oh, com' avvilente non poter parlare! Ammette tutto chi non pu negare nulla, perch non conosce la lingua. Ora, dal momento che ho poca dimestichezza con il francese, lingua nativa ed unica della mia signora, posso essere perdonato da tutti, ma non sar certamente scusato dall'unico giudice cui  affidata la mia causa nel bene e nel male. Chi un tempo fu ferito dalla lancia tessala, dalla stessa lancia ottenne la guarigione (490). Poich questa vergogna l'ha provocata il tuo amabile conversare (che mi ha fatto dimenticare me stesso ed ignorare la dama), questa vergogna la deve riparare il tuo amabile conversare) e farmi riconquistare la benevolenza della mia signora.

266. Versi estratti dall'Antimorus
di de Brie cui fa riferimento
l'epigramma
sotto riportato.

Mentre dicevo queste cose, tutte le dee della vendetta e le Furie assediavano le mie orecchie, una turba radunata dalle profondit infernali: Aletto e Tisifone, la testa inghirlandata di orridi serpenti, e la terrificante Megera dal volto truce (491).

More.

De Brie, allorch si rese conto che molti lettori si lamentavano che scrivesse solo menzogne, per ovviare a questo difetto, decise di pubblicare qualcosa di vero, senza ambiguit di sorta e di cui nessuno potesse negare l'evidenza, anche se l'autore era sempre de Brie. Che fatica trovare qualcosa cui la sua leggerezza non togliesse ogni credibilit (492)! Dopo aver esaminato varie proposte, riflettendo a lungo e rompendosi le meningi, finalmente trov una cosa che tutti, di comune accordo, ammettono essere pi vera del vero; scrisse, il bello spirito, che tutte le Furie gli coronavano il capo leggiadro (493).

267. A proposito della nave Cordigera e dell'Antimorus,
una raccolta di scritti poetici
del francese Germain de Brie (494).

Ecco, una selva ed una zattera possiede Germain de Brie, ricco di beni per terra, ricco di beni per mare. Vuoi sapere qual vantaggio gli procurino l'una e l'altra? Le sue follie corrono sulla zattera (495), le Furie dimorano nella foresta.


268. Su un verso endecasillabo,
o meglio di tredici sillabe
estratto dall'Antimorus
del francese Germain de Brie

Aver composto e aver divulgato sulla bocca di tutti (496).

More.

Dopo essere rimasto sbalordito spesso e a lungo del fatto che componevi dei versi cos esageratamente lunghi, quanto nessun poeta antico o moderno, mi sono messo all'opera, o de Brie, per scoprire come mai ci sia potuto accadere. Finalmente ho appreso che  tua norma misurare i versi non secondo la metrica o i piedi, ma... a cubiti (497).

269. Sullo stesso argomento

Perdona Germain (498), o lettore, per aver inserito tredici sillabe in un poema in endecasillabi: non ha imparato a contare tanto da arrivare sicuro, in ordine, da uno a undici. Non pretendo che mi enumeri le stelle o le onde del mare o, sarebbe un lavoro pi gravoso, gli errori del suo poema (499). Se contasse gli anni dell'assedio di Troia, le nove Muse, gli otto piedi del Cancro o le sette foci del Nilo o i tuoi libri dei Fasti, Ovidio; se contasse le regioni del cielo (500) o i cavalli di Febo, se contasse le tre Furie tre volte furioso lui stesso a causa delle tre; se riuscir a contare i suoi occhi (ma non accetto una competizione senza fare una scommessa, se perdo voglio che sia una grossa perdita), se riuscir a contare i suoi occhi, ripeto, anche se ne ha due soltanto, allora vi permetter di cavargliene uno (501).

Fine.



EPIGRAMMI DELL'EDIZIONE DEL 1518 NON COMPRESI NELL'EDIZIONE DEL 1520.

270. Sul fato.
Dal greco (502).

Se sei portato (503) lasciati portare e sopporta; se invece ti adiri, avrai leso te e ci che porta continuer a portarti, anzi ti trasciner.

271. Contro Giacomo re di Scozia (504).

Mentre il pio Enrico con le sue armi vittoriose ti richiama, o Francia, all'obbedienza del pontefice romano, ecco che l'empio re Giacomo di Scozia invade con schiere ostili il regno britannico. I patti solenni tante volte sanciti non valgono a trattenerlo dal volgere le armi contro il fratello di sua moglie, dal farsi alleato del re di Francia nemico della fede, dal bramare il naufragio della navicella di san Pietro (505). Che quest'uomo abbia progettato simili nefandezze non deve stupire: fin da ragazzo s'era macchiate le ancor tenere mani del sangue di suo padre. Il suo sterminio e quello dei suoi furono dunque volont di Dio:  toccata agli scellerati la loro solita fine.


EPIGRAMMI NON COMPRESI NELLE EDIZIONI DEL 1518 E DEL 1520.

272. [Versi scritti alla fine d'una serie
di nove pannelli dipinti su tela] (506).

Nella nona rappresentazione era dipinto un poeta che sedeva su una sedia. Sopra questa figura erano scritti i seguenti versi in latino.

Il poeta.

Se qualcuno si diletta di ammirare queste immagini fittizie, ma a motivo della meravigliosa arte pensa che quelle siano delle persone vere, costui pu nutrire la mente di verit, come appagare i suoi occhi con le immagini dipinte. Infatti egli noter che i beni fugaci di questo vano mondo, non arrivano tanto veloci, quanto veloci passano. I piaceri, la lode, l'onore (507), tutto velocemente svanisce, eccetto l'amore di Dio, che dura per sempre. Dunque, mortali, diffidate d'ora in poi delle cose futili, n abbiate alcuna speranza nei beni transitori: offrite preghiere all'eterno Dio, che ci dar in dono l'eterna vita.

273. Epigramma di Thomas More (508), erudito giovane,
su un lavoretto grammaticale di Holt (509).

Questo grazioso libro di Holt che tu stai leggendo, questi candidi furterelli (510), sia tu uomo o giovinetto, lo dovrai chiamare latte dei fanciulli. A mio giudizio, questo libro che espone precetti agli scolaretti come se si trattasse di latte, ha un nome piacevole ed anche appropriato. Leggete queste lezioni, giovani inglesi:  nel vostro pi vivo interesse che quest'opera, bench piccola,  stata predisposta (511). Holt, con insonne studio, ha ricercato e scelto da innumerevoli volumi quelle poche regole ordinate nella minuscola grammatica, che voi siete in grado di leggere in pochi giorni. Egli ha vagato diligentemente in tutti i campi: come ha saputo assolvere bene l'ufficio dell'ape produttrice di miele! Ha riposto in questo piccolo alveare tutto il gustoso miele che aveva ammassato in dolci cumuli. Sia quest'opera, per i giovani inglesi che desiderano entrarvi, la prima porta al corso completo di grammatica. Veramente gi in passato uomini dotti costruirono questa porta, ma ognuno di loro fiss i propri limiti, dovendo usare la lingua latina. A che giova una dispensa ben fornita, se una porta che non puoi aprire t'impedisce di gustare i cibi prelibati? Fanciullo inglese, come te la cavi in latino? Certamente non puoi capire al primo giorno le parole latine. Ti conviene, finch sei giovane, giacere sotto le ali di una nutrice ed apprendere la lingua straniera per mezzo del tuo idioma nativo. A dire il vero, una porta in lingua inglese all'apprendimento della grammatica era gi stata costruita da lungo tempo (512). Ma quella porta  vecchia e scardinata dai ripetuti colpi (513): appena toccata scricchiola per il costante logorio. La nostra porta (514) invece  nuova, dall'accesso agevole per le giovani schiere: come prontamente si apre al pi lieve tocco d'un dito (515)!

274. Un epigramma di Thomas More.

Suvvia fanciullo (516)? Gioisci chiunque tu sia, che ti sei nutrito dell'amabile libro di Holt. Egli non ti ciba con la carne n con le acerbe bacche del corbezzolo (517), ma ti offre tazze ricolme di dolce latte. I pezzi di carne sono indigesti al tuo pancino e le bacche del corbezzolo sono una tenue linfa come d'acqua insapore. Ma il latte alimenta senza gravare il bambino e dolce  il sapore al suo palato (518). Ecco perch sei stato nutrito con questo cibo, ed  sembrata la cosa pi ovvia: lo stomaco cos delicato non poteva sopportare grandi pesi. Ora che sei svezzato, ti suggeriamo una dieta non troppo leggera: prendi qualcosa di pi sostanzioso. Pertanto nutriti molto piacevolmente alla tranquilla mensa di Sulpizio (519) o saziati dei salutari cibi di Foca (520) o accingiti a bere i vini novelli dei sipontino Perotti (521) o i vini invecchiati nelle botti di Diomede (522) o scegli qualunque altro tu voglia seguire, che per sappia dosare da intenditore il piacevole all'utile (523). Ma tu che hai seguito i consigli di Holt o i miei, fidati soprattutto degli insegnamenti di Sulpizio. Holt ha suggerito che i nomi irregolari e il genere dei vari nomi siano studiati nell'opera di Sulpizio. L apprenderai la sintassi, ma solo dopo aver coniugato i perfetti e i supini di ciascun verbo (524). E se tu sei diligente, ti renderai conto alla fine che le poesie di gran lunga pi belle sono quelle che si sono mantenute nei loro limiti. Dunque, o giovani, quando siete entrati nella compagnia delle Muse, quando, grazie a Sulpizio, siete in grado di portare il plettro e la lira, allora dite: Quando le nostre destre non sapevano tenere la lira, fu Holt che ci allatt col suo dolce latte (525).

275. Thomas More sui Progymnasmata di Linacre (526).

Chi legger con cura questi consigli del dotto Linacre, se ne afferra il senso, dir: Dopo cos tanti grossi volumi di grammatica, questo libriccino (527) non  venuto fuori invano: il libro  minuscolo, ma al pari di uno splendido brillante, per quanto piccolo, ha un grande valore.

276. Versi composti sopra un dittico che rappresenta assieme.

"Erasmo e Pieter Gilles, opera dell'esimio pittore Quentin Metsys (528); Erasmo  raffigurato mentre inizia la sua Parafrasi sulla Lettera ai Romani (529) (i libri nel quadro hanno bene in vista il loro titolo) (530); accanto a lui Gilles tiene in mano una lettera scrittagli da More e che il pittore riproduce esattamente (531).

Parla il dipinto.

Io rappresento Erasmo e Gilles cos profondamente amici, come lo furono un tempo Castore e Polluce. More si rammarica d'essere in un luogo lontano da loro, lui che nell'affetto  ad essi cos intimamente unito quanto uno a stento potrebbe esserlo a se stesso. Cos essi trovarono un rimedio al desiderio dell'amico assente (532) : una lettera affettuosa gli avrebbe restituito il loro sentimento, io la loro immagine.

Parla More.

Penso che tu riconosca dai loro volti, se qualche volta li hai gi visti, coloro che qui stai ammirando; se no, la lettera scritta a uno dei due te lo render manifesto, e l'altro, perch tu lo conosca, ecco che scrive il proprio nome. Il titolo dei libri, famosi e letti in tutto il mondo, potevano dirti d quale personaggio si tratti, anche se egli taceva. O Quentin, innovatore dell'arte antica, artista non inferiore al grande Apelle (533), meravigliosamente dotato per vivificare figure inanimate mediante una geniale combinazione di colori. Perch mai, ohim! ti piacque di dipingere sul fragile legno con tanta cura i ritratti di cos illustri uomini, cos ben eseguiti come raramente l'antichit produsse, come pi raramente la nostra era ha saputo produrre, come i tempi futuri, ritengo, non produrranno mai? Quei ritratti dovevano essere affidati ad un mezzo pi durevole che potesse conservare negli anni ci che vi era stato impresso. O se tu avessi potuto cos provvedere alla tua fama e al desiderio dei posteri! Infatti, se le future generazioni conserveranno un po' d'amore per le belle arti e l'orrore della guerra non distrugger le opere dell'ingegno, a qual prezzo i posteri compreranno questo dipinto (534)!

277. [A un frate, che aveva trovato a ridire
su un paragone tra amici e fratelli (535)].

Volendo indicare in pochi versi che due personaggi erano grandi amici, scrissi poco fa che essi erano amici fra loro come lo furono un tempo Castore e Polluce (536). Un fraticello in vena di scherzare mi dice: Sbagli a paragonare amici con fratelli. Rispondo: E perch mai? Si pu forse essere amico di qualcuno pi di quanto lo siano tra di loro due fratelli?. Ma questi rise della mia ignoranza, tanto crassa da non conoscere un fatto cos notorio, ed esclam: Il nostro convento  vasto e affollato da pi di duecento confratelli, eppure mi venga un accidente se fra tutti e duecento ne trovo due che siano amici fra loro.

278. Quartina di Sir Thomas More scritta
tre anni prima della sua morte (537).

Vaneggi se nutri la speranza d'una lunga attesa quaggi: anche un pazzo, o More, ti pu convincere di questo. Smetti di vaneggiare e medita di stare in cielo: anche un pazzo, o More, ti pu convincere di questo (538).

Un altro distico dello stesso autore
scritto nello stesso tempo.

Tu che ricordi More, possa la tua vita essere lunga, e la tua morte una porta aperta all'eterna vita (539).

279. Una quartina di Thomas More.

Se apprezzi la poesia e la prosa, se ami la religione o l'alta cultura, leggi allora le opere di Busleyden, ispirato da Apollo e dalle Muse, prezioso vanto della sua patria nativa (540).

280.

Ho gi letto il materiale che mi mandasti da leggere, ma lo lessi con pari piacere e dolore, felice di non vedere niente di assolutamente terribile. L'autore ha composto quegli scritti sulla sua misura: un uomo mai buono e sempre il migliore, un uomo veramente malvagio, il migliore dei malvagi (541).

281. Promemoria matematico

Sottrai pi da pi.
Sottrai meno da meno.
Aggiungi meno a pi.
Aggiungi pi a meno (542).


NOTE.

Nota 1. Il temporale scoppi il 23 giugno 1509, il giorno precedente l'incoronazione, mentre Enrico e Caterina procedevano, attorniati da uno splendido corteo, dalla Torre verso il palazzo di Westminster. L'episodio  narrato nella cronaca di Grafton ("The Chronicle of John Hardyng [...] together with the Continuation by Richard Grafton [...]", ed. Henry Ellis, London, 1812, p. 591; lo stesso testo in "The Great Chronicle of London", ed. A. H. Thomas e I. D. Thornley, London, 1938, p. 340): quando quella compagnia fu passata con ogni onore, segu una nobile compagnia di gentiluomini, impeccabilmente vestiti, e dopo di loro venne la regina da sola seduta su una lettiga trainata da cavalli, vestita d'un mantello di tessuto prezioso, con un cerchietto di seta, oro e perle tra i capelli, attorno al capo. Ma quando sua grazia ebbe da poco passato il segno del cappello del cardinale a Cornehill, venne un temporale talmente improvviso e con tale forza e abbondanza che il baldacchino sopra di lei non bast a impedirle di bagnarsi il mantello e la pelliccia di ermellino incipriata insieme a quello, ma ella acconsent ad essere portata sotto le volte della loggia dei drappieri finch il temporale fosse passato, il che avvenne presto, ed ella prosegu il cammino.
Nota 2. Perstetit: la forma usuale, tanto per "persto" quanto per "persisto",  "perstitit". Ma cfr. l'epigramma n. 167, nota 2.
Nota 3. Firpo 52.
Nota 4. Per i due versi Ver [...] redit cfr. Orazio, "Carmina", 4, 7, 9-12.
Nota 5. Con licenza poetica More attribuisce a Platone una ben definita dottrina del ciclo cosmico che richiama piuttosto la palingenesia degli storici (vedere gli "Stoicorum veterum fragmenta", ed. Hans F. A. von Arnim, Leipzig, 1903-1924, 2, 625-626). Platone tratt dei cieli politici e delle quattro et dell'oro, dell'argento, del bronzo e del ferro nella sua "Repubblica" (8, 3, 546a-547c), un passaggio che Marsilio Ficino mise in relazione con la quarta ecloga di Virgilio, vv. 4-7 ("Commentarius in locum Platonis ex octavo libro de republica de mutatione reipublicae per numerumfatalem", in "Opera omnia", Basilea, 1576, 2, 1425). I versi di Virgilio sono stati interpretati come espressione di palingenesia da Servio (Ecloghe, 4,4). Ficino Poi, adducendo come esempio il succedersi delle stagioni, evoc la dottrina della palingenesia anche nel caso del "Politico" (269b-269d) di Platone ("Theologia Platonica de immortalitate animorum", XV, 3, in "Opera omnia", 1, 391).
Nota 6. Citazione di Ovidio, "Metamorfosi", 1, 89.
Nota 7. Il torneo che per la durata di due giorni segu all'incoronazione fu una movimentata sfida tra cavalieri di Pallade e cavalieri di Diana (Hall, pp. 510-512).
Nota 8. Il 12 gennaio 1510 Enrico Ottavo e William Compton si sfidarono in incognito al torneo di Richmond e Compton, ferito gravemente, rimase tra la vita e la morte (Hall, p. 513). Sebbene fosse stato messo in guardia dal rischiare la vita scendendo in lizza (Hall, p. 521), Enrico venne quasi ucciso quando, nel marzo 1524, caric il suo avversario senza aver prima abbassato la visiera (Hall, p. 674).
Nota 9. Il termine machinae si riferisce probabilmente alle tribune della lizza destinate ad accogliere gli spettatori, ma i tornei conoscevano anche altri tipi d impalcatura imponenti e precari, in particolare i grandi carri allegorici mobili, in forma di castelli o di montagne con alberi e torri, larghi a sufficienza per occultare un buon numero di cavalieri in arcione seguiti dai loro scudieri. Vedere Hall, pp. 511-512, 520, 533-534, 689, e "The Great Chronicle of London", cit., pp. 341-343, 368-371.
Nota 10. Che nessuno sia stato ferito o ucciso durante il torneo dell'incoronazione  forse una conseguenza della prudenza di Enrico. Il secondo giorno del torneo, quando i cavalieri di Diana le presentarono i termini della sfida lanciata agli avversari, la regina consult Enrico, il quale, comprendendo che le due parti erano divise da rancore e contrasti, e pensando che l'accettazione della richiesta potesse dar luogo a qualche incidente, neg il suo assenso, ma, per pacificare gli animi, concesse che le due parti torneassero insieme dandosi solo alcuni colpi ben precisi (Hall, p. 512). Ci nonostante Enrico dovette intervenire per separare i combattenti ("The Great Chronicle of London", cit., p. 343).
Nota 11. Firpo 53 - Cfr. le note 17 e 33 dell'epigramma n. 19.
Nota 12. Tradotto da AP XI, 146; Pl. II, 46 ("eis rtoras"), 5.
Nota 13. Per una diversa interpretazione del greco (il testo  riportato in CW 3/II, "Commentary", p. 337, 24/1-6) e per alcuni commenti sulle modifiche introdotte da More nella sua traduzione, v. Lynch, "Anthologia Palatina II. 146", in Classical Philology, 48 (1953), 17-19. A Flacco pu essere rimproverata la convinzione che il termine solecismo derivi dalla citt di Soli in Cipro, mentre di fatto prende il nome dalla citt di Soli in Cilicia (Diogene Laerzio, 1, 51).
Nota 14. Tradotto da AP VII, 126; Pl. III, 32 ("eis philosphous"), 31 ("eis Fillaon").
Nota 15. Stando a Diogene Laerzio, che cita questo epigramma (8,84), Filolao di Crotone fu un filosofo pitagorico contemporaneo di Platone.
Nota 16. Tradotto da AP XI, 145; Pl. II, 46 ("eis rtoras"), 4. t evidente che l'epigramma  indirizzato a un oratore incapace di parlare in pubblico: la sua statua, che dava almeno l'impressione di saperlo fare, appariva superiore all'originale (Waltz, 10, 256).
Nota 17. Tradotto da AP IX, 13a; Pl. I, 4 ("eis anaprous"), 3.
Nota 18. Gli epigrammi n. 28 e 29 sono delle variazioni del n. 27 rese possibili dal fatto che i concetti di prendere e dare in prestito, espressi in greco da un unico verbo, vengono resi in latino da due distinte parole, "conducere" e "locare". Alludendo alla carit cristiana cui anche il povero pu ispirarsi nei suoi rapporti con gli altri poveri, Agostino scrive in "Enarratio in Ps. CXXV", 12 (C.C.S.L. 40, 1854), che chi pu camminare presta i suoi piedi allo zoppo, chi pu vedere presta i suoi occhi al cieco. Due composizioni poetiche sul medesimo tema vennero erroneamente attribuite ad Ausonio e stampate con le sue opere a Venezia (1496, 1501, 1507, 1517) e a Parma (1449). Vedere "Decimi Magni Ausonii Burdigalensis Opuscula", ed. Rudolf Peiper, Leipzig, 1886, pp. 419, 422.
Nota 19. Rispetto alle composizioni che precedono, la novit qui consiste nella distinzione delle azioni compiute dai due uomini, ripartite nei due versi: il cieco trasporta (r. 2), lo zoppo fa da guida (r. 3).
Nota 20. Adattato da AP IX, 11; Pl. 1, 4 ("eis anaprous"), I.
Nota 21. Gli epigrammi di AP IX, 12 e 13b sono simili, ma non altrettanto aderenti alla versione di More. Tutti e tre gli epigrammi greci rivelano un'enfasi ontologica: due esseri imperfetti si adattano l'uno all'altro per formare un unico essere completo. More tende invece a sottolineare il valore morale della mutua assistenza (r. 5).
Nota 22. Firpo 32.
Nota 23. Questa imitazione non ha un preciso modello greco e in effetti  una composizione originale. Le innovazioni di More sono di carattere morale (un convinto apprezzamento dell'amicizia), drammatico (impiego del discorso diretto) e politico (il contrasto con la superbia dei re).
Nota 24. Ancora una semplice variazione degli epigrammi n. 27, 28, 29 e 30. La novit consiste nell'aver concentrato nel secondo verso la duplice azione del portare e del guidare, mentre il primo verso esprime adesso l'idea di un buon affare o di un felice accordo, suggerita dal n. 32.
Nota 25. Tradotto da AP IX, 376; Pl. I, 56 ("eis nas"), 8.
Nota 26. Tradotto da AP IX, 30; Pl. I, 56 ("eis nas"), l.
Nota 27. Tradotto da AP IX, 398; Pl. I, 56 ("eis nas"), 12,
Nota 28. La punteggiatura delle edizioni del 1518 e del 1520 obbliga ad accordare celerem con uitam invece che con mortem, come sembrerebbe pi naturale. Di fatto l'aggettivo pu essere riferito a entrambi i sostantivi: il coniglio conduce la sua vita all'insegna della rapidit e ha tentato per l'appunto di salvarla con una fuga veloce; adesso invece non gli  concessa una rapida morte.
Nota 29. L'epigramma richiama AP IX, 14, 17, 18, 94, 371 (Pl. I, 40, 2; 1, 33, 7-8; 1, 40, 4; 1, 33, 9), dove, comunque, non vi  menzione alcuna della crudelt dell'uomo. Il caso pi famoso di una lepre tormentata dalla crudelt dei cani e dei cacciatori  quello del poor Wat, della povera lepre di Shakespeare ("Venere e Adone", rr. 679-708), ma il tema  attestato nella letteratura inglese anteriore ai tempi di More. Il lamento di una lepre  contenuto in una poesia medio-inglese composta di diciannove quartine per la quale v. CW 3/11, "Commentary", p. 340, 37/1-11, e Robbins, p. 109. Cfr. l'epigramma n. 83 e CW 4, 170, 457-458.
Nota 30. Tradotto da AP IX, 379; Pl. I, 70 ("eis poneros"), 1.
Nota 31. Al primo e al terzo verso del testo greco (CW 3/11, "Commentary", p. 341, 38/1-6) More legge "mus" (topo), in sintonia con le edizioni di Lascaris (1494) e di Manuzio (1503); ma quest'ultimo, fra i "corrigenda", recava la variante "us" (porco, cinghiale) attestata dall'autografo di Planude (Marcianus 481). La lezione corretta dovette essere "aix" o "ois" (capra o pecora; cfr. Waltz, 8, 14-15, e Leutsch-Schneidewin, 1, 268 e 2, 229, 471). Ma Erasmo, che conosceva il proverbio Anche una capra morde un uomo cattivo, cita e traduce il primo verso di questo epigramma greco nello stesso modo di More, notando che l'anonimo autore rovescia il proverbio, dicendo che gli uomini buoni sono morsi perfino da un topo, ai cattivi neppure un serpente osa accostare i denti; cio, agli innocenti via via si nuoce, per il fatto che sembrano poter essere offesi impunemente, in quanto persone che non contraccambieranno l'offesa ("Adagia", 896-897, in "Opera omnia", 2, 332-333).
Nota 32. Firpo 30 - Tradotto da AP XI, 395; Pl. II, 44 ("eis pordn"), I. Cfr. Svetonio, "Claudius", 32.
Nota 33. Firpo 4 - Tradotto da AP XI, 209; Pl. II, 45 ("eis parorists"), I.
Nota 34. Iro  il mendicante che si incontra in "Odissea", XVIII, 1-107. Cfr. ancora gli epigrammi 107, r. 7, e 143, r. 231. L'obolo  la moneta posta nella bocca del morto per consentirgli di pagare a Caronte, il traghettatore dell'oltretomba, l'attraversamento dello Stige.
Nota 35. Firpo 22 - Tradotto da AP XI, 166; Pl. II, 50 ("eis phedolos"), 2.
Nota 36. More si lasci evidentemente fuorviare dall'interpunzione erronea del testo greco a sua disposizione: "chrsis gar plotou, martys Apollphanes". La virgola dovrebbe seguire a "martys" (testimone) e non precederlo, e il testo greco significa Perch  l'uso ["chrsis"], o Apollofane, che d testimonianza alla ricchezza: La difficolt venne rimarcata dai curatori degli "Epigrammatum Graecorum annotationibus Joannis Brodaei Turonensis, nec non Vincentii Obsopoei & Graecis inpleraque epigrammata scholiis illustratorum libri VII. Accesserunt Henrici Stephani in quosdam Anthologiae epigrammatum locos annotationes", Francoforte, 1600: in altre edizioni, si legge a p. 267, la virgola precede "martys", un'interpunzione inesatta della quale More non si rese conto. Tanto importante  dunque interpungere bene. Per quanto anche di questo avrebbe dovuto accorgersi More, che non c' "Apollophans" ma "Apollphanes"; a meno che non abbia pensato che si debba sottintendere la seconda persona di un verbo di "esistenza" ["es", sei] e l'avverbio [per noi interiezione] "o" (p. 267). E' possibile che More abbia voluto dare al suo latino il senso: [di ci sei] un testimone, [o] Apollofane; oppure che il suo testo avesse le lezioni "plotos" e "Apollophans", che per non appaiono nelle edizioni del 1494 e del 1503.
Nota 37. La favola esopica del ragno che cattura la vespa e la divora (Perry, "Aesopica", p. 630) viene qui ampliata e rovesciata.
Nota 38. Il metro richiede comprendit e cos More probabilmente scrisse.
Nota 39. Vedere Aulo Gellio, 13, 18, 1-3, ed Erasmo, "Adagia", 402, in "Opera omnia", 2, 182.
Nota 40. Tradotto da AP XI, 410; Pl. II, 52 ("eis philosphous"), 11.
Nota 41. I cinici erano noti per il comportamento eccentrico e sfrontato che tenevano in pubblico (v. CW 14, "Commentary", 573/2). Cfr. CW 3/11, Appendix C, 652/2-5.
Nota 42. Il testo greco tradotto da More ha "bolbn" (latino "bulbus") in luogo della corretta lezione dell'AP, "bolbn" (latino "vulva"), un raro sostantivo che designa l'utero della scrofa, considerato una prelibatezza culinaria. Il termine si riferisce invece a vari tipi di bulbo commestibile e con propriet medicinali, fra i quali la cipolla, ma siccome nessuno di essi era considerato pi appetitoso dei ravanelli e dei legumi, l'epigramma perde la sua incisivit. Vedere T.L.L. 2, 2238-2239, e il "Thesaurus graecae linguae", ed. Henri Estienne, rev. C. B. Hase, W. Dindorf e L. Dindorf, 8 voll., Paris, 1831-1865, 2, 315. Dal testo dell'AP More escluse pure il termine "stryphnn", che si riferisce a una salsa piccante usata per accompagnare l'utero della scrofa ma non la cipolla.
Nota 43. Tradotto da AP VII, 135; Pl. III, 155 ("eis iatros"), 2.
Nota 44. Firpo 31 - Tradotto da AP VII, 538; Pl. III, 13 ("eis dolous"), 6.
Nota 45. Tradotto da AP VII, 553; Pl. III, 13 ("eis dolous"), 3.
Nota 46. Tradotto da AP IX, 442; Pl. I, 79 ("eis tychen"), 9.
Nota 47. Nella sua prima versione del 1518 More modera il vanto della Fortuna riferendosi al pescatore come a Marte, inteso nel senso di vittorioso o di vittoria (Adstetit et ridens Fortuna ait, heu Venus haud iam / Mars erat iste tuus, Mars erat iste meus: Si ferm e, sorridendo, la Fortuna disse: oh Venere, non era pi il tuo Marte, costui; costui era il mio Marte), perch Marte era l'amante ma non il marito di Venere ed entrambi vennero sorpresi a letto, ed esposti al ridicolo, dal burbero marito di Venere, Vulcano ("Odissea", 8, 266-366). La seconda versione del 1518 drammatizza la scena presentando Venere che parla per prima e che vede ritorcersi contro di s le sue stesse parole; ma la soluzione non trae vantaggio dal fatto che sia Venere a introdurre l'imbarazzante parallelo con Marte (Mars erat iste meus, Venus, inquit, uerba retorquens, / Illico Sors cadem, Mars erat iste meus: Il mio Marte era costui, Venere disse; rtorcendo le parole, subito la medesima Sorte: Costui era il mio Marte). La versione finale conserva il vivace scambio di battute e acquista forza grazie alla posizione enfatica di hera, ma ogni accento di sorridente canzonatura va perduto.
Nota 48. Tradotto da AP IX, 530; Pl. I, 79 ("eis tychen"), 10.
Nota 49. Tradotto da AP X, 5 l; Pl. I, 82 ("eis phthnon"), 1. Cfr. una pi ampia traduzione di Erasmo in "Adagia", 3387 ("Opera omnia", 2, 1044).
Nota 50. "Pitica", 1, 85.
Nota 51. Il modello greco di questo epigramma  incerto. Il testo latino di More rivela una qualche somiglianza con l'epigramma n. 12, dove per il soggetto  la conoscenza piuttosto che il timore di un male incombente. L'argomento di More richiama il seguente dilemma di Epicuro (Diogene Laerzio, 10, 125): Nulla infatti c' nella vita di tremendo per colui che ha capito veramente che non c' niente di tremendo nel non vivere. Cosicch  stolto colui che dice di avere paura della morte non perch lo addolorer quando sar presente, ma perch lo addolora dovendo giungere. Infatti ci che non disturba quando  presente, addolora senza motivo quando  atteso. Il male pi terribile, dunque, la morte, non  nulla per noi, perch appunto, quando ci siamo noi, la morte non c'; quando, invece, c' la morte, allora non ci siamo noi.
Negli "Apophthegmata", 3, 197 ("Opera omnia", 4, 189 EF), Erasmo attribuisce il dilemma a Diogene il Cinico. Cfr. Lucrezio, 3, 931-937, e 3, 1049; e vedere CW 4, 443-453. Ma il testo di More parla di un timore generalizzato, non di una specifica paura della morte, e non implica che egli non credesse nell'immortalit. Nel secondo distico More sembra rifarsi a una nozione stoica: Certe cose dunque ci tormentano pi di quanto dovrebbero; certe ci tormentano prima di quando dovrebbero; certe ci tormentano quando assolutamente non dovrebbero. Noi o accresciamo il dolore, o lo immaginiano, o lo proviamo prima (Seneca, "Epistulae morales", 13, 5; cfr. pure 24, 1). Cfr. "Cicerone, De natura deorum", 3, 6, 14. Nel "De conscribendis epistolis" (ASI) 1/2, 371) Erasmo fornisce, di un'argomentazione che egli chiama "complexio" (l'equivalente di dilemma), l'esempio che segue: Noi non dovremmo lasciarci angustiare dal timore degli eventi futuri: infatti, se saranno buoni, noi abbiamo paura senza motivo; se invece avversi, noi raddoppiamo la nostra infelicit. Cfr. l'epigramma n. 169.
Nota 52. Tradotto da AP IX, 455; Pl. I, 66 ("eis poiets"). La tradizione planudea, inclusa l'edizione aldina del 1503, possiede un titolo che identifica chi parla con Apollo: Ci che Apollo diceva di Omero. Se More ha introdotto a sua volta un titolo per identificare colui che parla - cosa assai verosimile perch altrimenti il verso non avrebbe molto senso -, questo titolo non compare nell'edizione del 1518, nella quale lo stico costituisce l'ultimo verso dell'epigramma 50. Chi ha reintrodotto un titolo nell'edizione del 1520 si  reso evidentemente conto che il verso  un epigramma a se stante scritto in onore di Omero, ma ha dimostrato di ignorare chi fosse a parlare.
Nota 53. Tradotto da AP XI, 251; Pl. II, 30 ("eis kophos"), 1. La traduzione di More venne pubblicata (III, IV, 83) nell'edizione arricchita degli "Adagia" di Erasmo pubblicata da Johann Froben di Basilea nel 1518 e venne preceduta dalle seguenti parole: Id Thomas Morus olim adolescens scite vertit hune in modum (Thomas More, un tempo, da giovane, lo tradusse elegantemente in questo modo, p. 533). Questa edizione, datata 1518 nel frontespizio, si chiude con una lettera di Froben al lettore datata 27 novembre 1517 e con un colofone datato settembre 1517: se ne pu dedurre che essa costituisce la pi antica stampa delle traduzioni di More.
Nota 54. Firpo 72 - Tradotto da AP V, 7; Pl. VII ("etairik apophthegmata"), 113.
Nota 55. Per gli innamorati che attribuiscono qualit divine a una lampada vedere Plutarco, "Moralia", 51317. Il gioco di parole sacra [...] sacris lumina luminibus non appartiene al testo greco. More fa leva su un doppio senso (sacro/maledetto) particolarmente conosciuto a causa del virgiliano auri sacra fames ("Eneide", 3, 57). Cfr. gli epigrammi 178, r. 3, e 195, r. 4. Un gioco di parole analogo  in Erasmo (A.S.I.) 1/3, 653/13-16.
Nota 56. Firpo 73 - Tradotto da AP VI, I; Pl. VI, 8 ("ap ghynaikn"). More si  anche ispirato alla versione latina di questo epigramma dovuta ad Ausonio ("Epigrammata", 65). L'ad speculum del titolo non significa [parlando] al suo specchio bens [sedendo o stando davanti] al suo specchio. L'espressione era di uso frequente in questo senso (Seneca, "Naturales quaestiones", 1, 16, 9; 1, 17, 2-5; Plinio, "Naturalis historia", 35, 40, 147; Marziale, 6, 64, 4; Svetonio, Caligula, 50, 1) e non  un errore causato dalla lezione erronea gratia (in luogo di Graecia, r. 3) della stampa 1518. Il curatore dell'edizione 1563 trov Graccia nel suo originale, ma corresse in gratia sulla base dell'edizione 1518 e cerc di conferirgli un senso mediante un punto interrogativo (modo gratia? amantum).
Nota 57. Firpo 5 - Tradotto da AP XI, 282; Pl. I, 38 ("eis iatros"), 7 ("eis asi nosontas").
Nota 58. Il verso sembra sia stato ispirato a More dall'epigramma 50, rr. 4-5. Si tenga presente anche il dilemma di Epicuro segnalato alla nota 1 dell'epigramma n. 50.
Nota 59. Firpo 6 - L'edizione del 1518 omette ALIVI) e salda per errore al precedente epigramma n. 55 questa variazione del medesimo originale greco.
Nota 60. Tradotto da AP IX, 404; Pl. I, 59 ("eis rnis"), 6.
Nota 61. Nominativo singolare. Per quanto non cos comune come "frux" o "frugis", tale forma  pure attestata (T.L.L. 6/1, 1448, rr. 21-24).
Nota 62. Per quanto altrove (epigramma 76, r. 10) More lo usi con il raro significato di alveare (T.L.L. 1, 1789, rr. 5-6), il termine indica abitualmente recipienti concavi di vario tipo. E un diminutivo di "alveus", che pu significare alveare (T.L.L. 1, 1789, rr. 62-70) ma che normalmente si riferisce a recipienti cavi. "Alveolus" e "alveus" derivano entrambi da "alvus", che pure pu avere il senso di alveare ma che ordinariamente significa ventre o utero (T.L.L. 1, 1800-1804). Il termine greco tradotto da More, "sknos", pu significare capanna o tenda, ma qui chiaramente vale corpo (visto come una sorta di tabernacolo o di contenitore). Sebbene situla faccia pensare che More intendesse alveolo nel senso di alveare, pu darsi che qui egli l'abbia usato nel senso, legittimo anche se mai attestato prima, di piccolo ventre o di minuscolo utero.
Nota 63. Firpo 74 - Tradotto da AP XI, 408; Pl. II, 9 ("eis grias"), 9.
Nota 64. Con l'assonanza tinctura / tensura More intese forse compensare la perdita del gioco di parole "prosopion" / "prsopo" (maschera/volto) presente nel testo greco (v. 4: Cos da avere una maschera e non un volto) e derivato da Gregorio Nazianzeno, "Poemata moralia", 29, 4, PG 37, 884.
Nota 65. Figlia di Dimante, re di Frigia, Ecuba fu la pi importante delle mogli di Priamo e madre di diciannove dei suoi cinquanta figli. Da lei nacque Paride, che rap a Menelao la moglie Elena, avvenente figlia di Zeus e di Leda (secondo una variante della tradizione, di Nemesi), la condusse a Troia e qui la spos scatenando la reazione dei greci.
Nota 66. Tradotto da AP X, 45; Pl. I, 80 ("eis yperopsan"), 2.
Nota 67. Vedere Platone, "Timeo", 90 A.
Nota 68. Cfr. Sap 7,1-5, e CW 6, 79/21-22.
Nota 69. Firpo 75.
Nota 70. Il medesimo tema ricorre nell'epigramma 118, tradotto dal greco. Contro gli astrologi More scrisse undici epigrammi satirici (nn. 60-65, 67, 101, 118, 169, 182), sei dei quali contro un astrologo le cui stelle non avevano rivelato le infedelt della moglie. Negli anni compresi tra il 1498 e il 1503 un astrologo italiano, dal nome anglicizzato in William Parron, cerc di guadagnarsi il favore di Enrico VII, al quale dedic quattro pronostici annuali e il trattato "De astrorum vi fatali" (1499). Nel trattato egli si propose di confutare un libro scritto contro l'astrologia da un autore che More ammirava, Giovanni Pico della Mirandola. Si tratta delle "Disputationes adversus astrologiam dvinatricem", stampate a Bologna nel 1495 e nel 1496. Parron si vantava pure di aver predetto, negli ultimi anni ottanta del Quindicesimo secolo, che un certo Edward Frank avrebbe fatto una brutta fine, e in effetti Frank venne giustiziato, sotto l'accusa di tradimento, nel 1490. Ma poich il pronostico di Parron venne reso pubblico nove anni dopo il fatto, questo pot sembrare un caso di previsione del passato. In un trattato dedicato a Enrico, principe di Galles, durante il periodo natalizio del 1502, Parron predisse avventatamente che la madre di Enrico, Elisabetta di York, sarebbe vissuta pi di ottant'anni. Mor invece il 1 febbraio 1503. Nell'elegia che More scrisse per la sua morte, ella si duole della falsa astrologia e arte della divinazione (E.W., seg. CO). Vedere C. A. J. Armstrong, "An Italian Astrologer at the Court of Henry VII", in "Italian Renaissance Studies", ed. E. F. Jacob, London, 1960, pp. 433-454.
Nota 71. Firpo 76.
Nota 72. Questo epigramma, combinato con il n. 65 per formare un'unica composizione, venne citato e lodato da Cornelio Agrippa nel "De incertitudine & vanitate scientiarum et artium", Anversa, 1530. Venne pure volto in italiano da Lodovco Domenichi nella sua traduzione (Venezia, 1547) del "De incertitudine" di Agrippa. Domenichi inoltre incluse la sua traduzione di questi versi nella "Nobilt delle donne", Venezia, 1549, adattamento di un'analoga opera di Agrippa. Essi apparvero poi in inglese (1569), francese (1582), nederlandese (1651) e tedesco (1713) quando il "De incertitudine" venne tradotto in queste lingue. Vedere, di Marianne S. Meijer, "Thomas More, Lodovico Domenichi et L'honneur du sexe fminin", in Moreana, 38 (1973), 37-41, e "Les aventures de deux epigrammes de Thomas More", in Moreana, 50 (1976), 5-9. Il testo di Esopo analogo a questo aneddoto (Doyle, "Neglected Sources", pp. 8-9) parla di un profeta cui viene svaligiata la casa e non di un astrologo tradito dalla moglie. Doyle ha pure notato che nel persiano "Golestan" ("Roseto") di Sa'di (ca. 1213-1292) sopravvive il caso del marito tradito: Un astrologo, rientrato a casa sua e trovato uno sconosciuto in compagnia della moglie, lo insult apostrofandolo con epiteti cos offensivi che ne seguirono un battibecco e una colluttazione. Informato della cosa, un uomo sagace disse all'astrologo: "Cosa puoi mai sapere dei corpi celesti se non sei in grado di dire che cosa accadr nella tua stessa casa?" (W. A. Clouston, "Flowersfront a Persian Garden, and Other Papers", London, 1890, pp. 36-37).
Nota 73. Firpo 77.
Nota 74. Poich l'edizione del 1518, quasi sicuramente per errore del copista o del tipografo, manca del r. 7, Brixio  nel giusto quando osserva che pridie non  stato usato qui correttamente. Egli richiama le "Elegantiae" di Valla (in "Opera omnia", Basilea, 1540, rist. Torino, 1962), dove si dice (1, 66) che "pridie" non pu essere usato in riferimento al presente, ma al passato o al futuro.
Nota 75. L'astrologo William Parron (vedere la nota 2 dell'epigramma n. 60) era in contatto con la corte di Enrico Settimo.
Nota 76. Efesto. Apollo (citato da More con l'appellativo di Febo, Brillante) svel a Efesto la tresca tra Afrodite e Ares. La ninfa Dafne, invece, per sfuggire ad Apollo innamorato di lei, si era trasformata in alloro.
Nota 77. Firpo 78.
Nota 78. Stulte pu essere un vocativo, e cos viene inteso nella traduzione, o un avverbio (perch vai cercando scioccamente di scoprire eccetera).
Nota 79. Una poesia analoga  nelle "Facetiae" di Heinrich Bebel, p. 100 (prima edizione Strasburgo, 1508; rist., ivi, 1509, 1512, 1514, e Parigi, 1516).
Nota 80. Firpo 79.
Nota 81. Firpo 80.
Nota 82. Caecus non va inteso in riferimento alla cecit fisica (nella "Teogonia", 465, Esiodo esclude esplicitamente la cecit di Saturno), ma alla negligenza di cui Saturno ("Kronos") dette prova divorando un sasso invece del figlio Zeus ("Teogonia", 485-491). Secondo il sistema tolemaico Saturno era il pianeta pi periferico.
Nota 83. Gli amori di queste divinit planetarie erano ben noti dalle "Metamorfosi" di Ovidio, 1, 452-567; 2, 708-751; 2, 846-875; 4, 171-189.
Nota 84. Firpo 81.
Nota 85. L'Hercules delle rr. 3 e 6, qui tradotto con vivaddio, pu essere certamente un'esclamazione anche se le forme "mehercules", "hercule" e "mehercule" sono pi comuni. Ma se l'esortazione morale contro la bellezza femminile  rivolta a Ercole, ci  segno che More aveva in mente l'immagine tradizionale di Ercole ai crocicchi delle strade, apostrofato da personificazioni femminili della Virt e del Piacere. i versi di More suonerebbero bene sulle labbra di Venere anche se niente di propriamente simile ad essi ricorre nelle numerose versioni della favola elencate ed esaminate da Erwin Panofsky in "Hercules am Scheidewege und andere antike Bildstoffe in der neueren Kunst", Studien der Bibliothek Warburg herausgegeben von Fritz Saxl, XVIII, Leipzig-Berlin, 1930, pp. 42-55.
Nota 86. Firpo 82 - Cfr. gli epigrammi n. 61, 62, 63, 64, 65.
Nota 87. Nome di un marito tradito in Marziale, 3, 26, e 12, 3 8.
Nota 88. Forse More impiega il termine "paraenesis" (comune in greco ma assai raro in latino), al posto di "exhortatio", perch la parola greca ha delle sfumature propriamente retoriche; Aftonio ("Progymnasmata", 1) lo usa per designare l'esortazione morale contenuta in una favola. Seneca traduce "paraeneticen" (sottinteso: "philosophiam") con praeceptivam ("Epistulae morales", 95, 1). A prima vista veram parrebbe superfluo, ma alcune correnti filosofiche, e specialmente lo stoicismo, giudicavano del tutto falsa una definizione della virt che riconoscesse - come presso gli epicurei e i peripatetici - una qualsivoglia importanza ai beni di questo mondo o della fortuna.
Nota 89. Sul "topos" della rosa che appassisce, simbolo dei piaceri terreni, vedere Don Cameron Allen, "Image and Meaning: Metaphoric Traditions in Renaissance Poetry", Baltimore, 1960, pp. 67-79.
Nota 90. Nella sua poesia per il "Boke of Fortune" More scrive che la Fortuna ti stringer fra le sue braccia [...] (IEW seg. C7v)
Nota 91. Firpo 7.
Nota 92. L'immagine  forse ispirata dalle rr. 3-4 di AP X, 74; Pl. I, 8 (eis arets") 5.
Nota 93. Firpo 8 - Tradotto da AP X, 69; Pl. I, 36 ("eis thnaton kai thanntas"), 1.
Nota 94. Firpo 58.
Nota 95. Vedere Erasmo, "Adagia", 3050 (in "Opera omnia", 2, 981B).
Nota 96. Per l'espressione exigui census vedere Orazio, "Epistolae", 1, 1, 43.
Nota 97. Il testo forse allude al cardinale Wolsey (vedere, ad esempio, George Cavendish, "The Life and Death of Cardinal Wolsey", ed. Richard S. Sylvester, E.E.T.S. Original Series n. 243, Oxford, 1959, pp. 19-25). Ma Wolsey non si segnalava per particolare grettezza o avarizia e del resto in Inghilterra non mancavano altri vescovi ricchi.
Nota 98. Firpo 9.
Nota 99. Quattro poesie sulla Fortuna contenute nell'"Antologia planudea", e che nell'edizione aldina del 1503 appaiono stampate l'una di fronte all'altra, furono tradotte da More direttamente (nn. 3, 6, 47, 48). Questo epigramma n. 72, che  sostanzialmente originale, sembra derivare dal greco nel senso che  stato ispirato da quattro altre composizioni del gruppo della Planudea sulla Fortuna (Pl. I, 79, nn. 13, 15, 16, 19; AP X, 62, 66, 80 e 96), stampate nelle due successive pagine a fronte. La Fortuna cieca e la sua ruota erano ormai proverbiali (Otto, p. 142). More non aveva bisogno di ricorrere a Pl. I, 79, nn. 16 e 19, per attingervi l'immagine della Fortuna che rapidamente esalta ed abbandona le sue vittime. Anche l'epiteto Lubrica, che rispecchia il greco "olisters [...] tyches" (cio: della sdrucciolevole fortuna) di Pl. I, 79, 15, r. 4, non  raro altrove (T.L.L. 7, 1689, rr. 63-65). Ma il nulla lege di More (r. 6) ricalca l'inizio di Pl. I, 79, 13: "Ou lgon, ou nmon ide tyche" (non ragione, non legge conosce la fortuna). Cfr. per "Oudn kat lgon ghghneth' on poii tyche" (niente avviene secondo ragione di quanto fa la fortuna, "Menandri Sententiae", ed. Siegfried Jaekel, Leipzig, 1964, p. 125, e Stobeo, "Anthologium", 1, 7, 5, ed. C. Wachsmuth e O. Hense, 5 voll., Berlin, 1884-1912, 1, 91).
Nota 100. Firpo 10 - L'epigramma  stato forse ispirato da AP X, 100; Pl. II, 47 ("Sympotik astismata"), 32: Per gli uomini  poco tutto il tempo, quello che noi miseri / viviamo: anche se canuta vecchiaia a tutti eventualmente rimanga, / quello della giovinezza  ancora pi breve. Poich dunque il tempo  fra confini [sic] per noi, / tutto vada pure in malora, canti, amore, simposi. / E' inverno il successivo periodo di vecchiaia. Neppure per dieci mine / starai zitto: tale ti aspetta strozzatura di coglioni [impotenza]!. Ma la conclusione del modello greco differisce da More.
Nota 101. Nestore, figlio di Neleo e re di Pilo, visse oltre sessant'anni secondo Omero, duecento secondo Ovidio: rappresent comunque un modello di vecchiaia avanzata, lucida e vigorosa.
Nota 102. Per l'espressione curva senecia cfr. Ovidio, "Ars amatoria", 2, 670.
Nota 103. Firpo 11.
Nota 104. Firpo 12.
Nota 105. I versi Scilicet ex illa [...] deficiente perit (Infatti, sin dal momento della nascita [...] tutto l'olio  consumato) sembrano parafrasare un brano di Seneca, "Epistulae morales", 24, 20. Cfr. pure Sap 5,13, e un detto di Teofrasto in Diogene Laerzio, 5, 41.
Nota 106. Cfr. Orazio, "Carmina", 1, 11, 7-8.
Nota 107. Firpo 23 - Tradotto da AP X, 41; Pl. I, 65 ("eis ploutountas"), 3.
Nota 108. "Epicurea", ed. Hermann Usener, Leipzig, 1887, rist. Roma, 1963, pp. 72, 292; Diogene Laerzio, 10, 133 e 140; "Epicuro", trad. Ettore Bignone, Bari, 1920, rist. Roma, 1964, pp. 57, 149. Marco Aurelio (7, 33) e Tertulliano ("Apologeticum", 45, 6) citano questo principio epicureo e Plutarco ("Moralia", 36B) lo definisce aforisma molto ammirato, nato con Epicuro. Ma la fonte pi prossima di More  probabilmente Cicerone, "De finibus", 2, 7, 22.
Nota 109. Non deve sorprendere che More abbia invertito il dilemma di Epicuro: tanto Cicerone ("Tusculanae disputationes", 2, 19, 44; 3, 17, 38) quanto Plutarco ("Moralia", 1087 E - 1088 A) lo avevano contestato essenzialmente per il motivo che alcune sofferenze, oltre che gravi, sono pure lunghe.
Nota 110. Firpo 24 - Cfr. Sal 76 (75),6, e Le 12,19-20. Vedere pi oltre la nota 2 dell'epigramma n. 139, e CW 13, 64/33-65/4.
Nota 111. Firpo 33.
Nota 112. Cfr. la parabola di Lazzaro e del ricco epulone (Le 16,19-26). Sulla tirannia vedere pure gli epigrammi n. 110, 114, 120, 121, 142, 162, 198, 201, 227, 238, 243.
Nota 113. Firpo 83 - La canzone inglese dalla quale More ha tradotto questo epigramma non  stata ancora identificata. Il tema sentimentale  molto comune nelle canzoni del tempo di More. Vedere, ad es., Robbins, nn. 165, 167-169. Sei versi del ms. Ff. 1.6 della Cambridge University Library, che iniziano con My whofull herte plonged yn heuynesse (il mio cuore dolente oppresso da [lett.: immerso nella] pesantezza), sono alquanto simili al testo latino di More. Se ne ha una ristampa a cura di Rossell H. Robbins in "The Findern Anthology", P.M.L.A., 69 (1954), 638.
Nota 114. Firpo 84 - A. J, Sabol ha individuato la fonte di questo epigramma nel manoscritto Fairfax (British Library Add. ms. 5654, ff. 13v-15), databile intorno al 1500 (Modern Language Notes, 63 [1948], 542). John Stevens ha pubblicato la raccolta di canzoni in esso contenuta, ivi incluso (p. 357) il testo segnalato, in "Music and Poetry in the Early Tudor Court", London, 1961. Per le moderne edizioni della musica che accompagnava le canzoni inglesi vedere Nan C. Carpenter, "Note on Two Epigrams of More", in Moreana, 50 (1976), 11, e, dello stesso autore, "St. Thomas More and Music: The Epigrams", in Renaissance Quarterly, 30 (1977), 24-25.
Nota 115. Cfr. Lucrezio, 5, 96.
Nota 116. Vedere la nota 2 dell'epigramma n. 37.
Nota 117. Firpo 85 - Vedere Poggio Bracciolini, "Facetiae", n. 154, 2, 41-42.
Nota 118. Firpo 86 - "Ampliamento" di AP X, 116; Pl. I, 15 ("eis gmon"), 7.
Nota 119. Firpo 87 - Cfr. l'epigramma n. 174.
Nota 120. Tradotto da AP XI, 213; PI 11, 19 ("eis zogrphous"), 1.
Nota 121. Tradotto da AP XI, 47-48; Pl. II, 47 ("sympotik astismata"), 17. In tutte le edizioni a stampa dell'"Antologia planudea" anteriori al 1549 i due epigrammi greci sono fusi in uno solo, cos come compaiono nel maggior numero dei codici di Anacreonte (Waltz, 10, 89). Nell'"Antologia palatina" e nell'autografo di Planude (Codex Marcianus 481) figurano come due distinte composizioni, la prima delle quali termina col r. 10. Gellio (19, 9, 6) cita inoltre il solo secondo epigramma, in forma leggermente diversa. La traduzione di More, probabilmente secondo l'edizione del dicembre 1518, venne ristampata al termine dei "De imitatione eruditorum quorundam libelli", Strasburgo, Joannes Albertus, marzo 1535. Il volume ospita trattati sull'imitazione dovuti a Celio Calcagnini, Giovanni Battista Giraldi, Gianfrancesco Pico della Mirandola, Pietro Bembo, Angelo Poliziano, Paolo Cortesi, Melantone e Quintiliano. Vedere Bob de Graaf, "Mores Choriambicum de vita suavi as a fill-up in a 16th-century Strasburg Schoolbook", in Moreana, 23 (1969), 53-55. La poesia di More  una traduzione, ma  chiaro che per lui la traduzione  solo una fase di un processo pi ampio, l'imitazione.
Nota 122. Eroicomica allusione allo scudo di Achille forgiato da Efesto (Omero, "Iliade", 18, 480-489).
Nota 123. Brixio nota giustamente che imbibus non appare negli scritti di alcun autore latino (CW 3/II, Appendix B, 528/22-530/9). Il termine non viene neppure registrato dai dizionari del latino classico o medievale. E' evidente che More lo ha coniato con il senso di incapace di essere bevuto fino in fondo, inesauribile seguendo l'analogia di "immensus" per "immensurabilis" o "immotus" per "immobilis". Esso traduce il greco "btynon", profondo.
Nota 124. La forma "Dionysius"  stata usata per indicare il dio Bacco da altri autori prima di More, e fra questi da Fulgenzio e da Ausonio (T.L.L., "Onomasticon", 3, 174, rr. 62-64, e 178, rr. 69-71). Bench poi Henri Estienne registri la forma greca corretta "Dinysos" nel suo "Thesaurus graecae linguae" (Parigi, 1572, 5, 762), altri dizio
nari latini del XV e XVI secolo (quelli di Giovanni Balbi, Venezia, 1487; Ambrogio Calepino, Venezia, 1506; Thomas Cooper, Londra, 1578; Carlo Stefano, Lione, 1595) conoscono solo la forma Dionysius come nome di Bacco.
Nota 125. La forma corrente  "balsamum", ma sono stati gi notati alcuni balsamus (TTL 2, 1710, rr. 1-2, e Latham) e "blsamos" (Henri Estienne, "Thesaurus", cit., 2, 97D). La resina dell'albero del balsamo veniva impiegata non solo nella preparazione di profumi e unguenti, ma anche di sostanze curative (Celso, 5, 3-6; 5, 20, 6; 6, 6, 34). La parola, probabilmente, non ha ancora assunto il suo significato alchimistico: essenza benefica e protettiva costituita da un olio morbido e penetrante che secondo Paracelso  presente in tutti i corpi organici (O.E.D., s.v. "balsam", 4, e "balsamum" 3).
Nota 126. Firpo 88 - Adattamento di AP XI, 68; Pl. II, 9 ("eis grias"), 2.
Nota 127. L'epigramma greco  sarcastico: Dicono alcuni, o Nicilla, che ti tingi i capelli, ma li hai comprati neri come il carbone al mercato (cfr. Waltz, 10, 242). More aggiunge uno scambio di battute (Come lo sai?) e un elemento comico nuovo: la donna ha acquistato al mercato una parrucca nera ma poi l'ha tinta con un altro colore (cfr. Hutton, "Anthology in France", p. 230). Cfr. Marziale, 6, 12. Sebbene l'epigramma greco sia un distico elegiaco, More, come Marziale, scrive un distico in trimetro giambico.
Nota 128. Cfr. AP XI, 213 (Pl. II, 19 ["eis zogrphous"], 1).
Nota 129. Nell'edizione del 1518 anche l'epigramma 93 era intitolato IN EANDEM, cosicch entrambi i titoli dei nn, 93 e 94 rinviavano all'epigramma 92, erroneamente nel caso del 93, giustamente nel caso del 94. Chi corresse, nell'edizione del 1520, il titolo del 93 dimentic di modificare il titolo del 94.
Nota 130. Garrod (p. 184) sostiene che s tratta di un errore di stampa per "finxerit", ma l'emendazione non  necessaria. Nel latino classico un'interrogativa indiretta vorrebbe il congiuntivo, ma nel latino preclassico e colloquiale l'indicativo  comune, specialmente in Plauto (Khner-Stegmann, 2/2, 491-492). Cfr. CW 14, 189/10-11.
Nota 131. Immagine proverbiale (Otto, 1318; Erasmo, "Adagia", 1707, in "Opera omnia", 2, 641 B). Siamo cullati dal proverbio fino a quando il senso, con l'ultima parola della poesia, non ne viene improvvisamente ribaltato.
Nota 132. In una lettera del 1520 (Allen, 4, 221, n, 1087, rr. 181-182) More rifer a Erasmo di aver scritto questo epigramma contro un inglese che stupidamente affettava linguaggio e maniere francesi mentre l'Inghilterra era in guerra con la Francia (gennaio 1512 - agosto 1514). Nella sua "Lettera a Brixio" (CW 3111, Appendix C, 604/18-30) precisa di averlo scritto quando la "Chordigera" di Brixio giunse nelle sue mani, forse ancor prima di andare in stampa. Brixio aveva ultimato la "Chordigera" il 23 ottobre 1512 e la prima edizione a stampa (Badius, Parigi)  del 15 gennaio 1513. Se ne deduce che, verosimilmente, More scrisse questo epigramma alla fine del 1512 o all'inizio del 1513. Cfr. i versi di Lucilio contro Albucio (citati da Cicerone, "De finibus", 1, 3, 9) e, per l'ironica ripetizione, Marziale, 2, 7. Questo epigramma suscit l'ammirazione di Giulio Cesare Scaligero ("Epistola ad Arnoldum Feronum Atticum de Verbo Inepti", in "Epistolae et orationes", Leiden, 1600, p. 423).
Nota 133. Ci non significa che il bellimbusto protagonista dell'epigramma avesse l'et di More, cio trentacinque anni. Nel titolo dei "Progymnasmata", infatti, More e Lily sono detti sodales (cfr. p. 124) bench il secondo fosse di circa dieci anni pi anziano di More.
Nota 134. Il nome  suggerito probabilmente dal termine greco "llos", chiacchierone.
Nota 135. I termini latini indicano evidentemente copricapi di vario tipo. "Filtrum" e "bir(r)etum" sono parole medievali. La prima significa feltro e designa vari oggetti confezionati con il feltro, inclusi i cappelli (J. H. Baxter e Charles Johnson, "Medieval Latin Word-List from British and Irish Sources", London, 1934, rist, ivi, 1947; Albert Blaise, "Dictionnaire latin-franais des auteurs chrtiens", Turnhout, 1954; J. F. Niermeyer, "Mediae Latinitatis Lexicon Minus", Leiden, 1954-1963; Du Cange; Latham). "Biretum" significa berretto, basco (Latham, Niermeyer). Brixio critic il medievale "filtrum": egli pensava che More avesse inteso con esso "chlamys", mantello (cfr. CW 3/II, Appendix B, 530/10-21), ma in latino esistono solo scarsi e poco rilevanti casi con quel significato, mentre l'inglese "felt" (O.E.D., s.v. "felt" sb.1, 2b) e il francese "feutre" ("feltre") furono usati prima e durante il Sedicesimo sec. per indicare un cappello di feltro, mai un mantello (Adolf Tobler e Erhard Lommatzsch, "Altfranzsisches Wrterbuch", 10 voll., Wiesbaden, 1925-1976, 3, 1796, e "Grand Larousse de la langue franaise", 6 voll., Paris, 1971-1978, 3, 1932). La parola latina classica "pil(l)eus" veniva usata nel Sedicesimo sec. come nome generico di vari tipi di copricapo ("chappeau" o "bonnet" in francese, "cappello" o "baretta" in italiano, "Hut", "Baret" o "Kappen" in tedesco, "sombrero" in spagnolo, "cap" o "bonet" in inglese, secondo Ambrogio Calepino, "Dictionarium undecim linguarum", Basilea, 1598; cfr. Niccol Perotti, "Cornucopiae", Parigi, 1514, e Thomas Cooper, "Thesaurus linguae Romanae et Britannicae", Londra, 1565).
Nota 136. Cfr. Ben Jonson, "New Inn", I, III, 4. Vedere ancora Tilley, P60; Walther, 25008, e Chaucer, Prologo a "The Canterbury Tales", rr. 637-643.
Nota 137. Otto, 1870: tria verba non potest iungere.
Nota 138. Cfr., di Chaucer, "Nun's Priests Tale", VII, rr. 3273-3281, e "Franklins Tale", rr. 859-880.
Nota 139. Per Lombardia nel senso di Italia v. CW 6, Commentary, 233/32-234/4.
Nota 140. Cfr. Erasmo, "Adagia", 611, in "Opera omnia", 2, 265AB.
Nota 141. Si diceva che coloro che avessero bevuto le acque del fiume Gallo, in Frigia, sarebbero divenuti pazzi. Dal fiume presero il loro nome i galli, i sacerdoti evirati e spiritati della dea frigia Cibele (Ovidio, "Fasti", 4, 361-365). Per la battuta finale cfr. Walther, 8258a.
Nota 142. Per le contrapposte opinioni di Platone e di Aristotele su questo punto v. CW 5, Commentary, 584/11 e 584/17-19.
Nota 143. La derivazione etimologica da "nike" (vittoria) e "las" (popolo) non appariva incongrua perch era la prima suggerita dalla vita di san Nicola contenuta nella "Legenda aurea" di Jacopo da Varazze (ed. Th. Graesse, Dresden e Leipzig, 1846, p. 22). Cfr. CW 5, Commentary, 584/17-19.
Nota 144. In un contesto giuridico "venenum" pu avere il significato di pozione dannosa o benefica ("Digesta", 50, 16, 236; Mommsen-Krueger, 1, 919), ma qui l'ambivalenza  corretta dal senso predominante di veleno.
Nota 145. Il ritratto di Venere sorgente dalle acque del mare era considerato dagli antichi il dipinto pi famoso e il suo autore, Apelle, il pi famoso pittore. Vedere AP XVI, 178-182, e Johannes A. Overbeck, "Die antiken Schriftquellen zur Geschichte der bildenden Knste bei den Griechen", Leipzig, 1868, pp. 344-351. Cfr. gli epigrammi 252, r. 9, e 276, r. 3.
Nota 146. L'aneddoto sulla combinazione dei tratti pi belli di svariate persone in un unico ritratto  riferito strettamente al pittore greco Zeusi (Cicerone, "De inventione", 2, 1, 1-3; Erasmo, "Ciceronianus", ASI) 1/2, 616-617, 620).
Nota 147. Se si prescinde dall'indizio incluso poco felicemente nel titolo (SED DEFORMISSIMI), la molla satirica non scatta fino all'ultima parola, dove ci aspetteremmo "dissimilis".
Nota 148. Firpo 25 - Adattamento di AP XI, 170; Pl. II, 50 ("eis pheidolos"), 6.
Nota 149. More cambia il nome dell'avaro, che nel testo greco  "Phidon" ("pheids" significa parsimonioso, cos come appare nel titolo latino: PARCUM), e adotta quello del servo ladro che, nelle "Bacchides" di Plauto, gioca sul suo significato ("chryss", oro; rr. 703-704). Il nome richiama pure "chrysalls", crisalide, o meglio il bozzolo color oro dal quale fuoriesce la farfalla. Nell'arte cristiana l'uscita della farfalla dal bozzolo simboleggiava la resurrezione ("Lexicon der christlichen Ikonographie", ed. Engelbert Kirschbaum et al., 8 voll., Roma, 1968-1976, 4, 96; cfr. Basilio, "Hexaemeron", 8, 8, PG 29, 184D). L'immagine  attestata anche nella seconda met del Sedicesimo secolo, v. Henkel-Schne, col. 912.
Nota 150. Tradotto da AP XI, 138; Pl. II, 10 ("eis grammatikos"), 1.
Nota 151. Nel testo latino di More la lingua "teme" i solecismi, nel testo greco la bocca  "costretta" (forse per sortilegio) a pronunciare solecismi (v. Waltz, 10, 123, e Dbner-Cougny, 2, 373; cfr. AP XI, 148). In entrambi i casi il pensiero di Eliodom  sufficiente a corrompere il linguaggio altrui. More pu aver confuso "deo" ("lego") con "dibo" (temo) perch entrambi i verbi sono semideponenti irregolari con un eguale tema del perfetto, "ded-". La sostituzione di mihi con Nostra riferito a una prima persona singolare (Mea sarebbe stato metricamente inadatto),  piuttosto maldestra; forse More intendeva suggerire che non soltanto la mia lingua, ma il nostro linguaggio teme i solecismi al solo pensiero d Eliodoro.
Nota 152. Pu trattarsi di Carlo Ottavo, morto il 7 o 8 aprile 1498, o di Luigi Dodicesimo, morto il primo gennaio 1515. Vedere la nota 2 dell'epigramma 60.
Nota 153. Ut usato in senso temporale (quando) con il presente storico  costrutto raro (Khner-Stegmann, 2/2, 361-362).
Nota 154. Tradotto da AP XI, 268; Pl. II, 13 ("eis dyseidis"), 11.
Nota 155. Tradotto da AP XI, 127; Pl. II, 40 ("eis poiets"), I.
Nota 156. Tradotto da AP XI, 369; Pl. II, 7 ("eis brachis"), 2. Cfr. Ovidio, "Fasti", 6, 
Nota 157. Vedere pure Omero, "Iliade", 3, 2-7; Aristotele, "Storia degli animali", 8, 12 (596b), "Histoire des animaux", ed. Pierre Louis, 3 voll., Paris, 1969, 3, 28; Eliano, "Propriet degli animali", 15, 29.
Nota 158. Tradotto da AP IX, 50; Pl. I, 87 ("eis phrontdas"), 1.
Nota 159. Tradotto da AP XI, 432; Pl. II, 3 ("eis anotous"), 2.
Nota 160. More si preoccupa di salvare il suono del greco "mros" (sciocco) e l'occasione di creare un gioco di parole col proprio nome. Vedere l'epigramma n. 278 e Germain Marc'hadour, "A Name for All Seasons", in "Essential Articles", pp. 539-562.
Nota 161. Firpo 26 - Erasmo, "Adagia", 1009, in "Opera omnia", 2, 409D-F. Egli cita e traduce l'"Etica nicomachea" di Aristotele, 1, 13, 12 (1102b), e richiama pure l'uso della massima, sempre da parte di Aristotele, nell'"Etica eudemea", 2, 1, 15 Cfr. CW 4, 40/7.
Nota 162. Per Iro, cfr. la nota 2 dell'epigramma 40 e la nota 16 dell'epigramma 143.
Nota 163. Firpo 27 - A differenza dell'epigramma precedente, che insiste sull'uguaglianza di fondo tra ricco e povero, questa versione del tema si concentra sul ricco soltanto e si costruisce in forma di dilemma (procedura particolarmente cara a More, cfr. nn. 12, 23, 50, 66, 72, 77-78).
Nota 164. Firpo 34. 1092 Cfr. l'epigramma n. 111 e CW 6, 490-491. Nella sua nota all'Utopia 194/2 (CW 4, 488), E. Surtz delinea la lunga tradizione che fa del re il padre del suo popolo. More gioca sull'ambivalenza del termine liberi, che pu significare figli e uomini liberi. Si cfr. il dialogo "Virgo misgamos" di Erasmo (ASI) 1/3, 294, rr. 192-193) e Terenzio, "Adelphoe", 74-78.
Nota 165. Firpo 35.
Nota 166. E' una variazione dell'epigramma n. 107 e fornisce, in tre distici, la seconda proposizione del sillogismo: 1. un tiranno trova la felicit solo nel sonno, 2. ma nel sonno  identico a un uomo povero, 3. pertanto un tiranno  felice solo quando  uguale a un uomo povero. L'ultima parola, uelis, aggiunge la sorpresa di un guizzo ironico sconosciuto al sillogismo originario.
Nota 167. Firpo 36 - Cfr. l'epigramma n. 109.
Nota 168. Firpo 37.
Nota 169. La concezione dello Stato come corpus reipublicae mysticum costituito dal re (la testa) e dal suo popolo (le membra) ha avuto un lungo e importante sviluppo giuridico nei tre secoli anteriori all'et di More (Ernst H. Kantorowiez, "The King's Two Bodies: A Study in Mediaeval Political Theology", Princeton, 1957, rist. 1966, pp. 207-232). Al tempo di More la vecchia concezione organologica che distingueva tra la testa e le membra era ancora diffusa e il re veniva semplicemente considerato come il capo in cui culminava il corpo mistico o politico del regno. Fu in tal senso che Enrico Ottavo, nel 1542, si rivolse al suo consiglio: "Sappiamo dai nostri uomini di legge che la nostra dignit regale non  mai cos alta come quando il Parlamento  convocato, dove noi come capo e voi come membra siamo congiunti e legati insieme in un unico corpo politico" (Kantorowiez, p. 228).
Nota 170. Cfr. Jean Gerson, cit. da Kantorowiez, pp, 218-219.
Nota 171. Firpo 38.
Nota 172. La forma del verso (esametri dattilici alternati con dimetri giambic)  la stessa degli "Epodi" 14 e 15 di Orazio. Charles Clay Doyle ha notato che Valerio Massimo ("Facta dictaque memorabilia", 6, 2, Externa 2) racconta di una vecchia che prega per la vita del tiranno Dionigi perch, avendo pregato per la morte dei suoi predecessori, aveva visto ciascuno di essi rimpiazzato da una persona peggiore. L'aneddoto compare pure nei "Gesta Romanorum", cap. 53 (ed. Hermann Oesterley, Berlin, 1872, p. 349), e nelle "Facezie" (ed. Abd-el-kader Salza, Livorno, 1900, n. 62, pp. 43-44) di Lodovico Carbone (1435-1482). Cfr. Erasmo, A.S.D. 4/1, 138/67-68.
Nota 173. Firpo 39 - Altra variazione dell'epigramma n. 107. Qui il sonno fa s che il tiranno perda non solo la sua presunta felicit, ma anche il suo potere personale.
Nota 174. Trunco [...] inani: cfr. truncoque similibus Hermae di Giovenale, 8, 53, che More cita nella sua "Letter to Dorp" (Rogers, n. 15, p. 55, r. 951).
Nota 175. Firpo 40.
Nota 176. Nella sua nota a "Utopia", 94/15 (CW 4, 367), E. Surtz ripercorre la lunga tradizione del re come pastore del suo popolo. Charles Clay Doyle ha notato che, indipendentemente dall'arditezza di chiamare cane un re, questo epigramma varia in modo significativo l'analogia tra re e pastore: la pecora arricchisce il pastore, mentre non arreca alcun vantaggio al suo cane. Cfr. Gv 10,12.
Nota 177. Firpo 89.
Nota 178. Il nome deriva dal greco "kleptiks", ladresco.
Nota 179. Charles Clay Doyle ha fatto notare che Plutarco ("Moralia", 186E) racconta su Alcibiade l'aneddoto seguente: Poich gli ateniesi lo avevano convocato dalla Sicilia per sottoporre a giudizio la sua condotta, egli si nascose spiegando che una persona in stato di accusa sarebbe sciocca a cercare il modo di salvarsi quando pu fuggire. L'antitesi "apophyghin [...] phyghin" (sfuggire / fuggire) del testo greco rispecchia effugies [...] fugias di More. Eliano ("Varia historia", 13, 38, 10) adotta la stessa antitesi nel suo resoconto dell'episodio.
Nota 180. Firpo 90 - Tradotto da AP XI, 159; Pl. II, 6 ("eis astrolgous), l.
Nota 181. Brixio (CW 3/II, Appendix B, 530/22-532/4) rimprover giustamente a More l'uso della preposizione "prae" nel senso di prima, bench il prefisso "prae-", come nel caso del PRAEDIXIT del titolo, ricorra frequentemente con quel significato. Forse More venne tratto in inganno dal "prmoiron" (prematuro, che previene il destino) del testo greco (v. 3), dal momento che "pr" come preposizione significa frequentemente prima. A prae patre si pu anche attribuire, con qualche forzatura, il significato: di fronte al padre (cfr. Tacito, "Annales", 14, 35,1).
Nota 182. Firpo 13.
Nota 183. More svilupp questa analogia fra mondo e prigione nei suoi "Four last tkynges" (1522, EW) e "Dialogue of Comfort against Tribulation" (CW 12, 258-280, 428).
Nota 184. Firpo 41 - Charles Clay Doyle ha segnalato un parallelo nel "De clementia" di Seneca (1, 19, 6). Cfr. pure Plutarco, "Moralia", 20813, e Erasmo, "Institutio principis christiani", A.S.D. 4/1, 154-155, rr. 584-589.
Nota 185. Firpo 42 - Nelle sue note a CW 4, 96/3 e 194/3, E. Surtz segue da Aristotele e Senofonte a Tommaso d'Aquino e ad Erasmo l'idea che un vero re governa sopra sudditi liberi e consenzienti. Per la convinzione erasmiana che il "consensus" era l'autentico fondamento dell'autorit reale v. James Tracy, "The Potitics of Erasmus", Toronto-Buffalo-London, 1978, p. 35.
Nota 186. Il termine latino "precarium" indica qui qualcosa che viene concesso in uso fino a quando il concedente non decide di rientrarne in possesso (cfr. la definizione in Mommsen-Krueger, 1, 750).
Nota 187. Tradotto da AP XI, 103; Pl. II, 32 ("eis leptos"), 8. More si differenzia dall'originale greco, dove l'interlocutore diretto dell'epigrammista era il solo Alchimo.
Nota 188. Firpo 91 - Tradotto da AP IX, 132; Pl. I, 77 ("eis sophrosynn"), 2.
Nota 189. Figlio di Teseo e dell'amazzone Ippolita, Ippolito respinse l'amore della donna che Teseo aveva sposato, Fedra. Costei simul di aver subito violenza e denunci il figliastro al marito, il quale prest fede alla calunnia e si appell al padre Poseidone per essere vendicato. I cavalli di Ippolito, che si apprestava a partire per l'esilio, vennero cos spaventati da un mostro marino suscitato da Poseidone e causarono la morte del giovane. Fedra invece si uccise perch respinta dal figliastro oppure per il rimorso di averne causato la morte: entrambe le versioni sono in Euripide.
Nota 190. Tradotto da AP IX, 387; Pl. I, 69 ("eis sophrosynen"), 4. Il titolo IN URBEM RHOMAM nasce da un fraintendimento del testo greco, che si riferisce non a Roma come seconda Ilio ma a Ilio stessa, ricostruita dai romani.
Nota 191. Una traduzione di Giulio Cesare Germanico ("Anthologia Latina", n. 708)  molto simile alla versione di More: Te Marte inferior, Martis amica tamen (pi debole di te riguardo a Marte [in guerra], amante tuttavia di Marte [della guerra]). Ma la somiglianza  probabilmente fortuita, perch la traduzione di Germanico sembra sia stata trasmessa da un unico manoscritto pubblicato non prima del 1579 ("Poetae latini minores", ed. Aemilius Baehrens, 6 voli. Leipzig, 1879-1986, 4,13).
Nota 192. Tradotto da AP XVI, 16; Pl. I, 47 ("eis metriteka"), 2.
Nota 193. Cfr. il proverbio nil nimis (niente [sia] troppo, Otto, n. 1229; Walther, 16078), ma l'espressione di More richiama pi da vicino Seneca ("De tranquillitate animi", 9, 6): Vitiosum est ubique, quod nimium est (dovunque  un difetto ci che  troppo).
Nota 194. Cfr. Otto, n. 1083.
Nota 195. Tradotto da AP X, 63; Pl. I, 73 ("eis ptochos"), 2.
Nota 196. Tradotto da AP X, 46; Pl. 1, 74 ("eis siopn"), I. Cfr. Diogene Laerzio, 8, 10. Il titolo traslittera (echemytha", una parola usata propriamente indicare il precetto pitagorico del silenzio (Plutarco, "Vita di Numa", 8, 6, e "Moralia", 72813; Ateneo, 7, 308D).
Nota 197. Firpo 92.
Nota 198. Forse More parla del toro in ottone del tiranno di Agrigento Falaride (VI sec. a.C.), che trasformava in muggiti i lamenti degli uomini giustiziati al suo interno (Cicerone, "De republica", 3, 30, 42) o dei tori egizi, incarnazione di Api, che rilasciavano oracoli (Plinio, "Naturalis historia", 8, 71, 185), sebbene, a rigore, n l'uno n gli altri parlassero. Un bue che parla  menzionato da Livio, 24, 10, 10.
Nota 199. Si riferiva frequentemente di pietre cadute come pioggia (piogge meteoriche, probabilmente). Vedere Cicerone, "De divinatione", 1, 43, 98, e "De natura deorum", 2, 5, 14; Pomponio Mela, "De chorographia", 2, 78; Livio 21, 62, 5; 23, 31, 15.
Nota 200. L'accusativo neutro "vesper"  estremamente raro (Varrone, "De lingua latina", 7, 50, e 9, 73). Pu trattarsi di un errore del copista, dal momento che l'accusativo maschile "vesperum" sarebbe stato metricamente possibile grazie all'elisione davanti a heri.
Nota 201. Firpo 93 - Tradotto da AP IX, 576; Pl. I, 37 ("eis theos"), 8. Afrodite parla a Pallade Atena che tiene in mano una mela.
Nota 202. Cfr. Virgilio, "Eneide", 11, 483.
Nota 203. L'originale greco dice: la guerra di allora [a Troia] basti a reclamare la mela, cio: non scatenare una nuova guerra a causa di una mela. Forse More ha ideato un gioco di parole fra mlo (mela) e mlo (male). Lo stesso bisticcio in Plauto, "Anfitrione", 723-724.
Nota 204. Firpo 14 - Tradotto da AP X, 75; Pl. I, 80 ("eis yperopsan"), 3.
Nota 205. Il testo greco qui suona  l'orgoglio che ci nutre tutti, ma More lo ha sostituito richiamandosi a due versi di un altro epigramma (AP X, 85; Pl. I, 36 ["eis thnaton"], 2): siamo tutti tenuti in vita e alimentati per la morte, come una mandria di porci destinati a essere scannati senza ragione. Plutoni fu forse suggerito da "iden", che in origine indica Ade, dio degli inferi, e che pi tardi  venuto a significare semplicemente l'oltretomba.
Nota 206. Cicerone controbatte un debole argomento con l'esclamazione O plumbeum pugionem! (o pugnale di latta!, "De finibus", 4, 18, 48).
Nota 207. Charles Clay Doyle ha riscontrato un'immagine analoga in un detto del filosofo Diogene riferito da Diogene Laerzio (6, 65): Notando un bel giovane ciarlare in maniera sconveniente, "Non ti vergogni", gli disse, "di estrarre un pugnale di piombo da un fodero d'avorio?". In "Adagia", 625 ("Opera omnia", 2, 272C), Erasmo cit il testo greco e lo tradusse.
Nota 208. Firpo 15.
Nota 209. Cfr. Ovidio, "Metamorfosi", 7, 20-21.
Nota 210. Nell'edizione del 1518 questo epigramma  seguito dall'epigramma n. 270, che non compare nell'edizione del 1520.
Nota 211. Il termine latino ministrum che compare nel titolo mal si concilia con il conuiua dell'epigramma (r. 2) a meno che non lo si intenda nel significato generico di amministratore, funzionario.
Nota 212. Il termine latino captas assume la forte connotazione di una caccia all'eredit, come nel "Volpone" di Jonson. Vedere "Digesta", 29, 6, 1 (Mommsen-Krueger, 1,453).
Nota 213. Pu darsi che More abbia tratto lo spunto per questo epigramma dalla favola del cane che perde un pezzo di carne inseguendo la sua ombra nell'acqua (v. Perry, "Aesopica", n. 133, p. 372, e Hervieux, 2, 765, n. 73). Cfr. pure la favola della volpe che perde il gallo aprendo la bocca per schernire i suoi inseguitori (Hervieux, 2, 1172, n. 258, e CW 6, 369 / 20-22, e relativo commento).
Nota 214. Firpo 28 - Cfr. Perry, "Aesopica", p. 276; "Fabulae Aesopicae Collectae", ed. Karl Halm, Leipzig, 1889, n. 228, p. 111; Hervieux, 2, 290, n. 66; Whiting, H565; Tilley, D513; Erasmo, "Adagia", 913 (in "Opera omnia", 2, 37 1 F). Per altri esempi v. Doyle, "Background", p. 62.
Nota 215. Nell'edizione del 1518: dat. Brixio giustamente aveva criticato questa scansione in luogo della corretta edat (CW 3/11. Appendix B, 520/26 522/13). Indat corregge il metro ma non migliora il senso. Usando "indo" (introduco) nel senso di mangio More pu aver pensato a Plauto, "Casina", 247.
Nota 216. Firpo 94 - Tradotto da AP IX, 126; Pl. I, 29 ("eis eucharstous kai achristous"), 5. Si immagina che Clitennestra rivolga le parole dell'epigramma a Oreste mentre questi sta per vibrarle il colpo mortale con l'intento di vendicare la morte del padre per mano, appunto, della stessa Clitennestra e del di lei amante Egisto.
Nota 217. Tradotto da AP X, 108; Pl. 1, 30 ("eis euchn"), 4.
Nota 218. Un accusativo (nulla) retto dal verbo passivo rogere pare non sia attestato in precedenza (Khner-Stegmann, 2/1, 301). Ma v. l'Introduzione alle pp. 65-66.
Nota 219. Firpo 95 - Cfr, AP IX, 133; Pl. I, 15 ("eis gmon"), I. Sulle seconde nozze di More, celebrate nel 1511 a meno di un mese dalla morte della prima moglie, v. Allen, 4, 19.
Nota 220. Brixio critic capit uxorem in luogo del pi frequente "ducit uxorem" (CW 3/11, Appendix B, 532/5-15), ma "capere"  frequentemente usato nel senso di scegliere (T.L.L., s.v. 111 A 1b) e Plauto ("Trinummus", 64) usa ignotam [uxorem] capere nel senso di scegliere una moglie sconosciuta.
Nota 221. Firpo 29.
Nota 222. Cfr. Luciano, "Il sogno o il gallo", che descrive l'infelicit del ricco e il felice sogno di ricchezza di un povero. La traduzione che Erasmo fece di questo dialogo venne pubblicata a Parigi, insieme con le traduzioni lucianee di More, nel 1506 e nel 1514 ("Opera omnia", A.S.D. 1/1, 472-487). Cfr. nn. 107, 108, 110.
Nota 223. Tradotto da AP XI, 412; Pl. II, 43 ("eis poneros"), 13.
Nota 224. Al corpus del r. 3 corrisponde, nel greco, il termine "morph" nel suo significato comune di apparenza esteriore; una spiritosa dissonanza il greco invece la ottiene al r. 7 con l'espressione "smatos ybrin", dal momento che "ybris"  una qualit morale, non fisica. More traduce "morphn" con corpus al r. 3 (dove avrebbe potuto facilmente scrivere formam), ma al r. 7 introduce un gioco di parole: formae [...] deformia. Deformia si riferisce chiaramente alla bruttezza del corpo, ma forma, secondo l'ilomorfismo aristotelico dominante nelle scuole (cio la dottrina che considerava ci che  come un composto di forma e, necessariamente, anche di materia), designava l'invisibile principio attivo di un'essenza, cosicch la forma di un uomo era regolarmente identificata con la sua anima. "Forma" significa pure abitualmente bellezza fisica (come nell'epigramma n. 143, r. 53) e pertanto sottolinea il contrasto tra qualit interiori ed esteriori dell'uomo.
Nota 225. Tradotto da AP XI, 237; Pl. II, 43 ("eis poneros"), 9. Nelle antologie "Palatina" e "Planudea" l'epigramma successivo inizia cos: I cappadoci sono sempre malvagi. Vedere pure Marziale, 6, 85, 3; Lucano, 3, 244.
Nota 226. Firpo 43 - Tradotto da AP XI, 270; Pl. II, 50 ("eis pheidolos"), 19.
Nota 227. Luigi Firpo traduce secondo la lezione furor aeris, egesta delle edizioni del 1518 e del 1520. Secondo Garrod (p. 184) si tratta di un errore di stampa per furor, acris egestas (l'ira, la crudele povert), che traduce perfettamente il testo greco. Cfr. Lucrezio, 3, 65: acris egestas. Ma More pu aver creato un ironico contrasto tra la furia del bronzo (armi o denaro usato in guerra) e la carenza di bronzo nella statua del tiranno (r. 4).
Nota 228. Il metro mostra che quis, con -i- lunga,  forma arcaica di "quibus": con i quali la tua avidit....
Nota 229. Firpo 96 - Questa composizione apparve nel "De generibus ebriosorum et ebrietate vitanda, jocus quodlibeti erphurdien. lepidissimus [di Jacob Hartlieb] [...] item de meretricum in suos amatores, et concubinarum in sacerdotes fide" [auctore Paulo Oleario], stampato da Gregorius Comiander a Worms (Gibson, n. 338, e J. G. Theodor Graesse, "Trsor de livres rares et prcieux", 7 voll., Dresden, 1859-1869, 2, 343-344). Nell'esemplare bodleiano (Oxford) di questa edizione la data 1515 appare in calce alla prefazione (il volume  per il resto non datato). Nell'edizione di Worms il testo di More  identico a quello dell'edizione 1518 nell'ortografia e nelle indicazioni tecniche sul metro contenute nel titolo;  probabile che sia una ristampa dell'ed. 1518. I versi di More furono ristampati nel pamphlet "Rythmus Codri" [Antonii Urcei] festiuissimus. Carmen Mori urbanissimum. I [sic] Lusus Camicziani uerissimus", Lipsia, Melchior Lotter, 1519, e alcuni di essi comparvero sul Guardian di Addison e Stecle, 163, 16 sett. 1713 (Gibson, n. 160).
La composizione di More conserva qualche somiglianza con la "declamatio suasoria", un tipo di esercitazione retorica praticato nelle scuole (Lausberg, 1, 548-549). La risposta di More al "Tirannicida" di Luciano  un esempio di un altro tipo di "declamatio", la "controversia" (v. CW 3/1, XXXI1-XXXIV, 151-154). La "suasoria" era un discorso che forniva consigli, spesso in frangenti di carattere storico e nel linguaggio immaginario di un personaggio storico. Nel "De conscribendis epistolis" Erasmo dette un esempio di "epistola suasoria", volta a persuadere un giovane a sposarsi, che impiega in parte gli stessi argomenti ed esempi di More (A.S.D. 1/2, 411, r. 12; 412, r. l; 421, rr. 17-23; 423, rr. 20-21). More segue l'opinione di Quintiliano (3, 8, 6; 3, 8, 59), secondo il quale in una "suasoria" non  necessario un inizio formale (Erasmo d un consiglio analogo in "De conscribendis epistolis", A.S.D. 1/2, 323). La sua "narratio" si limita a esporre la questione ( giunto il momento che Candido si sposi - un dovere per una persona socialmente cos importante). La "propositio": una persona non dovrebbe scegliere la propria moglie in base alla sua bellezza o alla sua ricchezza. La "confirmatio" descrive le qualit e i vantaggi di una buona moglie e conclude con una serie di esempi. La "peroratio" ribadisce che un uomo non deve sposarsi attratto dalla bellezza o dal denaro. Ci che distingue la poesia di More dalla "suasoria" tradizionale, comunque,  la sciolta eleganza, il fluire della sintassi tra le convulse scansioni del metro. Quintiliano aveva ritenuto necessario biasimare l'eccessiva veemenza delle comuni "suasoriae" e consigliare moderazione (3, 8, 59-60).
Una poesia di 9 rr. dell'"Anthologia Latina" (n. 224), intitolata "De electione coniugii", suggerisce che una moglie deve essere scelta per la sua bellezza e per il suo carattere, non per il suo denaro.
Per quanto riguarda il metro, i versi sono dimetri giambici (quattro giambi) eccettuate le ultime due sillabe - quindi, secondo la prosodia inglese, trimetri giambici. Si tratta di un metro che non era stato usato dai poeti antichi, ma che  menzionato da Servio, "De centum metris" (Keil, 4, 458). Niccol Perotti ("Grammatica [...] cum additionibus regularum et metrice artis", Deventer, Richard Pafraet, 11 aprile 1504) e Giovanni Sulpizio ("[...] de versuum scansione [...] De pedibus & diuersis generibus carminum precepta", Venezia, Joannes Tacuinus de Tridino, 24 settembre 1516) citano Servio, pur fornendo un esempio diverso di tale metro. Il quale, in More, conserva qualche somiglianza con la prosa ritmica e le sequenze liturgiche del latino allora in uso e con certa poesia inglese di corte o con i versi irregolari di Skelton (XV-XVI sec.; v. Nelson, "John Skelton", pp. 87-101). Ma il verso di More  fondamentalmente quantitativo, non accentuativo, e l'impiego della rima o di parole "similiter cadentes"  meno insistente e meno sottile che nei testi latini e inglesi.
Nota 230. Cfr. Terenzio, "Andria", 444-447.
Nota 231. Candida, bella, ma con un richiamo al nome Candidus (retto, schietto) del r. 27.
Nota 232. Ur. Alexander Barclay, "The Ship of Fools" (1509), ed. T. H. Jamieson, 2 voll., Edinburgh, 1874, 1, 236. Per quanto riguarda il verbo insugat, insugere  sconosciuto ai lessici del latino classico o medievale, ma la sua formazione  sembrata cos naturale che n Brixio n altri si sono soffermati su questo termine.
Nota 233. More descrisse Jane Shore come neque silentio rustico, neque immodica dicacitate notabilis (non degno di nota n per rustico silenzio n per smodata mordacit, CW 2,5615).
Nota 234. Erasmo informa che More si prese cura dell'educazione letteraria e musicale della sua prima moglie, Jane Colt (Allen, 4, 18).
Nota 235. Iuuauerit, e analogamente al r. 13 8: Brixio critic questa forma in luogo dell'usuale "iuuerit" (CW 3/11, Appendix B, 526/13-26). Ma Forcellini registra ancora il perfetto "iuvavi" pur ammettendo di non aver potuto trovare esempi certi di esso. More pu aver ragionevolmente dedotto l'uso arcaico di "iuvavi" dalla sopravvivenza del participio futuro "iuvaturus" in Sallustio, "Jugurtha", 47, 2, e in Plinio, "Epistolae", 4, 15, 3. "Adiuvavi" compare pure nel "Corpus iuris civilis", "Digesta", 34, 9, 5, e 40. 2, 15 (Mommsen-Krueger, 1, 178, 426).
Nota 236. Cfr. Virgilio, "Georgiche", 1, 145-146: labor omnia vicit / improbus (la dura fatica suole vincere tutto).
Nota 237. La Perilla abile versificatrice alla quale Ovidio indirizz "Tristia" 3, 7, fu probabilmente la figliastra del poeta. Cfr. "Tristia", 3, 7, 12: doctaque non patrio carina more canis?, e canti poesie dotte non secondo il modo del padre? (cio, probabilmente, in una lingua diversa, in greco).
Nota 238. Tullia (ca. 78-45 a. C.) era l'amata figlia di Cicerone.
Nota 239. Cornelia, madre dei Gracchi. Vedere l'epigramma 19, nota 38.
Nota 240. Questa signora non ancora maritata, presumibilmente di rango elevato. che con ogni evidenza vive in Inghilterra ma  famosa in tutto il mondo, non  stata ancora identificata. Wolfgang Mann, in "Latemische Dichtung in England vom Ausgang des Frhumanismus bis zum Regierungsantritt Elisabeths", Halle-Saale, 1939, p. 59, pensa che Cassandra possa indicare la principessa Margherita, sorella di Enrico Ottavo, e ne trae motivo per far risalire oltre il 1502, data del suo matrimonio, la composizione della poesia. Ma il nome della figlia di Priamo pu addirsi altrettanto bene all'altra sorella di Enrico, Maria, che si spos nel 1514. James Hutton ha proposto Caterina d'Aragona, sposata al principe Arturo il 14 novembre 1501 ("A Speculation on Two Passages in the Latin Poems of Thomas More", in "Essays on Renaissance Poetry", ed. Rita Guerlac, Ithaca, N. Y. e London, 1980, pp. 230-238). Nell'epigramma n. 19, rr. 165-173, Caterina  lodata nel confronto con famose donne dell'antichit, alcune delle quali, come Cassandra, seguite da una nomea sinistra (v. la nota 41 dell'epigramma 19). Ma perlata pennulis Famae (rr. 194-195) non significa necessariamente condotta "qui", nella remota Inghilterra, sulle ali della fama; pu semplicemente significare portata lontano, al largo. Monet (r. 193) non necessariamente significa ammonisce le zone pi sperdute dell'Inghilterra (non ci risultano ammonimenti del genere da parte di Caterina), ma pi semplicemente istruisce.
Per l'espressione ultimam [...] Britanniam delle rr. 192-193, cfr, Catullo, 11, 11- 12, e 29, 4. Per pennulis famac uolucribus cfr. Virgilio, "Eneide", 4, 180.
Nota 241. Con mea More pu avere inteso mia moglie, e quindi Jane, da lui sposata alla fine del 1504 o agli inizi del 1505, oppure la seconda moglie Alice (v. la nota 1 dell'epigramma 138). Ma pu anche trattarsi di un'innamorata o della fidanzata,
Nota 242. Espressione proverbiale (Otto, n. 349, Whiting, C 324; Tilley, C 458). Cfr. CW 3/II, Appendix C, 658/13-14.
Nota 243. Una similitudine proverbiale usata in riferimento alla bellezza femminile (Otto, n. 495; Whiting, S929-930).
Nota 244. Cfr. Ovidio, "Tristia", 3, 7, 42. Cfr. la nota 2 dell'epigramma 40 e la nota 9 di questo epigramma 143.
Nota 245. Firpo 97.
Nota 246. Trasone  il nome del soldato spaccone dell'"Eunuco" di Terenzio.
Nota 247. Cfr. Virgilio, "Eneide", 2, 553.
Nota 248. Tradotto da AP IX, 110; Pl. I, 12 ("eis autrkeian"), 2. Il metro dell'originale greco  il falecio (endecasillabi); More usa il trimetro giambico.
Nota 249. Per l'espressione proverbiale nihil nimis cfr, Otto, n. 1229; Walther, 16078. Vedere la nota 2 dell'epigramma n. 125.
Nota 250. Tradotto da AP XVI, 4; Pl. I, 5 ("eis andrian kai andrious"), 14.
Nota 251. Danai (discendenti di Danao, fondatore del regno d'Argo)  metonimia per Greci. Quanto a proijcitote  il caso di pensare che More abbia frainteso il senso di "Bllete", che significa qui scagliate [armi], colpite, perch traduce, come se significasse buttate via, disfatevi di. Ma "bllo" pu riferirsi a persone con il senso di scagliare (Liddell-Scott, s.v. 11, 2b).
Nota 252. Il poeta oggetto della satira  Pietro Carmeliano, segretario in lingua latina di Enrico Settimo. La sua frase infelice figura in una poesia scritta nel 1508 per celebrare il fidanzamento della principessa Maria con Carlo di Castiglia ([...] "honorifica gesta solemnes cerimonie & triumphi [...]", Londra, R. Pynson, 1508, S.T.C. 4659). Vedere Nelson, "John Skelton", p. 36, dove il verso  citato: Henricus frater / princeps cui nemo secundus. Il famoso poetadel r. 2  Virgilio, di cui Carmeliano aveva parafrasato "Eneide", 1, 544-545.
Nota 253. Questa poesia venne pubblicata per la prima volta a Parigi il 7 luglio 1517 da Badio Ascensio come poesia encomiastica all'inizio di un libro di inni per l'anno liturgico scritti da Bernard Andr: "Hymni Christiani Bernardi Andreae poetae Regii, multi iugo metrorum genere compositiper totius anni circulum: In quos sunt plurimorum illustrium virorum carmina commendatitia in fronte & post calcem ponenda" ("Inventaire chronologique", 2, n. 1511) Il testo non presenta varianti sostanziali rispetto alle edizioni del 1518 e del 1520, ma il titolo suona In Hymnos Bernardi Andreae Tolosatis poetae regii, Thomae mori Hexadecastichon. La dedica a Enrico Settimo, nel volume di Andr non riflette il contenuto del titolo delle edizioni 1518 e 1520, ma dice piuttosto che Andre, avendo superato i cinquantasei anni, dopo il Natale del 1509, nel secondo anno di regno di Enrico Ottavo (iniziato comunque il 25 aprile del 1510), scrisse queste poesie a mo' di espiazione per i peccati della sua giovinezza. Egli assomiglia a Prudenzio, dice, per l'et, ma non per ingegno o eleganza, chiama il suo testo castigatum e rivela che imita i metri di Boezio e delle odi di Orazio. Al termine della raccolta, in una breve perorazione volta a ottenere l'indulgenza di Enrico, Andr afferma di aver scritto le sue poesie fere ex tempore, quasi improvvisando. E' improbabile che More abbia scritto il titolo comparso nelle edizioni del 1518 e del 1520, che pu essere stato tratto dalla sua poesia; d'altro canto,  probabile che More abbia letto le composizioni di Andr in manoscritto, con una prefazione diversa. Il testo di More segue i versi elogiativi di Fausto Andrelini ed  seguito dalle poesie encomiastiche di William Lily, Erasmo e Guglielmo Galtero: tutti apprezzano con accenti sinceri la poesia di Andr sottolineandone la superiorit su quella dei poeti pagani in ragione dei temi trattati. William Nelson ("John Skelton", pp. 35-36) segnala assai giustamente i doppi sensi che danno sapore all'eulogia di More, scritta peraltro con un'ambiguit cos delicata che a un primo e pi superficiale livello l'ironia non traspare affatto. Nella sua poesia "Ad lectorem" Andr  a tal punto compiaciuto della superiorit dei temi che ha trattato da consegnare tranquillamente al fuoco dell'inferno e alla dannazione un lungo elenco di eroi e poeti greci e latini. Il volume  chiuso da due poesie encomiastiche di Andrea Ammonio e Giovanni Boerio Genovese, dalla replica di Andr a Boerio e da due poesie in cui Andr si rivolge a More (riportate e tradotte in CW 3/II, Commentary, p. 377, 148/1-22). Su Andr v. Emden, 1, 33, e Gilbert Tournoy, "Two Poems written by Erasmus for Bernard Andr", in Humanistica Lovaniensia, 27 (1978), 45-51.
Nota 254. Cfr. 2Cor 3,17: Dominus autem Spiritus est; ubi autem Spiritus Domini, ibi libertas.
Nota 255. Tradotto da AP XI, 77; Pl. II, 1 ("eis agonists"), 2.
Nota 256. Il testo greco di cui si serv More, conformemente alle edizioni di Lascaris (1494) e di Manuzio (1503), recava probabilmente l'aggettivo "args", veloce, e non "Argos", nome del cane di Odisseo ("Odissea", 17, 292). Ma egli sapeva che il nome del cane derivava dall'aggettivo e pot intendere celeri come un nome.
Nota 257. Tradotto da AP XI, 161; Pl. II, 6 ("eis astrolgous"), 4.
Nota 258. More ha fatto cadere la prima sillaba del nome greco, "Onsimos", non solo per considerazioni di carattere metrico ma anche perch la parola greca significa utile, vantaggioso.
Nota 259. L'icastica perifrasi per indicare "Krnos" deriva a More dalla tradizione medievale che aveva trasformato il freddo, malevolo, planetario Saturno nella figura del Padre Tempo munito di falce. Vedere Erwin Panofsky, "Studies in Iconology: Humanistic Themes in the Art of the Renaissance", New York, Evanston e London, 1939; rist. 1962, pp. 69-93. Tyme appariva nella settima scena su arazzo per la quale More aveva scritto dei versi (cfr. n. 272) ed evidentemente non reggeva in mano falce e falcetto bens un horyloge (IEW).
Nota 260. Tradotto da AP XI, 208; Pl. II, 31 ("eis laimrgous"), 4.
Nota 261. Tradotto da AP XI, 8; Pl. II, 47 ("symptika astismata"), 3. I versi greci appaiono realmente su una lapide tombale (CIL, 6, 14672), ma nella "Planudea" questo epigramma e il n. 153 figurano sotto il titolo arguzie adatte a una festa di bevitori, cosicch il titolo Per un bevitore risulta appropriato.
Nota 262. More tradusse con non dare uina mihi la scialba conclusione del testo greco secondo la "Planudea" (un morto non  onorato). L'"Antologia patatina", recando "petai" invece di "tetai", d luogo a un'espressione pi incisiva: un morto non berr.
Nota 263. Tradotto da AP XI, 43; Pl. II, 47 ("symptika astismata"), 41. Cfr. la nota 1 dell'epigramma 152.
Nota 264. Cfr. Gn 3,19: In sudore vultus tui vesceris pane, donec revertaris in terram de qua sumptus es: quia pulvis es et in pulverem reverteris. Il versetto era particolarmente conosciuto a causa della formula usata, nella liturgia di Salisbury (Sarum Rite), quando si imponevano le ceneri il primo mercoled di Quaresima: Memento homo quia cinis es; et in cinerem reverteris (Dickinson, col. 134). il messale romano reca pulvis e pulverem ("Missale Romanum Mediolani", 1474, ed. Robert Lippe, 2 voll., Henry Bradshaw Society 17 e 33, London, 1899 e 1907, 1, 48 e 2,33).
Nota 265. Firpo 98 - Tradotto da AP XI, 266; Pl. II, 13 ("eis dyseidis"), 9.
Nota 266. Firpo 99 - Tradotto da AP XI, 201; Pl. II, 13 ("eis dyseidis"), 8.
Nota 267. La traduzione di More non rende il senso dell'originale greco, che potrebbe essere cos tradotto: Se qualcuno avesse mostrato ai parti Antipatra nuda, essi sarebbero scappati oltre le colonne d'Ercole: Il nome della donna, che significa contro la patria, ha forse suggerito l'idea che sia stata Antipatra a fuggire dal suo paese natio, sull'estremo limite orientale del mondo civilizzato, verso Gibilterra, sull'estremo bordo occidentale. Il testo greco utilizzato da More pu aver contenuto anche un erroneo "phyghen" per "phygon". Forse More intendeva accentuare il senso del testo dicendo che Antipatra era cos brutta che, se qualcuno l'avesse vista nuda, ella avrebbe abbandonato il consorzio civile per i barbari parti o per il desolato Atlantico. Ma siccome il titolo della "Planudea"  Per le persone brutte ("eis dyseidis"), sembra improbabile che il titolo In foedam sia stato erroneamente introdotto da qualche curatore e che More intendesse lodare la modestia di Antipatra. Carrod (p. 184) ipotizza che More abbia scritto a Parthis.
Nota 268. Firpo 100 - Tradotto da AP XI, 287; Pl. II, 13 ("eis dyseidis"), 12. I versi greci sono trimetri giambici, quelli di More distici elegiaci.
Nota 269. Tradotto da AP XI, 430; Pl. II, 52 ("eis philosphous"), 8. La facezia sulla barba dei filosofi e delle capre era passata in proverbio. Vedere Erasmo, "Adagia", 195 ("Opera omnia", 2, 104DE), e "Moriae encomium", A.S.D. 4/3, 80, r. 152; Bebel, "Facetiae", p. 17.
Nota 270. Firpo 101.
Nota 271. Come ha notato Charles Clay Doyle, Diogene dice, in "The dictes or sayengis of the philosophers" (trad. di Anthony Woodville, Londra, W. Caxton, 1477, S.T.C. 6826): Se concedessi a tua moglie anche solo di pestarti un piede, il giorno dopo ti pesterebbe la testa (f. 24), Per altre traduzioni del XV sec. anteriori a quella di Woodville, v. "Dicts or Sayings of the Philosophers", ed. Curt F. Bhler, Early English Text Society, Original Series n. 211, London, 1941.
Nota 272. Henry Abyngdon (ca. 1418 - ca. sett. 1497), cantante, organista c compositore fu il primo ad ottenere il grado di "Bachelor of Music" a Cambridge (1463). Egli divenne "succentor", cio sostituto del "precentor" o maestro del coro, presso la cattedrale di Wells il 24 novembre 1447. Fu direttore del coro di voci bianche della Cappella Reale dal 1455 al 1478, e direttore del St. Catherine's Hospital di Bristol dopo il 1478. Cfr. "Grove's Dictionary of Music and Musicians", ed. Erie Blom, 10 voll., London, 1954-19615, 1, 19, e W. H. Grattan Flood, "Henry Abyngdon, Mus. Bac., Choirmaster of the King's Chapel in 1455", in Musical Times (primo giugno 1911), pp. 377-378. Per un'analisi letteraria, tematica e stilistica di questa poesia e delle due che seguono, considerate come un'unica composizione, v. Susan L. Holahan, "Mores Epigrams on Henry Abyngdon", in Moreana, 17 (1968), 21-26.
Nota 273. Questa Poesia  scritta in versi leonini, cio in esametri quantitativi (talora combinati con pentametri come al r. 9) in cui la parola che precede la cesura rima con l'ultima parola di ciascuna riga. Erasmo scrisse un ironico distico in versi leonini (Reedijk, Appendix 1, n. 5, p. 387). Questo tipo di verso fu in auge dal IX al XV sec.; F. J. E. Raby lo chiam uno dei pi infelici schemi poetici mai usati dai poeti ("A History of Secular Latin Poetry in the Middle Ages", 2 voll., Oxford, 19572, 2, 1 e 348). More introdusse in questa composizione quantit evidentemente errate, come hic del r. 4, mille del r. 6 e ista del r. 7. Brixio riconobbe che More aveva scritto quei versi per scherzare, ma pretese che fosse capace solo di scrivere poesia rozza e poco seria (CW 3/II, Appendix B, 508/500-510/519 e 546/7-12).
Nota 274. Orgaquenista. Simile divisione della parola (orga-nista), chiamata tmesi, era figura ben nota alla poesia classica (Quintiliano, "Institutio oratoria", 8, 6, 66; Servio, sull'"Eneide", 1, 412), ma rara (Virgilio, "Georgiche", 3, 381; Ennio, "Annali", 609-610) e non applicata alle enelitiche (qui invece  inserito que). La stampa del 1520 (orgaq nista) evidenzia la stranezza di questo inserimento dell'enclitica -que all'interno di organista.
Nota 275. Sibi in luogo di "ei"  un medievalismo.
Nota 276. Cio: quanto fosse meschino il gusto del suo palato. L'espressione proverbiale viene usata per indicare che la stupidit si  imbattuta in una stupidit analoga. Cfr. Erasmo, "Adagia", 971, in "Opera omnia", 2, 38613; Otto, n. 896; Whiting, L372; Tilley, L326.
Nota 277. Cfr. Erasmo, Adagia, 255 (Talpa caecior), in "Opera omnia", 2, 133F. Otto, n. 1739.
Nota 278. Firpo 44.
Nota 279. Cfr. Prov, 16,14. Vedere pure Roper, p. 7 l; Henkel-Schne, col. 378; Erasmo, "Adagia", 1411, in "Opera omnia", 2, 557D.
Nota 280. John H. Marsden, in "Philomortis", London, 1878, p. 236, identifica il Tyndal di questo epigramma con William Tyndale, il traduttore della Bibbia. Marsden fonda la sua ipotesi sulle somiglianze esistenti tra l'epigramma e un aneddoto riferito da Hugh Latimer in uno dei suoi sermoni (il settimo sermone sulla preghiera di Ges, in "Sermons", New York e London, 1906, pp. 374-375): un ricco mercante londinese viene evitato per strada da un suo debitore povero. Marsden afferma che l'aneddoto si riferisce a Humphrey Monmouth, un mercante di Londra che aveva finanziato William Tyndale per circa sei mesi, ma non fornisce argomenti a sostegno di questa asserzione. D'altronde l'identificazione  di scarsa utilit: Monmouth conobbe Tyndale per la prima volta nel 1523, cinque anni dopo la prima stampa di questo epigramma (v. CW 8, 1158-1159, 1174-1175), e l'aneddoto di cui  protagonista differisce dall'epigramma perch egli, nel testo di Latimer, viene evitato a causa delle sue opinioni religiose eterodosse e non per questioni di denaro.
Nota 281. Cfr. Otto, n. 108.
Nota 282. Il gioco di parole "medicus-mendicus"  in Plauto, "Rudens", 1304-1306. Charles Clay Doyle ("John Owen and Thomas More: An Analog", in Moreana, 67-68 [1980], 40-41] osserva che John Owen (1564-1627/8) ha imitato il bisticcio "medicus-mendicus" nel 1. 1, n. 21, dei suoi "Epigrammata" (ed. John R. C. Martyn, Leiden, 1976). Cfr. CW 3/II, Appendix D, p. 703.
Nota 283. Firpo 102.
Nota 284. Cfr. un tema analogo nelle "Facetiae" di Bebel, p. 24.
Nota 285. Tradotto da AP XI, 111; Pl. II, 32 ("eis leptos"), 14.
Nota 286. Taedia uitae: cfr. Aulo Gellio, 6, 18, 11; Walther, 30970a.
Nota 287. Firpo 103.
Nota 288. Instetit, ordinariamente institit, ma esistono anche alcune testimonianze epigrafiche della forma "insteti" (v. T.L.L. 7, 1999, r. 5). Cfr. anche la nota 2 dell'epigramma 20.
Nota 289. Ensem: metafora oscena. In "Priapeia", 9, 5, e 20, 2, Priapo paragona la sua arma a quella degli altri dei, incluso l'"ensis" di Marte.
Nota 290. Per Chrysalus vedere la nota 2 dell'epigramma 99.
Nota 291. Cfr. gli epigrammi n. 12 e 50.
Nota 292. Tradotto da AP XI, 230: Pl. II, 43 ("eis poneros"), 5.
Nota 293. "Masturon" indica che il Marco dell'originale greco era nativo della citt di Mastaura. Tolte le prime due lettere, il termine superstite  il genitivo plurale (grammaticalmente d'obbligo, in questa sede) del greco "staurs", croce: da qui la forza satirica dell'epigramma.
Nota 294. Per il testo greco e una seconda traduzione datane da More, vedere l'epigramma n. 13 e le relative note. Il testo greco pu significare che i gemelli morirono prima d aver compiuto un giorno di vita oppure che morirono Pi tardi nell'arco di un giorno, con una coincidenza degna di essere ricordata in un epigramma. Diversamente dal n. 13, dove More aveva scelto la prima interpretazione, questa traduzione conserva l'ambiguit dell'originale greco. Cfr. l'Introduzione a p. 51.
Nota 295. Tradotto da AP VII, 160; Pl. III, 5 ("eis andrious"), 1.
Nota 296. L'ironico aggettivo fere, estraneo al testo greco,  un'aggiunta di More.
Nota 297. Tradotto da AP VII, 72; Pl. III, 5 ( ), 4. Il lemma della Palatina chiarisce che questi versi si riferiscono a Temistocle e ad Epicuro,  cui padri avevano entrambi nome Neocle. Dal momento che non poteva conoscere l'identit dei due eroi ai quali si riferisce il testo greco, More deve aver pensato che le parole si rivolgessero a due eroi sepolti nella stessa tomba.
Nota 298. Propriamente significa, diversamente dal greco, del figlio di Neocle.
Nota 299. L'allitterazione (seruitio [...] uitio)  gi presente nell'originale ("doulosynas [...] e More riesce a salvarla. L'uso del presente liberat in luogo del passato (come nell'originale greco) pu rappresentare un cambiamento intenzionale e significativo: il valore del primo personaggio, grazie alle sue passate imprese, conserva ancora libera la patria mentre la saggezza dell'altro, espressa nei suoi scritti e trasmessa ai suoi allievi, conserva ancora la patria nella rettitudine.
Nota 300. Firpo 104 - Cfr. l'epigramma n. 86 e AP XI, 381.
Nota 301. Firpo 59.
Nota 302. Charles Clay Doyle ha fatto notare che l'arguzia di More, concentrata nell'aggettivo grauis del r. 18 (dove il significato letterale si carica di valenze morali), trova un ben noto precedente in un aneddoto delle "Facetiae" di Bebel (p. 19) in cui si racconta di un tale che, dovendo alleggerire la nave investita dalla burrasca, getta in mare per prima la moglie affermando di non possedere nulla di pi pesante. Per altri racconti analoghi di epoca medievale v. Albert Wesselski (ed.), "Heinrich Bebels Schwanke zum ersten Wale in vollstndiger Obertragung", 2 voll., Leipzig e Mnchen, 1907, 1, 134-135. Una traduzione dell'epigramma di More dovuta a Sir Nicholas Bacon e contenuta in un manoscritto del XVI sec.  stata stampata per la prima volta dalla Daniel Press nel 1919 (Gibson, n. 178).
Nota 303. Firpo 60 - Cfr. l'epigramma n. 197.
Nota 304. Cfr. 1Cor 8,1: Scientia inflat.
Nota 305. Rarae ironica ambiguit dell'aggettivo (eccelse/veramente poche).
Nota 306. Firpo 16 - Tradotto da AP VII, 265; Pl. III, 22 ("eis nauaghsantas"), 3.
Nota 307. Firpo 61 - Cfr. l'epigramma n. 202. John H. Marsden ("Philomorus", London, 1878, pp. 135-139, ha pensato che questa poesia sia stata scritta contro James Stanley, divenuto vescovo di Ely nel 1506, ma la sua argomentazione non  persuasiva (v, Allen, I, 159, n. 6).
Nota 308. L'ambiguit di questo aggettivo (tradotto in italiano con che non ha pari), determinata dai due opposti significati sacro, santo e maledetto, malvagio, verr chiarita solo dall'ultimo verso. Vedere la nota 2 dell'epigramma 53.
Nota 309. Per un analogo testo di Esopo v. Doyle, "Neglected Sources", p. 9.
Nota 310. Blando [...] ore: cfr. Ovidio, "Metamorfosi", 13, 555.
Nota 311. Vicinos [...] malos: cfr. Walther, 33291f. Vedere pure Erasmo, "Moriae encomium", A.S.D. 4/3, 74, Commentary, rr. 43-44.
Nota 312. Nell'epitome che Giustino ha scritto delle "Historiae Philippicae" di Pompeo Trogo, Lisimaco, il valoroso generale di Alessandro il Grande, uccide un feroce leone strappandogli la lingua (15, 3, 4-6).
Nota 313. Firpo 55 - Norham Castle, presso la citt di Norham, era stato per secoli un'importante fortezza inglese di confine. Nel 1498 truppe scozzesi l'avevano attaccato senza successo. Vedere James D. Mackenzie, "The Castles of England: Their Story and Structure", 2 voll., New York, 1896, 2, 408-411.
Nota 314. Il 22 agosto 1513, mentre Enrico Ottavo stava combattendo in Francia, Giacomo Quarto di Scozia invase l'Inghilterra e assedi Norham Castle dal 22 al 28 agosto, quando la fortezza si arrese. Vedere R. L. Mackie, "King James IV of Scotland", Edinburgh e London, 1958, pp. 248-249.
Nota 315. "La battaglia di Flodden Field", una composizione poetica che risale alla met del Cinquecento, perpetuava la diceria (chiaramente infondata) che i difensori della fortezza fossero stati traditi da uno di loro e che dopo la resa il traditore avesse chiesto il suo compenso a Giacomo Quarto, che lo fece impiccare. La ballata, della quale esiste un manoscritto datato 1636, venne stampata nel 1664 e nel 1774. Vedere "The Battle of Flodden Field.. A Poem of the Sixteenth Century", ed. Henry Weber, Edinburgh, 1808, pp. IX-XVI, 31-35. Il castello venne parzialmente distrutto dalle truppe scozzesi, ma, quando Giacomo e il grosso del suo esercito vennero massacrati nella battaglia di Flodden Field il 9 settembre 1513, torn nelle mani degli inglesi (L.P. 1, 672, n. 4457; 688-689, n. 4523). Vedere pure Hubert E. H. Jerningham, "Norham Castle", Edinburgh, 1883, pp. 20-38. Per il concetto, infine, espresso nel r. 13 v. Rm 6,23, ed Eb 2,2.
Nota 316. Firpo 56.
Nota 317. Fra Inghilterra e Scozia vi sarebbe dovuta essere amicizia perch Giacomo Quarto aveva sposato Margherita, sorella di Enrico Ottavo, nel 1503. Per quanto riguarda poi la sepoltura di Giacomo, sembra che il re scozzese non abbia ricevuto esequie cristiane. Due volte egli si era impegnato a rispettare i suoi trattati di pace con l'Inghilterra sotto pena di scomunica (L.P. 1/2, n. 2469, p. 1088); quando Giacomo invase l'Inghilterra, nel 1513, il papa Giulio Secondo, alleato di Enrico Ottavo, non ebbe alcuno scrupolo a scomunicarlo di fatto. Il corpo ignudo di Giacomo venne identificato in base alle sue particolarit fisiche il giorno successivo a quello della battaglia di Flodden. Dopo di che il comandante inglese vittorioso trasport la salma a Berwick, la fece accuratamente imbalsamare, la ripose in una cassa di piombo e la invi per nave verso sud, al monastero di Sheen or Richmond, suburbio di Londra, in attesa di ulteriori disposizioni (Hall, p. 564; cfr. L.P. 1/2, n. 2651, p. 1157). Nel frattempo (12 ottobre 1513) Enrico aveva chiesto al nuovo papa Leone Decimo di revocare la scomunica di Giacomo fulminata da Giulio Secondo e di permettere che per il defunto re scozzese venissero celebrati i funerali di Stato nella chiesa di San Paolo a Londra. Sebbene la risposta di Leone fosse stata affermativa (un'autorizzazione formale giunse con una lettera del 29 novembre), sembra che nuove ragioni di Stato abbiano persuaso Enrico a non tributare a Giacomo onori funebri degni del suo rango (L.P. 1/2, n. 2355, pp. 1047-1048; n. 2469, pp. 1088-1089). La prima stesura dell'"Anglica Historia" di Polidoro Virgilio, ultimata non dopo la primavera del 1514, precisa che la salma di Giacomo era stata conservata per lungo tempo insepolta nel monastero certosino di Sheen perch il re era morto in stato di scomunica, ma conclude con una nota di incertezza circa l'eventualit che il corpo venisse realmente inumato di l a poco ("Anglica historia", ed. Denys Hay, London, 1950, pp. 220-221; per la datazione, v. p. XIV). Nel rifacimento integrale del suo testo, reso pubblico solo dopo la dissoluzione degli ordini monastici, Virgilio ha cura di evitare ogni accenno al fatto che Giacomo non aveva meritato esequie cristiane a causa della scomunica, ma conferma che la salma era conservata nel convento di Bethlehem dell'ordine certosino, a Londra, cio a Sheen or Richmond. Il "Survey of London" di John Stow, del 1613 (Oxford, 1908), 1, 298, riferisce altri oltraggi patiti a Sheen dai resti senza pace del sovrano scozzese. Tutto ci, insieme con l'unica allusione di More contenuta nella "Lettera a Brixio" (CW 3/11, Appendix C, 618/23-30), secondo la quale la salma era stata privata dei funerali per molti anni, rende altamente probabile che More abbia composto il suo ironico epitaffio per Giacomo poco dopo la battaglia di Flodden, nella poco fondata convinzione che a lungo andare Enrico avrebbe fatto mostra della propria magnanimit consentendo la sepoltura del re nemico.
Nota 318. La guerra del 1495-1498 tra Inghilterra e Scozia si concluse quando Giacomo Quarto ed Enrico Settimo ratificarono un trattato (1499) che prescriveva la cessazione delle ostilit fino a quando i due monarchi fossero rimasti in vita. Nel 1502, per coronare i preparativi del matrimonio fra Margherita e Giacomo, i due re stipularono un trattato di pace perpetua che venne confermato da Giacomo e da Enrico Ottavo nel 1509. A seguito di negoziati intercorsi con la Francia, Giacomo Quarto invi comunque un messaggero, il 26 luglio 1513, per dichiarare guerra all'Inghilterra. Cfr. Mackie, "James IV", pp. 78-102, 200-201, 213-219, 223-245. Sulla scarsa affidabilit dei trattati stipulati fra le potenze europee, v. "Utopia", CW 4, 87-89, 197-199, 352-353, 356-357.
Nota 319. Il pittore ha scelto questo atteggiamento innaturale per accentuare il pathos. Ma la posizione degli occhi di una lepre  tale che l'animale pu guardare dietro di s senza voltare il capo; anche se questo non fosse possibile, nessuna lepre guidata dall'istinto metterebbe a repentaglio la vita per soddisfare la propria curiosit. More aveva una predilezione per i conigli del suo giardino (v. il dialogo "Amicitia" di Erasmo, A.S.D. 1/3, 706-707).
Nota 320. In una lettera ad Erasmo del marzo o dell'aprile 1520 sull'"Antimorus" di Brixio, More afferma che le ironiae di quest'ultimo richiamano alla mente del lettore un certo pittore che, incapace di farlo con il pennello, distinse con una scritta il cane dalla lepre. Tanto nella lettera quanto negli epigrammi 185 e 186, More gioca chiaramente con i termini "lepos" (grazia, fascino) e "lepus" (lepre).
Nota 321. Una traduzione inglese dell'epigramma  in un prontuario medico della prima met del Seicento (British Library Sloane NIS., 2117, f. 243 v.). Venne stampata nel "Ghynaikion": "or nine bookes of various history, concerning women", di Thomas Heywood, London, 1624, STC 13326. Per altre traduzioni o testi analoghi, v. Charles Clay Doyle, "Where I Have No Nose", in Folklore Women's Communication, 15 (primavera 1978), 21-23.
Nota 322. Per dicax v. CW 14, 1030, Commentary 289/6.
Nota 323. Per la polemica tra More e Brixio v. CW 3/11, Appendices A, B e C. Le due parti del nome (Germanus Brixius, Germain de Brie) sono deliberatamente invertite per prestarsi all'uso di Germanus nel senso di germanico, barbaro. Un'analoga facezia si trova nella lettera di More a Brixio di cui in CW 3/II, Appendix C, 632/12 e relativo commento. Fuorviati dal gioco di parole, due scrittori posteriori pensarono che Brixio fosse nato in Germania: Lilio Gregorio Giraldo, "De poetis nostrorum temporum" (1551), ed. Karl Wotke, Lateinische Literaturdenkmler des XV. und XVI. Jahrhunderts n. 10, Berlin, 1894, p. 65; Henry Peacham, "Compleat Gentleman", 1634, ed. Virgil B. Heltzel, Ithaca, N. Y., 1962, p. 104.
Nota 324. Cfr. Erasmo, "Ciceronianus", A.S.D. 1/2, 645, rr. 3-4.
Nota 325. In una lettera a Erasmo del marzo-aprile 1520 (Allen, 4, 220), More nega che i suoi epigrammi contro Brixio siano, come questi diceva, dirae o execrationes. Anche l'epigramma nel quale Marziale (11, 93) si augura che il poetastro Teodoro sia bruciato con la sua casa - un auspicio pi feroce di quello espresso da More - non  cos crudo da poter essere classificato in quel modo. More prosegue dicendo di avere s giudicato Brixio degno di trovarsi a bordo della Cordelire, sottraendosi in tal modo alla necessit di mentire spudoratamente, ma di non averlo tuttavia desiderato n di aver invocato il fuoco. Una cosa  giudicare una persona meritevole di una punizione, un'altra  augurargliela.
Nota 326. Si tratta dei vv. 59-62 e 109-114 della "Chordigera", v. CW 3/II, Appendix A, pp. 450 e 452.
Nota 327. Una delle arpie, ben nota per i suoi artigli adunchi (Virgilio, "Eneide", 3, 211-217).
Nota 328. Audiat: senso e grammatica sembrano richiedere "audiverit".
Nota 329. Ho aggiunto uno spazio dopo il r. 14 per significare che More, come sembra quasi certo, scrisse due epigrammi e non uno ( anche la tesi di Daniel Kinney in Moreana, 70, [19811, 37-44). In una lettera a Erasmo della primavera del 1520, More enumera gli epigrammi contro Brixio stampati nell'edizione del 1518 e ne fornisce il soggetto. Menziona dieci composizioni, due delle quali dirette contro i furterelli compiuti da Brixio ai danni dei poeti classici (Allen, 4, 220). Se questi versi vengono considerati come facenti parte di un'unica poesia, la stampa del 1518 conterrebbe solo nove epigrammi contro Brixio e un solo epigramma contro i plagi di costui; se vengono considerati come appartenenti a due poesie, la stampa del 1518 rispecchia perfettamente il conteggio di More. I versi 3-14 considerano le espressioni poetiche degli antichi come dei fiori da coltivare e recidere, e culminano nell'immagine sorprendente e nuova degli astri che si stagliano nel cielo buio della notte; i versi 15-28 sviluppano il motivo della fusione di vecchio e nuovo. D'altro canto  possibile che More intendesse includere il n. 236 fra le composizioni dirette contro Brixio (combatte i calchi da antichi poeti ma non fa il nome di Brixio ed  indirizzato semplicemente ad Gallum).
Per quanto riguarda i versi magisque sydera cfr. Quintiliano, "Institutio oratoria", 2, 12, 7, un attacco contro lo stile stravagante di certi oratori sentenziosi e poco controllati. Quintiliano si richiama a Cicerone, "De oratore", 3, 26, 101-103.
Nota 330. Cfr. Plinio, "Naturalis historia", pref. 15.
Nota 331. Per i versi di Brixio sul cenotafio di Herv v. CW 3/II, Appendix A, 464/354-364. Publio Decio Mure nel 340 a. C., e suo figlio nel 295 a. C., scelsero di morire per mano del nemico convinti che il loro gesto avrebbe dato la vittoria all'esercito romano (Livio, 8, 6, 8-13; 8, 9, 1-2; 10, 28, 13-18).
Nota 332. Pu darsi che More ironizzi sull'approvazione della "Chordigera" di Brixio proferita "ex cathedra" da Gerolamo Aleandro, che si apre con un'affermazione analoga (cfr. CW 3/11, Appendix A, 440/16-17).
Nota 333. Sacer [...] sacra: v. la nota 2 dell'epigramma 53.
Nota 334. Il tripode sacro ad Apollo. Quando si impadron del santuario di Delfi appartenuto a Temi, dea della Legge, Apollo vi consacr un treppiede. La Pizia dava gli oracoli seduta su di esso.
Nota 335. Nella lettera anteposta alla "Chordigera" Brixio teme di aver l'aria di concentrare nel breve spazio d'una lettera le virt della regina Anna (v. CW 3/11, Appendix A, 446/17-19).
Nota 336. Pi della met di "mensis", cio "mens", intelligenza. Il solo mese latino che contenga le lettere di "mens"  "Novembris". La prefazione di Brixio alla "Chordigera"  datata decimo Kal. Novemb. M. D. XII. (23 ottobre 1512). Cfr. CW 3/11, Appendix A, 446/33. Un'osservazione come questa di More  attribuita da G. G. Vossio, nella prima edizione dei suoi "Poeticarum institutionum libri tres", Amsterdam, Elzevir, 1647, a Erasmo (che se ne sarebbe servito contro Fausto Andrelini), e segue un'analoga osservazione di Teocrito, citata in greco. Presi di mira globalmente sono i poeti che si preoccupano pi delle belle parole che dei significati. Vossio non precisa la fonte di Erasmo, il quale, in "Opera omnia", 4, 312A, riporta il "bon mot" di Teocrito ma senza applicarlo a Fausto Andrelini.
Nota 337. Firpo 105.
Nota 338. La ripetizione richiama Marziale, ad es. 1, 77; 1, 109; 2, 33. Per i guai di Sabino alle prese con le sue mogli cfr. gli epigrammi 205 e 220.
Nota 339. More fa leva sul doppio senso del nome di Candido: bianco e ingenuo. I due paragoni (con il latte e con la neve) sono proverbiali, particolarmente frequenti in Ovidio (v. Otto, 898 e 123 1). Ma sono anche presenti nella Scrittura: i denti di Giuda, antenato di Cristo, sono pi candidi del latte (Gn 49,12), e le vesti di Cristo al momento della trasfigurazione sono estremamente candide come la neve (Mc 9,2; v. anche Sal 50,9, Dn 7,9 e Ap 1, 14). Assai simile  la descrizione che fa Geremia dei nazirei (per il voto di nazircato cfr. Nm. 6,2) di Gerusalemme prima della caduta della citt: pi puri della neve, pi candidi del latte (Lam 4,7). Gregorio ("Moralia", 32, 22, Pl. 76, col. 663) applica la descrizione di Geremia agli uomini, ai continentes viri in Ecclesia che sembrano non solo imitare, ma addirittura superare i santi dei tempi antichi. La loro virt pu essere viziata dall'orgoglio, prosegue Gregorio, ma i cristiani di cui egli parla, dopo essere caduti nel peccato, imparano la vera umilt, si pentono e recuperano la loro innocenza. Il Candido di More, comunque, mette in luce un orgoglio cinico che si esprime in un'umilt falsa.
Nota 340. Firpo 45 - Il dibattito sulla migliore forma di governo, ordinariamente considerata come governo di uno, di pochi o di molti, data dai tempi di Erodoto (3, 81-82), Platone ("Repubblica", 8, 2-19, 544E-569C; "Politica", 302A-303B) e Aristotele ("Politica", 3, 12, 2-4, 7, 6, 1288B-1294B). Nel difendere la monarchia come migliore forma di governo, Isocrate ("Nicocle", 17-21) propone tre argomentazioni che More espressamente rifiuta: 1. un re fa un uso migliore dei suoi consiglieri; 2. un re  pi efficiente di coloro che hanno un incarico a termine; 3. la monarchia scongiura le discordie proprie di una conduzione assembleare della cosa pubblica. L'edizione greca del "Nicocle", dovuta a Girolamo Aleandro, venne stampata a Parigi forse nel 1509. Il testo, nella Beinecke Library della Yale,  rilegato con un esemplare dell'"Utopia" di More (Lovanio, 1516). La traduzione erasmiana del "Nicocle" venne stampata per la prima volta, con la "Institutio principis christiani" sempre di Erasmo, nel 1516. I vantaggi della monarchia e della repubblica furono vivacemente discussi dagli umanisti italiani, specie fiorentini, del XV secolo (Hans Baron, "The Crisis of the Early Italian Renaissance", cd. riveduta Princeton, 1966, pp. 404-430). L'espressione OPTIMUS REIPUB. STATUS d un'idea delle relazioni che intercorrono tra questa poesia e l'"Utopia", con la quale venne pubblicata nelle edizioni del marzo e del dicembre 1518: il titolo del testo in prosa  infatti De optimo reipublicae statu deque nova insula Utopia.
Nota 341. "Utopia" non d una precisa risposta a questo interrogativo. L'isola conosciuta da Itlodeo non  governata da un unico re, ma ciascuna delle cinquantaquattro citt-stato ha un suo princeps e un senatus (CW 4, 112/1520, 122/9-124/17). Il primo conquistatore dell'isola, Utopo, l'aveva invece governata tutta (CW 4, 112/1-15). Le questioni che interessavano l'intera isola venivano trattate annualmente nella capitale, Amauroto, da un senato nazionale costituito da tre rappresentanti di ciascuna citt (CW 4, 112/22-25, 116/25-28).
Nota 342. Brixio defin l'espressione omni anno un solecismo (cfr. CW 3/11, Appendix B, 532/26-534/7) e ne segnal uno analogo (omni die) nella prosa latina dell'"Utopia" (CW 4, 122/28 e relativa nota). Ma Giovenale aveva scritto semper et omni nocte dieque (3, 104-105). Vedere l'Introduzione, p. 62.
Nota 343. La favola esopica del porcospino che si offre di sbarazzare la volpe dalle mosche proviene da Aristotele, "Retorica", 2, 20, 6-7, 139313; v. Perry, "Aesopica", n. 427, p. 490, e Plutarco, "Moralia", 79013. Giuseppe Flavio, "Antichit giudaiche", 18, 5, 172-176, riporta l'aneddoto, raccontato da Tiberio, d un tale che rifiutava di scacciare le mosche dalle sue ferite. L'imperatore giustificava con questa storia la sua politica tendente ad accrescere la durata degli incarichi affidati ai governatori nella convinzione che le protratte ruberie placassero la loro bramosia. Erasmo ("De duplici copia", in "Opera omnia", 1, 98E) e Listrio nel suo commento a "Aforia" di Erasmo attribuiscono la favola a Temistocle (A.S.D. 4/3, 100). Charles Clay Doyle ha osservato che la favola pu essere messa in relazione col proverbio Una mosca affamata punge crudelmente (Whiting, F337; Tilley, F402).
Nota 344. Sembra che qui More si rivolga a se stesso con una sorta di arguta autodisapprovazione, dal momento che esisteva s un popolo al quale avrebbe potuto imporre qualsiasi regime egli preferisse, ma si trattava di un buon posto che non esisteva in nessun posto, "ou tpos". Vedere l'Introduzione, pp. 85-86.
Nota 345. Questo epigramma e i successivi 210 e 214 costituiscono delle imitazioni sempre pi elaborate e drammatiche di Marziale 6, 78.
Nota 346. Variante dei proverbio Machinas post bellum adferre (Erasmo, "Adagia", 2017, in "Opera omnia", 2, 72113; cfr. "Adagia", 2517, in "Opera omnia", 2, 853A).
Nota 347. Firpo 46.
Nota 348. Questo epigramma venne tradotto in inglese in "Tales, and quicke answeres, very mery, and pleasant to rede", stampato da Thomas Berthelet intorno al 1532 (S.T.C. 2 23665, ed. P. M. Zall, in "A Hundred Merry Tales and Other English Jestbooks of the Fifteenth and Sixteenth Centuries", Lincoln, Nebraska, 1963, n. 41, p. 274). La traduzione aggiunge la seguente conclusione morale: Con questo racconto potete capire (come Licurgo dimostr con l'esperienza [Plutarco, "Moralia", 3AB]), che il nutrimento, l'educazione e l'esercizio fisico sono pi adatti della stessa Natura a guidare il popolo all'umanit e alle buone azioni. Sono in gran parte nobili, liberi e virtuosi coloro che in giovent sono stati ben nutriti e hanno ricevuto retti insegnamenti. Il nostro primo impulso sarebbe quello di interpretare l'epigramma in maniera del tutto diversa, come qualcosa di simile all'incidente degli ambasciatori degli Anemolii nell'"Utopia" (CW 4, 152/26-156/9): l'ingenuo contadino, non corrotto da convenzioni vistose e sprecone,  incapace di capire lo stupore della folla dinanzi a un uomo riccamente vestito. Ma al tempo di More la magnificenza regale era considerata espressione appropriata della dignit e dei doveri inerenti al ruolo di un re (CW 4, 244/19-21 e commento; Erasmo, Moria, A.S.D. 4/3, 169). Sulla difficolt di determinare con precisione l'atteggiamento di More, nell'Utopia, verso lo splendore e la magnificenza, v. Ward S. Allen, "The Tone of More's Farewell to Utopia: A Reply to J. H. Hexter", in Moreana, 51 (1976), 108-118.
Nota 349. Firpo 62.
Nota 350. Epigramma n. 178.
Nota 351. Sul tema della lettera che uccide e dello spirito che vivifica v. 2Cor 3,6; cfr. l'epigramma n. 260. Grammaticalmente, il nominativo spiritus in luogo dell'accusativo si spiega col fatto che la parola  stata attratta dalla proposizione relativa qui te uiuificet (Khner-Stegmann, 2/2, 309-311).
Nota 352. Firpo 63 - Cfr. Poggio Bracciolini, "Facetiae", n. 11, 1, 31-33. Aneddoti scherzosi basati sulle prediche degli ecclesiastici sono frequenti nelle "Facetiae" di Bebel (ad es. alle pp. 31, 33, 40, 73, 74, 89, 124, 129, 130, 134, 135, 149, 161).
Nota 353. In Occidente vigeva l'abitudine di digiunare alla vigilia delle feste pi importanti, come ad esempio sant'Andrea (30 novembre). La messa della vigilia di sant'Andrea secondo il rito di Salisbury ricorda che i cristiani celebrano la vigilia jejuniis et devotis officiis (Dickinson, col. 659). Siccome il digiuno viene riferito al giorno prima, la predica del prete ha luogo il giorno stesso della festa.
Nota 354. Firpo 64 - Come riferisce Charles Clay Doyle, Quintiliano (1, 8, 2) cita Gaio Cesare che condanna un modo di leggere poesia troppo melodioso ed effeminato. Erasmo testimonia che More aveva una bella voce ma che, pur dilettandosi di ogni genere di musica, non era dotato per il canto (Allen, 4, 15).
Nota 355. Utrumuis [...] utrunque: elegante gioco di parole tra uno o l'altro e uno e l'altro.
Nota 356. Firpo 106 - Cfr. gli epigrammi n. 196 e 220. Un adattamento nederlandese di questa poesia, dovuto al figlio di un uomo chiamato Van Duybilt,  vergato con grafia del XVII secolo sui fogli 114-114v dello Sloane Manuscript 2764 custodito presso la British Library (testo riportato in CW 3/II, Commentary, pp. 393-394, 205/1-46).
Nota 357. Nell'"Apologia" More richiama la favola di Esopo sulla scimmia che si espone al ridicolo per aver preteso di far partecipare la propria brutta progenie a un concorso di bellezza fra animali patrocinato da Giove (CW 9, 3/8-10 e commento). Vedere Perry, "Aesopica", n. 364, p. 472, e Aviano, n. 14; Hervieux, 3, 272; "Fables", ed. Franoise Gaide, Paris, 1980, p. 92. Cfr. CW 4, 56/32-33 e commento; Erasmo, "Adagia", 2489, in "Opera omnia", 2, 84813; Whiting, A138; Tilley, A270.
Nota 358. Cfr. Plinio, "Naturalis historia", 7, 12, 52. La stessa convinzione nel "Liber phisionomiae", Venezia, 1477, di Michele Scoto (m. ca. 1235). L'opera di Scoto, intitolata talora "De secretis naturae", venne ristampata almeno venti volte nell'ultimo scorcio del XV sec. (Lynn Thorndike, Michael Scot, London e Edinburgh, 1965, p. 87). L'incipit dell'edizione veneziana richiama quell'esoterismo oscurantista di cui More si fa beffe nei suoi versi ripetitivi e ampollosi. Il fenomeno in questione viene trattato anche da Alberto Magno, che cita Galeno e Avicenna ("De animalibus", lib. 22, tract. 1, cap. 3, ed. Hermann Stadler, 2 voll., Mnster, 1916-1920, 2, 1352; "Quaestiones super De animalibus", lib. 7, q. 3, e lib. 18, q. 3, ed. Ephrem Filthaut, Mnster, 1955, pp. 172, 298). Anche il medico Livin Lemmens (1505-1568) si occup della medesima questione, citando l'epigramma di More (eccettuate le rr. 12-16 e 19-22), in "De occultis naturae miraculis", 1559 e 1567; v. Emile V. Telle, "De la ressemblance des enfants auxpres: Thomas More et l'embryologie", in Moreana, 18 (1968), 21-22. Per una visione pi precisa delle investigazioni cui vengono sottoposti i segreti della natura v. CW 4, 182/12-13 e relativo commento.
Nota 359. Il proverbio lupus in fabula (il lupo nel bel mezzo della conversazione) allude all'improvviso silenzio che cala su una conversazione quando la persona di cui si parla fa improvvisamente la sua comparsa (Otto, n. 988; Erasmo, "Adagia", 3450, in "Opera Omnia", 2, 1065 13T). L'accusativo fabulam  giustificato dal successivo supervenires.
Nota 360. Firpo 47 - Selandus  un aggettivo proveniente da Selandia, la Zelanda dei Paesi Bassi ("Orbis Latinus: Lexikon lateinischer geographischer Namen des Mittelalters und der Neuzeit", ed. Th. Graesse, F. Benedict, H. Plechl, 3 voll., Braunschweig, 1972, 3, 359). Nel suo dialogo "Naufragium" Erasmo associa uno zelandese ai batavi noti per il loro crassum ingenium, per la loro torpida intelligenza (A.S.D. 1/3, 104-105). Si riteneva che gli zelandesi fossero simili agli olandesi, come Gerardo (Geldenhouwer) Noviomago not in una lettera stampata nel "Dialogus" di Martin van Dorp, Lovanio, Dirk Martens, 1514. Gli olandesi erano noti per la loro proverbiale ottusit (v. Erasmo, "Moriae encomium", A.S.D. 4/3, 84, rr. 254-255, e n.; "Adagia", 3535, in "Opera omnia", 2, 1083F-1084E).
Nota 361. Letteralmente: stettero ritti davanti ai piedi del principe. L'uso di suos  qui certamente poco appropriato, ma Brixio, obiettando che la grammatica esige eius (CW 3/II, Appendix B, 534/8-30), trascura di considerare la notevole libert con cui buoni scrittori classici hanno usato "suus" l dove ci saremmo aspettati di leggere "eius" (Khner-Stegmann, 2/1, 604). Brixio sostiene di aver trovato lo stesso errore in tre luoghi dell'"Utopia" (CW 4, 80/26, 136/17, 136/30).
Nota 362. Firpo 48.
Nota 363. Charles Clay Doyle nota un'analogia con un passo della "Vita di Catone" di Plutarco: egli non sapeva che farsene di un soldato che usasse le mani marciando e i piedi combattendo (9, 4). Cfr. Whiting, F1325, e Tilley, P34.
Nota 364. Cio cor. More si riferisce al cuore come sede non dei sentimenti (presenti in abbondanza nella "Chordigera") ma dell'intelligenza o della saggezza (T.L.L. 4, 937).
Nota 365. Vedere la nota 1 dell'epigramma 199.
Nota 366. L'epigramma viene richiamato da William Patten in "The expedicion into ScotIande of Edward, duke of Soomerset", del 1548 (S.T.C. 2 19476,5). Cfr. Whiting, W609; Tilley, M458.
Nota 367. Una delle facezie della "Mensa Philosophica", frequentemente ristampata tra 1475 e il 1517, presenta, dei quattro tipi di sciocco, i primi due: la persona che lancia minacce fino a quando non  pi temuta e la persona che giura fino a quando non  pi creduta (Thomas F. Dunn, "The Facetiae of the Mensa Philosophica", Washington University Studies, New Series, Language and literature n. 5, St. Louis, 1934, pp. 9-11, 34). Cfr. Plutarco, "Moralia", 80113.
Nota 368. Cfr. la nota 1 dell'epigramma 199.
Nota 369. Nell'edizione del 1518: Hune. Brixio sosteneva (CW 3/11, Appendix B, 540/13-21) che occorresse sostituire con hoc. Egli negava ironicamente che l'errore fosse dovuto a un refuso, ma  chiaro che di questo appunto si trattava (v. Introduzione, p. 36).
Nota 370. Charles Clay Doyle ha segnalato l'osservazione fatta dall'imperatore Probo su un veloce cavallo: questo cavallo  pi adatto a un soldato che se la d a gambe che a un soldato coraggioso (Flavio Vopisco, vita di Probo [8, 3] in "Scriptores historiae Augustae").
Nota 371. Firpo 107.
Nota 373. Da "ypryphos", persona che indossa uno splendido abito bordato di porpora ("praetextatus", in latino). Nella sua traduzione in latino del "De mercede conductis" (9) di Luciano, scritta quando era presso More nel 1505-1506, Erasmo tradusse il termine con opulentus (A.S.D. 1/1, 557, r. 31).
Nota 374. Cfr. Tilley, L452: porta un intero latifondo sulle sue spalle (il primo esempio citato risale al 1596). Nel suo "Remains Concerning Britain" del 1605 (East Ardsley, England, 1974, p. 298) William Camden riferisce la battuta di un aristocratico che, dopo aver venduto una tenuta di cento poderi, si present a corte tronfio, indossando i sontuosi abiti appena acquistati, e disse: Non sono forse un uomo potente visto che porto cento case sulle mie spalle?. Vedere CW 3/II, Appendix D, pp. 701-702.
Nota 375. Firpo 109 - Cfr. gli epigrammi n. 196 e 205.
Nota 376. La forma corrente  "cuculus", ma l'ortografia "cucullus" ricorre talora nei manoscritti (T.L.L., sub v. "cuculus") ed  riferita all'anno 1517, con il significato di "cuckold" (cornuto), in J. H. Baxter e Charles Johnson, "Medieval Latin Word-Listfrom British and Irish Sources", London, 1934, rist. 1947. Vedere la nota 3 dell'epigramma 253.
Nota 377. Tradotto da AP VII, 290; Pl. III, 22 ("eis nauaghsantas"), 17. More pu aver scelto questo epigramma perch narra una disavventura simile a quella occorsa a san Paolo (At 27,43-28,6).
Nota 378. Con ogni probabilit More non dette all'espressione infesto fessus abusque freto il senso di stremato dal mare ostile perch abusque non pu essere usato per reggere un complemento di causa efficiente. Egli sembra imprimere alle parole un ordine in qualche modo forzato per significare nudus et fessus iacet infesto abusque freto: il marinaio  nei pressi della spiaggia (prope littora) ma lontano dal mare ostile.
Nota 379. Firpo 110 - Stando alla segnalazione di Charles Clay Doyle ("Neglected Sources", pp. 7-11) questo epigramma  basato su un testo esopico (Perry, "Aesopica", n. 57, pp. 343-344; Hervieux, 4, 415). Doyle riproduce le versioni latine di Rinuccio da Castiglion Fiorentino (XV sec.) e di Odo di Cheriton (teologo inglese del XIII sec.), ma una versione dal greco e dal latino di Esopo stampata da Johann Froben a Basilea nel gennaio del 1518  alquanto pi vicina al testo di More.
Nota 380. Rubare qualunque cosa non fosse troppo pesante o troppo calda era un detto proverbiale (Whiting, H316; Tilley, N322). Cfr. Chaucer, "Canterbury Tales", "Friar's Tale", III, 1435-1436.
Nota 381. Per il particolare impiego di "exigor" (si esige da me) con l'accusativo cfr. l'Introduzione alle pp. 65-66 e nota 43.
Nota 382. La vecchia usa inde in luogo del pi corretto "corum". Negli scrittori classici vi sono numerosi casi di un uso di "inde" in senso partitivo dopo "nihil" (T.L.L. 7, 1119, rr, 63-67), ma non dopo un verbo come "video".
Nota 383. Firpo 111 - La poesia di More  la pi fedele al testo di Marco (6,17). Pare che Erasmo sia stato da essa influenzato nella sua parafrasi (1523) di Marco (in "Opera omnia", 7, 204-205).
Nota 384. Brixio osserva polemicamente che questa parola  un mero riempitivo e che i poeti classici non aggiungono "-que" a "praeterea" (CW 3/II, Appendix B, 540/22-32). Su quest'ultimo punto egli pu essere nel giusto (o forse no). Ma praetereaque distingue un'ubriachezza metaforica (la passione di Erode per sua moglie e il fasto della sua vita) e un'ubriachezza da alcol che, al confronto,  del tutto trascurabile.
Nota 385. La malvagit delle matrigne era proverbiale (Otto, n. 1239, ed Erasmo, "Adagia", 764, in "Opera omnia", 2, 323 AB). Vedere gli epigrammi n. 239, 241 e 258, r. 9. Madre naturale di Salom, Erodiade ne era moralmente quasi la matrigna.
Nota 386. Saltare [...] doces: v. CW 12, 279/18-25 e relativo commento.
Nota 387. Fra le correzioni che compaiono nell'edizione del 1520  la lezione quam in luogo di quum. Si tratta di un intervento che con ogni probabilit non  dovuto a More. Trattando infatti del falso giuramento (CW 6, 764/5-6) More sostiene che una persona non  obbligata a rispettare un giuramento ingiusto: Altrimenti, chi giura di ammazzare qualcuno peccherebbe se non lo uccidesse.
Nota 388. L'uso del termine nel senso di prima sembra mancare di precedenti. 2261 Nel corso di un banchetto, Lucio Quinzio Flaminio (console nel 192 a. C.) accondiscese alla richiesta di una prostituta di giustiziare con un'ascia un criminale accusato di un delitto capitale (Cicerone, "De senectute", 12, 42). La forma corrente del nome  oggi "Flamininus", ma alcuni manoscritti recano Flaminius.
Nota 389. Firpo 49 - Atreo e Tieste aspiravano entrambi al trono di Micene. Atreo uccise i figli di Tieste e glieli fece servire in tavola durante un banchetto. Poi rivel a Tieste che genere di carne avesse mangiato mostrandogli le teste dei figli spiccate dal busto. La storia  molto nota grazie al "Tieste" (691-1006) di Seneca. "Odrysius", trace, allude invece al re dei traci ("odrysii") Tereo. Questi us violenza a Filomela, sorella di sua moglie Progne. Le due donne decisero allora di vendicarsi servendo in pasto a Tereo la carne di Iti, figlio suo e di Progne. Durante il banchetto Filomela lanci a Tereo il capo di Iti. Vedere Ovidio, "Metamorfosi", 6, 620-660.
Nota 390. Tradotto da AP XI, 418; Pl. II, 13 ("eis dyseidis"), 17.
Nota 391. Aggiungendo dentibus More amplia la similitudine con la meridiana: il naso  lo gnomone, i denti le linee orarie sul disco. La "Palatina", invece di "tas ras pasi parerchomnas", a tutti le ore che passano, ha le ore a tutti coloro che passano.
Nota 392. Tradotto da AP XI, 3 10; Pl. II, 13 ("eis dyseidis"), 13. Cfr. Marziale, 12, 23.
Nota 393. Il miele veniva usato per purificare la pelle, la cera per ammorbidirla.
Nota 394. Tradotto da AP XI, 254; Pl. II, 38 ("eis orchests"), 2.
Nota 395. Le edizioni del 1518 e del 1520 recano Canapeus, quella del 1565 Ganapeus: il testo greco ("Kapanus)" conferma che si tratta di refusi. Capaneo, figlio di Ipponoo, fu uno dei sette principi che marciarono contro Tebe per reintegrare Polinice, figlio di Edipo, nella dignit regale negatagli dal fratello Eteocle. Mentre dava l'assalto alla citt, il bellicoso Capaneo venne folgorato da Zeus.
Nota 396. Perch Canace, con la spada inviatale dal padre, effettivamente si uccise. Ella aveva generato nascostamente un figlio dal fratello Macareo. Ma suo padre Eolo, uditi i vagiti, fece sbranare il neonato dai cani. Quindi invi alla figlia una spada ordinandole di sopprimersi.
Nota 397. Tradotto da AP XI, 255; Pl. II, 38 ("eis orchests"), 2.
Nota 398. Il medesimo verso compare nella traduzione dell'epigramma erroneamente attribuito ad Ausonio. La traduzione pseudoausoniana venne stampata per la prima volta nell'edizione di Ausonio di Taddeo Ugoletti (Parma, Angelus Ugolettus, 10 luglio 1499), ristampata a Venezia nel 1501. Vedere "D. Magni Ausonii Opuscola", ed. Karl Schenkl, "Monumenta Germaniae Historica", 5/2, Berlin, 1883, XXXXXXI, 261.
Nota 399. Tradotto da AP XI, 46; Pl. II, 47 ("symptika astismata"), 16.
Nota 400. Charles Clay Doyle rileva un analogo scambio di battute nel "Demonax" (35) di Luciano: non ti spaventa l'idea che la barca possa capovolgersi e che i pesci ti divorino? Sarei un ingrato, rispose, se, avendone mangiati tanti, facessi delle storie per lasciarmi mangiare dai pesci.
Nota 401. Firpo 112.
Nota 402. Vedere la nota 1 dell'epigramma 193. In una lettera scritta da Ravensburg a Osvaldo Uliano il 30 novembre 1523, Michael Hummelberg inser un epigramma latino di quattro versi contro un poeta plagiario segnalando che si trattava di un'imitazione della poesia di More (Adalbert Horawitz [ed.], "Anatecten zur Geschichte des Humanismus in Schwaben 1512-1518", Wien, 1877, pp. 74-75).
Nota 403. Come ha notato Charles Clay Doyle, "Neglected Sources", pp. 5-7, questo aneddoto era ben noto nel Medioevo. Appare nella "Mensa philosophica" (1475), un libro sul contegno da tenere a tavola che include un certo numero di raccontini adatti ad animare il banchetto (Colonia, ca. 1480, fol. 76r.). Un'altra versione della storia, sotto il titolo De histrione,  presente nelle "Facetiae" (1, n. 32, p. 18) di Bebel. Doyle ("Background", p. 61) riporta pure una versione tratta dalla "Scala Celi" (pubblicata per la prima volta nel 1476) di Giovanni Gobi, che attribuisce l'aneddoto a Giacomo di Vitry (morto nei 1240), anche se questo testo non sembra sia giunto fino a noi. C' poi una versione del XIII secolo nelle siriache "Storie amene", attribuite al vescovo orientale monofsta Abu'l-Farag o Gregorio ibn al-'Ibri, conosciuto come Gregorio Bar-Hebraeus (trad, E. A. Wallis Budge, London, 1897, p. 166, n. 658). Sempre Doyle riporta una versificazione dell'aneddoto dovuta a Georg Sabinus (1508-1560), "Poemata", Lipsia, 1558. Cfr. AP IX, 654 (Pl. IV, 14 ["eis ikous"], 6). Nell'edizione del 1518 la poesia di More inizia in testa alla pagina e ai piedi della pagina che precede  la parola di richiamo De histrione. Nell'edizione del 1520 tale espressione  sostituita da In [s]curram. Il titolo dato originariamente alla sua poesia da More deve essere stato De histrione, ma durante la stampa del 1518 qualcuno ha cambiato il titolo in IN SCURRAM PAUPEREM senza preoccuparsi di correggere la parola di richiamo (Doyle, "Neglected Sources", pp. 5-7).
Nota 404. Firpo 50.
Nota 405. Firpo 113 - Tradotto da AP IX, 67; Pl. I, 49 ("eis metryan"), I. Erasmo ha citato e tradotto questo epigramma in "Adagia", 1195, "Opera omnia", 2, 48IE. Vedere la nota 3 dell'epigramma 224.
Nota 406. Cfr. la nota 1 dell'epigramma 148. Charles Clay Doyle ha riscontrato lo stesso soggetto di questo epigramma nell'"Educazione dei figli" di Plutarco, "Moralia", 6F-7A.
Nota 407. Firpo 114 - Adattato da uno dei seguenti epigrammi, probabilmente dal primo: AP IX, 68-69; Pl. I, 49 ("eis metryan"), 2-3. Cfr. la nota 3 dell'epigramma 224.
Nota 408. Cfr. l'Introduzione, p. 66.
Nota 409. Marziale, 6, 61 (60), 10: Victurus genium debet babere liber (Per vivere un libro deve avere genialit).
Nota 410. Nell'epigramma 195 More fa dire a Febo che la "Chordigera" di Brixio difetta di mens. Una nota marginale alla "Lettera a Brixio" di More contiene la stessa osservazione ma sul conto dell'"Antimorus" (v. CW 3/II, Appendix C, p. 632). Dello spettro di Enea creato da Giunone Virgilio dice: dat sine mente sonum ("Eneide", 10, 640).
Nota 411. Cfr. l'epigramma n. 192 e CW 3/II, Appendix C, Commentary, 602/17-19.
Nota 412. L'interlocutore di Marziale (6, 61 [601) difende gli scritti di Pompullo (ingeniosa tamen Pompulli scripta feruntur, tuttavia si dice che gli scritti di Pompullo sono spiritosi, r. 5), ma Marziale replica che ci non basta a garantire l'immortalit.
Nota 413. Cfr. l'epigramma n. 266.
Nota 414. Cfr. Marziale, 6, 70, 15. Su vivere nel senso di vivere bene, v. Erasmo, "Moriae encomium", A.S.D. 4/3, Commentary, 194/276. In "Adagia", 2466, "Opera omnia", 2, 843C-D, Erasmo, commentando il proverbio Vixit, dum vixit, bene (Finch visse, visse bene), osserva che il verbo vivere  anfibologico perch talora significa semplicemente vivere, talaltra condurre una vita serena.
Nota 415. Firpo 51 - Cfr. CW 4, Commentary, 56/22 e 88/22.
Nota 416. Firpo 57 - Nervia  il nome di Nives, piccolo e sconosciuto villaggio del Lussemburgo ("Orbis Latinus", 3, 15). Tournai  abitualmente chiamato Tornacum o Tornacum Nerviorum per distinguerlo da due citt francesi che si chiamavano Tornacum ("Orbis Latinus", 3, 50 1). Non vi  dubbio che More impieghi Nervia per designare Tournai e il suo circondario. E' in rapporto alla sanguinosa vittoria conseguita da Giulio Cesare sopra i nervi ("De bello Gallico", 2, 15-18) che la conquista di Tournai da parte di Enrico Ottavo (21 settembre 1513) pu essere definita sine sanguine (r. 5). Evidentemente gli abitanti di Tournai non dovettero trovare vantaggiosa l'occupazione inglese, visto che abbandonarono in gran numero la citt dal momento della conquista fino al suo ritorno alla Francia nell'ottobre del 1518. More visit Tournai nell'estate del 1515. Vedere Germain Marc'hadour, "Tournai-Doorijk: Comme la vit Thomas More", in Moreana, 46 (1975), 97-101; e C. G. Cruickshank, "Army Royal: Henry VIII's Invasion of France", Oxford, 1969, pp. 127-185. Cfr. CW 6, Commentary, 328/27.
Nota 417. Firpo 115 - Marziale attribuisce il nome Fabulla a una donna vanitosa (1, 64; 8, 79) che si incipria e usa capelli posticci (2, 41; 6, 12), e che respinge il suo innamorato (4, 81). Il nome Attalo  invece attribuito a un uomo meschino e intrigante (1, 79; 4, 34).
Nota 418. Febre [...] Hemitritaeo: la febbre semiterzana, che compariva ogni tre giorni, durava pi a lungo e tendeva ad aggravarsi progressivamente, era considerata pi pericolosa di una febbre terzana ordinaria (Celso, 3, 3, 2).
Nota 419. Esiliato fra i sarmati, Ovidio lamentava di non ricevere cure adeguate quando si ammalava ("Tristia", 3, 3, 3-12). In vari periodi la Sarmazia abbracci buona parte della Polonia, la Russia occidentale e parte della Romania.
Nota 420. Nell'"Eneide" (1, 738-739) Bizia beve una lunga sorsata durante un banchetto.
Nota 421. Firpo 65 - More ha raccontato un aneddoto molto simile in "A Dialogue Concerning Heresies" (CW 6, 234/8-14 e relativo commento), dove il penitente parla un miscuglio di francese, italiano e inglese. Poich "Hesperia" era un termine poetico per indicare Italia o Spagna, il poco consueto nome di persona Hesperus pu alludere a un italiano o a uno spagnolo. Espero  anche la stella Lucifero, un nome appropriato a una battuta scherzosa sui diavoli. Aneddoti arguti con al centro il confessionale erano frequenti nelle "Facetiae" di Bebel (per es. pp. 24, 25, 54, 57, 58, 62, 83, 88, 108, 112, 125, 147, 162).
Nota 422. Crediderat: cfr. la nota 2 dell'epigramma 94.
Nota 423. Brixio (CW 3/II, Appendix B, 540/33-36) sembra giudicare in deum un evidente barbarismo, ma More segue evidentemente il Credo della messa: Credo in unum Deum. Cfr. Agostino, "Sermo de symbolo", 1 (Pl. 40, 1190-1191): credere a lui (illi) significa credere vere le cose che dice, crederlo (credere illum) significa credere che  Dio, credere in lui (in illum) significa amarlo.
Nota 424. Tradotto da AP XVI, 275; Pl. IV, 13 ("eis ton chairn"), 1. In "Adagia", 670, Opera omnia, 2, 289-290, Erasmo cita il testo greco e ne fornisce una traduzione meno letterale di quella di More. Egli cita pure un epigramma di Ausonio (n. 33) parzialmente basato sul greco. L'originale greco, la traduzione di Erasmo e l'epigramma di Ausonio non comparvero nell'edizione aldina del 1508, ma in quelle di Froben del 1520, 1523 e 1534.
Nota 425. Firpo 116.
Nota 426. Hironymus Busleyden lasci in eredit al nipote quindici monete d'oro e 200 d'argento, ma poich il nipote mor prima dello zio, le monete passarono in propriet a sua madre (de Vocht, "Busleyden", pp. 14, 63, 135). More possedeva a sua volta una raccolta di monete (v. rr. 18-19 dell'epigramma 265). Nel luglio del 1520 More dette due monete antiche a Francis Cranevelt (Allen, 4, 350). Cuthbert Tunstall fu pure entusiasta collezionista di monete antiche (Allen, 2, 276).
Nota 427. More possedeva un sigillo fatto a imitazione di una moneta antica: in esso era incisa la testa dell'imperatore Tito (H. Meulon, "Une intaille antique", in Moreana, 10 [1966], 5-10; J. B. Trapp, "A Double Mise au Point", in Moreana, II [1966], 50-51).
Nota 428. Busleyden aveva serie perplessit circa il valore della propria poesia, che rimase inedita fino al 1950 (de Vocht, "Busleyden", pp. 199-200, 205-255). Vedere l'epigramma n. 279.
Nota 429. La raccolta di Busleyden non contiene composizioni erotiche e "oses", ma consta di colloqui con gli amici, epitaffi, considerazioni religiose o morali, poesie per la sua casa.
Nota 430. Inflexilis in luogo dell'usuale "inflexibilis" sembra non avere precedenti, ma richiama facilmente "lexilis", che  usato di frequente come sinonimo di "flexibilis" (T.L.L. 6, 905-906).
Nota 431. Sulla nuova casa di Busleyden, costruita intorno al 1506-1507, v. de Vocht, "Busleyden", pp. 50-65.
Nota 432. Scrivendo a Erasmo intorno al 17 febbraio 1516 More descrisse la visita fatta a Busleyden nell'estate del 1515 e l'ammirazione suscitata in lui dalla sua casa splendidamente costruita e arredata e dotata di una ricca biblioteca (Allen, 2, 197). Vedere CW 4, Commentary, 20/11.
Nota 433. Allusione al labirinto di Creta costruito da Dedalo (Ovidio, "Metamorfosi", 8, 159-161).
Nota 434. Per Apelle cfr. nota 1 all'epigramma 97 e il r. 23 dell'epigramma 276.
Nota 435. Cfr. Stazio, "Silvae", 2, 2, 63-67. Pare che Mirone (V sec. a. C.) abbia lavorato tanto il bronzo quanto il marmo ("Paulys Real-Encyclopdie der classischen Altertumswissenschaft", ed. Georg Wissowa et al., Stuttgart, 1894-1963, 24 voll.; seconda serie, 1914-1967, 9 voll.; 31, 1124-1130), Lisippo (IV sec. a. C.) fu invece pi famoso per i suoi bronzi (Plinio, "Naturalis historia", 7, 37, 125, e 34, 17, 37). Plinio chiarisce che il termine greco tradotto con "plastice" si riferisce al, trattamento della creta, prima fase della fusione di una statua in bronzo ("Naturalis historia", 35, 45, 156). Pur avendo eseguito alcune opere in bronzo, Prassitele (IV sec. a. C.) divenne famoso per le sue statue di marmo ("Naturalis historia", 34, 19, 69).
Nota 436. Per i versi dedicati da Busleyden alle pitture, alle vetrate e agli arredi della sua dimora, v. de Vocht, "Busleyden", pp. 244-252.
Nota 437. Busleyden era molto orgoglioso dei suo organo, opera probabilmente del maestro di Norimberga Hans Suys. Conformemente alle sue ultime volont, lo strumento venne trasportato nella chiesa di St. Rombaut, dove and distrutto nel 1580 (de Vocht, "Busleyden", pp. 59-62). Per "modulus" nel senso di canna, v, TLL 8, 1250, rr. 32-38.
Nota 438. Busleyden mor a Bordeaux il 27 agosto 1517. Erasmo gli dedic due epitaffi (Reedijk, pp. 326-328). Palazzo Busleyden a Mechlin, ubicato in Frederik de Merodestraat,  adibito oggi a museo cittadino di Belle Arti ad Archeologia.
Nota 439. Firpo 117.
Nota 440. Il nome Agna, agnella, allude evidentemente a un docile carattere, Philomenus deriva da "Philomena", nome medievale di Filomela (amante del canto), che venne mutata in usignolo (v. nota 1 dell'epigramma 227). Ma Philomenus in luogo di "Philomelus" richiama anche il senso di amante dell'ira una persona alla quale Agna non sarebbe probabilmente andata a genio.
Nota 441. Plauto impiega il termine "cuculus" col significato di adultero (per es. "Asinaria", 923), ma al tempo di More esso significa pure cornuto (v. Erasmo, "Adagia", 3484, in "Opera omnia", 2, 1072E; e "Moriae encomium", A.S.D. 4,,3, Commentary, 95/421-422). Entrambi i significati sono applicabili a Philomenus. "Lupa" non significa solo femmina del lupo, ma anche prostituta (per es. Plauto, "Truculentus", 657).
Nota 442. L'epigramma non ha pretese di delicatezza, ma la sua scatologia non mira certo a scandalizzare gratuitamente. More si prende gioco di un particolare convincimento della scienza medievale, e cio che un cattivo odore, specialmente quello dell'aglio e degli escrementi, ne potesse neutralizzare un altro. Whiting (S716) cita due brani pertinenti, il primo tratto da "Bartholemeus de Proprietatibus Rerum" (ca. 1398), trad. di John de Trevisa, Westminster, W. de Worde, 1495, S.T.C. 1536, - il secondo da Thomas Norton, "The Ordinall of Alchimy" (ca. 1477), in Elias Ashmole, "Theatrum Chemicum Britannicum" (1652), p. 71. Per altri testi analoghi in racconti popolari v. la recente raccolta di Vance Randolph, "Pissing in the Snow and Other Ozark Folktales", con note di Frank A. Hoffman, Urbana, Ill., 1976, pp. 130-131.
Nota 443. Firpo 68 - Un'opera di Erasmo, "Novum instrumentum", Basilea, 1516, conteneva il testo greco del Nuovo Testamento, una traduzione latina e un commento. La poesia di More concerne propriamente la traduzione latina, accessibile a un pi ampio numero di persone e di pi utile impiego.
Nota 444. L'uso del presente ci induce a far risalire l'epigramma alla primavera del 1516, quando venne pubblicato il Nuovo Testamento di Erasmo (Allen, 2, 183).
Nota 445. Un'affermazione analoga  nella lettera scritta da More a Martin van Dorp il 21 ottobre 1515 (Rogers, pp. 57-59, rr. 1033-1103; SL, pp. 43-45). Nella sua lettera a Dorp del maggio 1515 Erasmo concorda con quanto scrive More (Allen, 2, 109).
Nota 446. Questi versi erano destinati ad essere espunti, come si deduce dall'"Index librorum expurgatorum" stampato a Madrid nel 1584 per ordine dell'inquisitore Gaspar Quiroga e ristampato a Saumur nel 1601 da una copia dell'edizione del 1584 che Philippe Mornay du Plessis aveva ottenuto dal bottino di guerra fatto a Cadice dal conte di Essex nel 1596 (v. F. H. Reusch, "Der Index der verbotenen Bcher", 2 voll., Bonn, 1883-1885, 1, 493).
Nota 447. La traduzione latina che compare nell'edizione del 1516  pi vicina alla Vulgata di quella pubblicata nella seconda edizione del 1519, che  una traduzione originale di Erasmo eseguita in Inghilterra nel 1505-1506 su sollecitazione di Colet (Allen, 2, 183). Nella prefazione al lettore dell'edizione 1516 Erasmo spiegava di essersi allontanato dalla Vulgata soltanto nei casi in cui era palesemente necessario farlo, e che ne aveva fornito la giustificazione in nota (Allen, 2, 167).
Nota 448. Poich Erasmo si era attenuto il pi strettamente possibile alla Vulgata, un lettore poco attento avrebbe potuto avere difficolt a notare miglioramenti di rilievo.
Nota 449. Firpo 69 - Thomas Wolsey divenne vescovo di Lincoln nel 1514, cardinale e lord cancelliere nell'autunno dei 1515. In una lettera datata intorno al 2 giugno 1516, More scrisse a Erasmo che il cardinale aveva ricevuto letissima fronte le lettere e i libri che questi gli aveva mandato (Allen, 2, 261). Fra tali libri era quasi certamente una copia del "Novum instrumentum" di Erasmo, da poco pubblicato. Questa poesia pu cos risalire alla tarda primavera del 1516. Nel maggio del 1519 Erasmo invia a Wolsey una copia della seconda edizione del suo Nuovo Testamento (Allen, 3, 575).
Nota 450. Nel 1519 Erasmo aveva elogiato Wolsey come grande protettore della cultura (Allen, 3, 588. 596).
Nota 451. More pensa probabilmente alle complesse processioni e cerimonie della nomina cardinalizia di Wolsey nel novembre del 1515 (A. F. Pollard, "Wolsey", London, 1929, rist. New York, 1966, p. 56).
Nota 452. Momo, personificazione del Biasimo ("nomos") e, secondo Esiodo, figlio della Notte,  figura letteraria (in Callimaco, in Luciano) prima ancora che mitologica.
Nota 453. Nell'agosto del 1517 Wolsey disse che intendeva insegnare la nuova legge della Camera Stellata [prima forma di parlamento inglese, inaugurata sotto Enrico VII] (L.P., 2/2, 1539, Appendix n. 38). Secondo Pollard, egli pensa a una legge sua, nuova in quanto distinta dalla lettera delle antiche disposizioni del diritto consuetudinario e imbevuta dello spirito della nuova giustizia (p. 73). Come cancelliere, Wolsey presiedeva pure la Corte di Cancelleria, essenzialmente una corte di giustizia creata per porre rimedio a lagnanze non contemplate dal diritto consuetudinario, associare la clemenza alla giustizia l dove la coscienza  oppressa dal rigore della legge e risparmiare la condanna quando la coscienza d risultati maggiori (George Cavendish, "Life and Death of Cardinal Wolsey", in "Two Early Tudor Lives", ed. R. S. Sylvester e D. P. Harding, New Haven-London, 1962, p. 121). Nel febbraio del 1516 More elogi il modo in cui Wolsey esercitava il suo ufficio di cancelliere (Allen, 2, 195).
Nota 454. Nel 1515 si pensava che Wolsey avesse concesso a Erasmo una prebenda alla cattedrale di Tournai, ma alla fine essa tocc a un'altra persona (Allen, 2, 149-150, nota 15). More venne coinvolto nell'alquanto delicata trattativa per la concessione di questa prebenda (Allen, 2, 194). Erasmo godette solo del favore di Wolsey. Lui stesso scrisse nel 1524 che doveva molto al cardinale di York per il singolare favore di cui lo aveva fatto oggetto, ma che fino a quel momento la sua munificenza non lo aveva arricchito di un centesimo (Allen, 1, 43).
Nota 455. Firpo 70.
Nota 456. Nel 1512 l'arcivescovo di Canterbury William Warham assegn a Erasmo una pensione annuale di 20 sterline (Allen, 1, 501). Il 5 febbraio 1514 egli invi pure a Erasmo un dono di 10 "nobles" (Allen, 1, 549). More aiut Erasmo a riscuotere la pensione dall'agente di Warham, Maruffo (Allen, 2, 259-260, 344, 353).
Nota 457. Al pari della poesia precedente, questi versi erano stati quasi certamente concepiti per accompagnare una copia omaggio del "Novum instrumentum". Nel dedicargli la sua edizione delle lettere di Gerolamo, Erasmo dice a Warham che nelle sue intenzioni la dedica del "Novum instrumentum" doveva essere considerata come rivolta a papa Leone Decimo e allo stesso Warham (Allen, 2, 219). Nel giugno del 1516 John Fisher scrisse a Erasmo per ringraziarlo della copia del "Novum instrumentum"; Fisher port subito l'esemplare a Warham per mostrargli i punti in cui Erasmo lo aveva elogiato (Allen, 2, 268-269).
Nota 458. Nella dedica del "Novum instrumentum" a Leone Decimo Erasmo dice di dovere a Warham tutto ci che di grande e di meno grande, di faceto e di serio il suo piccolo ingegno aveva prodotto. La frase meritis imputat fa pensare al linguaggio di cui i teologi si servivano per discutere di giustificazione e di grazia. Per il commento di Erasmo su "imputare" di Rm 4,4-11, v. "Opera omnia", 6, 577F-578D.
Nota 459. Firpo 118 - In rapporto al testo di questo epigramma, che More aggiunse all'epitaffio in prosa composto tra il maggio del 1532 e il giugno del 1533 (Allen, 10, 31, n. 258-261), sono state poste a raffronto non solo le edizioni del 1518 e dei 1520, ma anche i seguenti documenti: 1. una lettera di More a Erasmo, del giugno 1533, come appare nel "De praeparatione ad mortem", Basilea, 1534; 2. le "Workes" di More del 1557; 3. il manoscritto vaticano Codex Barberinus Latinus 2567, f. 50 (v. Clarence H. Miller, "A Vatican Manuscript Containing Three Brief Works by St. Thomas More", in Moreana, 26 [1970], 41-44, c CW 13, CXLIV); 4. l'iscrizione della pietra tombale, attualmente nella Old Church a Chelsea, riportata in Harpsfield, p. 281 (i caratteri furono tutti nuovamente scolpiti nel XVII o forse nel XIX secolo).
Il titolo dell'edizione del 1557 afferma che More aveva composto l'epigramma vent'anni prima, cio nel 1512 o 1513; ma vent'anni  probabilmente un'indicazione solo approssimativa. La poesia pu essere stata scritta dopo il secondo matrimonio di More, nel 1511 (v. epigramma 138, nota 1). Essa  l'ultima nell'edizione del 1518 ed  seguita da una formula conclusiva che pu essere cos tradotta: Fine degli epigrammi del famosissimo e colto gentiluomo Thomas More, cittadino e vicesceriffo di Londra.
Nota 460. Cfr. l'epigramma 224, nota 3.
Nota 461. Firpo 17.
Nota 462. Evidentemente una burrasca che lo colse nell'attraversare la Manica. Nell'ottobre del 1515 More scrisse di aver visitato le universit di Lovanio e Parigi sette anni prima (Rogers, n. 15, rr. 281-282). Fu poi in missione diplomatica nei Paesi Bassi tra il maggio e l'ottobre del 1515 e vi ritorn tra l'agosto e il dicembre del 1517 (Reynolds, pp. 99-100; 124-126). ma il manoscritto utilizzato per la stampa di questo epigramma era nelle mani di Erasmo prima della missione del 1517 (v, Introduzione. pp. 33-34).
Nota 463. Il 19 agosto 1517, poco prima di partire per Calais, More scrive a Erasmo di un'epidemia di febbre miliaria che infieriva in Inghilterra e che si stava diffondendo a Calais, e si dice interamente pronto ad affrontare il pericolo (omnem eventum) (Allen, 3, 47). Cfr. la nota 1 dell'epigramma 246. L'idea che le gioie della vita siano come i periodi di benessere tra due attacchi di malaria veniva considerata da due scrittori del primo Seicento come un luogo comune, ma di essa non vi  traccia nelle correnti collezioni di proverbi (Charles Clay Doyle, "John Webster's Echoes of More", in Moreana, 18 [1981], 51).
Nota 464. Firpo 66 - Cfr. 1Cor 8,1, e Antibarbari di Erasmo (A.S.D. 1/1, 93) dove questi, sotto il titolo "Come va inteso lo scientia inflat di Paolo", osserva che la cultura,  vero, gonfia, ma gonfia anche l'incultura (inscitia). Sebbene "Antibarbari" non sia stato stampato, nella sua stesura rivista, fino al maggio del 1520 e pubblicato fino all'agosto dello stesso anno (A.S.D. 1/1, 14), i manoscritti di una precedente versione, contenenti il brano che ci interessa, circolavano liberamente nel luglio del 1517 (Allen, 4, 279). Da una lettera che More scrisse a Erasmo il 5 novembre 1517 risulta che quest'ultimo si proponeva di introdurre More nella nuova stesura dell'Antibarbari e di dargli la parola (Allen, 3, 132-133), un proposito che non ebbe seguito. Nel maggio del 1517 Erasmo e Pieter Gilles commissionarono a Quentin Metsys un dittico che More ricevette a Calais nell'ottobre dello stesso anno (Allen, 3, 105-107; v. epigramma 276). Nella copia del suo ritratto oggi a Longford Castle, Gilles tiene nelle mani un libro dal titolo ANTIBARBARON (The King's Good Servant: Sir Thomas More 147718-1535, catalogo della mostra tenuta alla National Portrait Gallery, ed. L B. Trapp e H. Schulte Herbrggen, London, 1977, n. 54, p. 42; A.S.D. 1/1, 13).
Nota 465. L'aggettivo latino  ironicamente in bilico tra il senso di fisicamente grosso e stimato.
Nota 466. Cfr. CW 14, Commentary, 599/4.
Nota 467. Il titolo, nelle edizioni del 1518 e del 1520,  IN CELONIUM. Ma sembra impossibile considerare Chelone del r. 3 come un ablativo (insieme ad hoc) riferito al saggio spartano Chilone. E' preferibile intenderlo come vocativo di Chelonus, nome derivato da "chel" (zoccolo) e "nos" (asino). Di conseguenza, seguendo l'edizione del 1563, abbiamo cambiato il titolo da IN CELONIUM a IN CHELONUM. Il filosofo (in senso lato) famoso a causa di un asino  probabilmente Apuleio, autore dell'"Asino d'oro". In "Lucio e l'asino" Luciano racconta l'analoga storia di un giovane vivace che viene trasformato in asino.
Nota 468. L'epigramma amplia con notevole realismo il proverbio Come il gatto gioca con il topo (Whiting, C80; Tilley, C127). La fuga del topo, che d vita all'ironica conclusione, si distacca dall'epilogo abituale del proverbio (il topo  divorato dal gatto). La carica ironica dell'epigramma si concentra nel repentino cambiamento di tempo (dal presente al perfetto) tra i verbi delle rr. 14 e 17.
Nota 469. Firpo 119.
Nota 470. Languidus [...] novo: cfr. Ovidio, "Metamorfosi", 7, 78-83. Per l'espressione fiamma uctusta cfr. Virgilio, "Eneide", 4, 23.
Nota 471. Lactea [...] colla: cfr. "Eneide", 8, 660; 10, 137.
Nota 472. Il testo latino ha nostros (cfr. anche il plurale del r. 30) perch con ogni probabilit More allude al gruppo di ragazzi, impegnati nella danza, di cui faceva parte. Ma in precedenza (rr. 15-17) ha riferito nostros e nostrasoltanto a se stesso.
Nota 473. Sulla sostituzione del perfetto o dell'imperfetto con il piuccheperfetto v. Khner-Stegmann, 2/1, 140-141.
Nota 474. Si pu anche pensare che More alluda qui al giorno del primo oppure del secondo incontro con la fanciulla. Su questa interpretazione v. Lee Cullen Khanna, "Images of Women in Thomas More's Poetry", in Albian, 10 (1978), supplemento, 81.
Nota 475. Venticinque anni se si intende lustrum come un periodo di tempo esatto. Quando More si innamor di Elizabeth aveva sedici anni (r. 8); il recente incontro con l'amata di un tempo avviene dunque 41 anni dopo la nascita di More (1477 o 1478), e cio nel 1518 o nel 1519.
Nota 476. Arcaismo per "contuear".
Nota 477. Nel "Dialogus de amoribus", Anversa. 1551, Pietro Goffredo di Carcassona attribuisce a sant'Ambrogio (ma io non sono riuscito a trovare il brano) il racconto di un aneddoto simile a questo, anche se di contenuto contrastante. Un giovane parte per un viaggio lasciando la prostituta di cui si era innamorato. Quando fa ritorno e incontra la donna, non le rivolge nemmeno la parola, al che lei, pensando di non essere stata riconosciuta, gli fa: sono io. Ma, l'altro, al quale l'amore era del tutto sbollito, replica: non sono io.
Nota 478. Firpo 120 - Questa poesia comparve per la prima volta nella stampa del 1520. E' possibile che More abbia inviato a Erasmo il manoscritto dell'edizione del 1518 fin dal settembre del 1516, ma Erasmo lo ebbe con sicurezza nell'agosto del 1517 (Allen, 2, 340 e 3, 57). Se ne deduce che More scrisse questo epigramma probabilmente tra la fine del 1517 e il 1520. Pu darsi che ci sia avvenuto durante la sua visita a Calais (agosto-ottobre 1517). Ma nel 1518 e nel 1519 More viaggi spesso in Inghilterra su incarico del re (v., per es., Rogers, nn. 60, 77-79). Tre lettere in prosa scritte da More alle figlie sono state sensatamente assegnate agli anni 151  e 1518 (Rogers, D.n. 43. 69, 70), Ma la poesia rivela somiglianze anche pi accentuate con una lettera che More scrisse da corte al precettore dei figli, William Gonell, la vigilia della Pentecoste, probabilmente nel 1518 (Rogers, n. 63). L'ultima frase della lettera  quasi un abbozzo della poesia: i figli, dice More nella lettera, mi sono cari per legge di natura (cfr. le rr, 20-39 dell'epigramma), mi sono pi cari per la loro cultura e la loro virt (rr. 40-49), e tu me li rendi carissimi aumentando la loro cultura e la loro virt (rr. 50-55). La poesia  dedicata ai quattro figli che More ebbe dalla prima moglie Jane Colt: Margaret, nata nel 1505, Elizabeth nel 1506, Cecily nel 1501 e John probabilmente nel 1509. Vedere Rogers, n. 43; J, B. Trapp e H. Sebulte Herbrggen, "The Kings Good Servant: Sir Thomas Afore 1477/8-1535", catalogo della mostra alla National Portrait Gallery, London, 1917, pp. 85-86. L'abbreviazione S. P. sta per salutem plurimam [dicit] (cfr. al r. 5: a patre missa salus).
Nota 479. Peragratur iter non  espressione idiomatica mentre pluvioque imbre  una tautologia.
Nota 480. Qui e alle rr. 16-17 More insinua che anche quando gli zoccoli del suo cavallo incespicano e rimangono presi nel terreno, i piedi della sua poesia continuano a camminare.
Nota 481. Un nodo inventato da Ercole, molto difficile da sciogliere, che viene talora associato al nodo gordiano. In "Adagia", 1848, "Opera omnia", 2, 351, Erasmo cita Plinio, "Naturalis historia", 28, 17, 63-64, e Seneca, "Epistulae morales", 87, 38.
Nota 482. Il "topos" "puer-senex". Vedere l'epigramma 19, nota 21.
Nota 483. More abit in Old Barge a Bucklersbury, Londra, fino al 1524, quando trasloc in una casa pi bella a Chelsea (Reynolds, pp. 54, 179-192).
Nota 484. L'identit di questa dama francese (r. 47)  sconosciuta. Forse, al r. 19, More allude scherzosamente al suo nome (Claire?). Fra l'agosto e l'ottobre del 1518 una numerosa ambasceria francese, che era giunta in Inghilterra per perfezionare il Trattato di Londra, venne ospitata con munificenza (LP 2/2, nn. 4549, 4559, pp. 1393, 1395). Vedere pure "Calendar of State Papers and Manuscripts [...] Venice [...]", ed, Rawdon Brown e Allen Hinds. 38 voll., London, 1864-1947, 2, n. 1074, p. 458.
Nota 485. Vedere epigramma 250, nota 1.
Nota 486. Vedere Erasmo, "Moriae encomium", A.S.D. 4./3, Commentary, 95 /434. Cfr. CW 14, 115/6-7.
Nota 487. Cfr. Persio, 4, 27. Vedere Erasmo, "Adagia", 72, in "Opera omnia", 2, 55-56: Genius manis.
Nota 488. Surpucras: Plauto e Orazio usano "surpui" in luogo di "surripui" (che More impiega al r. 53).
Nota 489. Vedere Quintiliano, 1. 10, 9.
Nota 490. Ferito dalla lancia di Achille (originario della Tessaglia o Emonia) Telefo apprese da un oracolo che la sua piaga poteva essere sanata soltanto dalla lancia che l'aveva causata. Vedere Ovidio, "Amori", 2, 9, 7-8; "Metamorfosi", 13, 171-172.
Nota 491. Per questi versi dell'"Antimorus" v. CW 3/11, Appendix B, 510/520-523.
Nota 492. Vedere l'epigramma 188 e CW 3/II, Appendix, C, 614/3-616/6.
Nota 493. Per un analogo ironico adattamento del paradosso del bugiardo cretese vedere Luciano, "Vera historia", 1, 4: sebbene io non dica mai la verit, sono sincero almeno quando dico di essere un bugiardo. Per l'espressione vero verius vedere Erasmo, "Adagia", 3802, in "Opera omnia", 2, 1145.
Nota 494. Per la poesia di Brixio sulla nave "Cordelire" v. CW 3/II, Appendix A. Per l'"Antimorus", sempre di Brixio, v. CW3/II, Appendix B. Brixio ha intitolato Sylva la parte poetica dell'"Antimorus" volendo indicare una miscellanea di versi sul modello delle "Silvae" di Stazio.
Nota 495. L'espressione in rate stulticiae allude al poema "Das Narrenschiff" (La nave dei pazzi) del tedesco Sebastian Brani, stampato per la prima volta a Basilea nel 1494 e ristampato almeno tredici volte prima del 1512. Venne tradotto in latino (da Jacob Locher, Basilea, 1497), nederlandese (Lubecca, 1497), francese (Parigi, 1497; Lione, 1498; Parigi, 1499) e due volte in inglese (da Barclay, Londra, Pyrison, 1509, e da Watson, Westminster, Wynkyn de Worde, 1509). Nel 1505 Badio Ascensio scrisse la sua "Navis stultifera", indipendente dal poema di Brant. Vedere Aurelius Pomperi, "The English Versions of The Ship of Fools", New York, 1967, pp. 14-19. Sulle Furie nell'"Antimorus" di Brixio v. l'epigramma 266. Furiae, oltre che indicare le Furie, pu qui significare pazzia.
Nota 496. In almeno due esemplari dell'"Antimorus", quello conservato alla Newberry Library di Chicago e quello appartenente alla Bibliothque Mazarine di Parigi, il verso di Brixio appare cos come lo cita qui More, composto di 13 invece che di 11 sillabe. Ma in altre copie esso appare corretto: Excussisse, forasque protulisse. Cfr. CW 3/II, Appendix B, pp. 474-475.
Nota 497. Cfr. Erasmo, "Adagia", 589, in "Opera omnia", 2, 255F-256B: Tuo te pede metire. Cfr. pure Filostrato, "Vitae sophistarum, 525, sull'eloquenza di Polemo, giovane rivale di Dionigi di Mileto: Alcuni pensano che dalle sue labbra zampilli acqua d sorgente, altri misurano la sua lingua a cubiti come le piene del Nilo.
Nota 498. Sul nome di Brixio, "Germanus", v. CW 3111, Appendix C, p. 683, Commentary, 632/12 (si accenna all'idea di spietatezza e di barbarie che i pregiudizi dell'epoca associavano alle genti germaniche).
Nota 499. E' la replica a un'analoga accusa d Brixio, "Antimorus", 120-125, in CW 3/II, Appendix B, 488.
Nota 500. Sono cinque, due zone fredde, due temperate e, fra queste, una torrida. Vedere Virgilio, "Georgiche", 1, 233-239, e "Eneide", 7, 225-227; CW 4, Commentary, 52/2.
Nota 501. Nell'"Antimorus" (rr. 542-545) Brixio aveva autorizzato More a cavargli gli occhi nel caso lo avesse potuto accusare fondatamente di plagio ai danni di altri autori antichi e moderni (CW 3/11, Appendix B, 510). Per un'analoga divertente scommessa di More cfr. CW 8, 643/36-644/3.
Nota 502. Tradotto da AP X, 73; Pl. 1, 13 ("eis ton anthrpinon bon"), 9. Vedere la nota 3 dell'epigramma 259.
Nota 503. Ferris in luogo dell'ordinario "fereris" sembra sia stato usato una sola volta da Ausonio, "Epigrammata", 112 [114], 2. Vedere Alfonso Traina, "Ad propositas quaestiones responsa: ferris an fereris?", in Latinitas, 3 (1955), 230.
Nota 504. Firpo 54.
Nota 505. Nel 1510 il papa Giulio Secondo stava organizzando una santa lega per coalizzare l'Europa contro la Francia, di cui egli era stato in precedenza alleato, e costringerla a lasciare l'Italia. Luigi Dodicesimo si propose di convocare un concilio scismatico e di far deporre Giulio. Nell'ottobre del 1511 venne conclusa la Santa Lega tra papato, Spagna e Inghilterra. L'Impero si associ nell'aprile del 1512, Venezia un po' pi tardi. Un proclama di Enrico Ottavo del 4 novembre 1512 giustific l'invasione della Francia (e le tasse imposte a questo scopo) col pio pretesto di proteggere il papa e la Chiesa dalle incursioni di Luigi Dodicesimo (Hughes-Larkin, pp. 94-95). Come nota James Tracy (p. 31), Erasmo espresse nel 1514 qualche dubbio su questi nobili motivi constatando che, venuta meno con la morte di Giulio la supposta causa della guerra, la guerra nondimeno perdurava (Allen, 1, 553). A parte Enrico Ottavo, i membri della Lega furono comunque, nel migliore dei casi, dei tiepidi belligeranti. La Lega si dissolse dopo la morte di Giulio Secondo (21 febbraio 1513) e una pace tra Inghilterra e Francia fu conclusa nel 1514. Vedere Scarisbrick, pp. 26-40 e nota a 184/4. Questo epigramma venne escluso dall'edizione dei 1520 perch Francia e Inghilterra erano ancora in pace (v. nota 1 dell'epigramma 19).
Nota 506. I versi di More per i pannelli dipinti sono introdotti, nell'edizione del 1557, dalle seguenti parole: Il giovane Thomas More ide nella casa di suo padre, a Londra, un bell'arazzo di stoffa elegantemente dipinta con nove scene, ciascuna di esse provvista di versi che illustravano il soggetto delle immagini: e nelle scene erano dipinte quelle cose che i versi qui sotto riportati in effetti menzionavano (EW). I nove pannelli rappresentavano l'Infanzia, la Virilit, Venere e Cupido, L'Et dell'uomo, la Morte, la Fama, il Tempo, l'Eternit e il Poeta. Ad eccezione della prima, ogni figura prevale logicamente su quella che la precede. Vedere Robert A. Duffy, "Thomas Mores Nine Pageants", in Moreana, 50 (1976), 21-23.
Nota 507. Queste parole richiamano il primo verso di un inno processionale della domenica delle Palme nel rito di Salisbury (Dickinson, col. 260): Gloria laus et honor. Nel "De tristitia" (CW 14, 367-369) More mette a confronto l'ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme con il suo arresto nel giardino degli olivi per sottolineare l'incessante fluttuare del destino umano.
Nota 508. Evidentemente More non ha ancora deciso di declinare il suo nome latinizzato in conformit alla seconda piuttosto che alla prima declinazione (v. anche il r. 1 dell'epigramma 274).
Nota 509. Gli epigrammi 273 e 274 apparvero per la prima volta all'inizio e alla fine di "Lac puerorum. Anglice Mylke for chyldren", una grammatica latina scritta in inglese da John Holt qualche tempo prima del 1500 e che  giunta a noi solo in edizioni posteriori (v. Introduzione, pp. 102-103). John Holt fu "fellow" del Magdalen College a Oxford (1491-1495), assistente alla Magdalen College School (1494-1496), maestro di grammatica dei giovani del cardinal Morton a Lambeth Palace (ca. 1496-1500), maestro alla Chichester Prebendal School (1501-1502) e precettore del principe Enrico dal 1502 fino al luglio del 1504, quando mor (Emden, 2, 953-954; Nicholas Orme, "English Schools in the Middle Ages", London, 1973, pp. 28-29, 110). Che egli sia stato insegnante di More a Oxford (come ritiene R. S. Stanier in "Sir Thomas More's School Days", in The Times Literary Supplement, primo gennaio 1954) oppure no, sta di fatto che ne fu intimo amico, come mostra una lettera che More gli scrisse a Chichester, da Londra, intorno al novembre del 1501 (Rogers, n. 2). Non vi sono prove che fosse parente di Nicholas Holt, con ogni probabilit maestro di More alla St. Anthony's School (v. lo scambio epistolare in "Sir Thomas More's School Days", di J. O'Leary, R. J. Schoeck, L. Paul e R. S. Stanier in The Times Literary Supplement, 4, 18 e 25 dicembre 1953, e primo gennaio 1954). Il patronimico Holtiades  stato tradotto semplicemente con Holt. Si  pensato che Holt lo abbia scelto come una forma latina conveniente (con un'eco greca, v. ad es. "Alcibiades") che entra facilmente a far parte di un verso datrilico, Anche Holt se ne serve nell'epigramma con cui dedica il "Lac puerorum" al cardinale Morton, bench nel titolo dell'epigramma e al termine del libro egli chiami se stesso Johannes Holt More usa la forma Holtus alle rr. 21 e 30 dell'epigramma 274. Le sue figlie, d'altronde, vennero chiamate Moriades nel titolo di un omaggio poetico scritto per loro da John Leland negli "Encomia", apparsi postumi (1589, S.T.C. 15447) e ristampato in "De rebus britannicis collectanea", ed. Thomas Hearne, 6 voll., London, 17702, 5, 132. Sugli stretti rapporti di collaborazione tra Holt e More e sulla possibilit che questi nel 1513 abbia ottenuto dall'universit di Oxford l'abilitazione a insegnare grammatica, v. Nelson, "Thomas Afore, Grammarian and Orator".
Nota 510. Pia furta riccheggia il furia pudica della dedica di Holt al cardinale Morton.
Nota 511. Il "Lac puerorum" nell'ed. Wynkyn de Worde (ca. 1508) si compone di 48 pagine in quarto.
Nota 512. La cosiddetta lunga "Parvula" (S.T.C.(2) 23163,13) e la lunga "Accedence" (S.T.C.(2) 23153,4), due grammatiche latine in lingua inglese attribuite a John Stanbridge, erano state stampate nel corso del 1495 (Orme, "English Schools", pp. 108-109).
Nota 513. E chiaro che More ha coniato il sostantivo "tunsus" da "tundere" per analogia con parole come "tactus" (da "tangere").
Nota 514. Nelson ("Thomas More, Grammarian and Orator", p. 344) trae spunto dall'aggettivo nostra per dire che More pu aver preso parte alla preparazione del "Lac puerorum". L'immagine, a partire dal r. 17, della porta che introduce in un magazzino fa pensare che More alludesse a una grammatica elementare chiamata "Janua" (porta) attribuita a Donato, frequentemente stampata dopo il 1475 ed estremamente popolare. Vedere Wolfgang Schmitt, "Die Ianua (Donatus) - ein Beitrag zur lateinischen Schulgrammatik des Mittelalters und der Renaissance", in Beitrge zur Inkunabelkunde, terza serie, 4 (1969), 50-54, 73-74.
Nota 515. More allude spiritosamente a due specchietti mnemonici del "Lac puerorum": il primo fornisce la declinazione di "hic", il secondo di "hic magister", con nominativo, genitivo, dativo, accusativo e vocativo dal pollice al mignolo e I' ablativo sul polpastrello del pollice. Forse si esigeva che gli scolari tamburellassero (sonum) con le loro dita mentre recitavano i paradigmi.
Nota 516. Cfr. Virgilio, "Eneide", 9, 641.
Nota 517. E' Holt in persona che, nella dedica al cardinale Morton, paragona il proprio libro a una rustica insalata (moretum).
Nota 518. Cfr. Eb 5,12-14, e 1Cor 3,1-2.
Nota 519. Giovanni Sulpizio da Veroli  un umanista del XV secolo che ha pubblicato Frontino, Lucano, Vegezio e Vitruvio. Il suo "De arte grammatica opus compendiosum"  stato stampato almeno dodici volte prima del 1500 (Ludwig Hain, "Repertorium bibliographicum", Stuttgart e Paris, 1826-1838, nn. 15143-15151, 15154-15156), Venne tra l'altro stampato da Pynson (Londra, 1494 e 1498; S.T.C.(2) 23425 e 23426) e da Wynkyn de Worde (Westminster, 1499, S.T.C.(2) 23427). Ma More qui si riferisce anche a una seconda opera di Sulpizio, "De moribus puerorum carmen iuvenile" (pure intitolato "Stans puer ad mensam"), una composizione poetica sul comportamento da tenere a tavola (S.T.C.(2) 17030 e 23428-23430). Essa venne talora pubblicata come parte della grammatica di Sulpizio (ad es. in un'edizione stampata forse da Filippo Pincio intorno al 1495, ora nella Beinecke Library dell'universit Yale, dalla quale cito nelle note che seguono).
Nota 520. Il breve trattato grammaticale di Foca (vissuto nel V sec. d. C.) "De nomine et verbo"  stato stampato, insieme con la grammatica di Diomede, almeno nove volte prima del 1500 (Ludwig Hain, "Repertorium bibliographicum", Stuttgart e Paris, 1826-1838, nn. 6214-6216, 6218-6223) e pu essere letto in Keil, 5, 410-439. Foca spiega nella prefazione di non aver voluto essere originale bens breve e chiaro (Keil, 5, 410-411).
Nota 521. Niccol Perotti (1429-1480), arcivescovo di Siponto, curatore di Marziale e di Plinio, traduttore di Polibio, era forse meglio conosciuto per la sua "Cornucopia", un compendio linguistico studiato per spiegare Marziale. Negli anni quaranta del XVI sec., a Ferrara, suo protettore era William Grey, procuratore di Enrico VI presso la curia romana (Giovanni Mercati, "Per la cronologia della vita e degli scritti di Niccol Perotti", Studi e Testi n. 44, Roma, 1925, pp. 31-32). Nel 1468, a Viterbo, egli ultim i suoi "Rudimenta grammatices", che vennero stampati almeno sessanta volte prima del 1500 (Mercati, p. 59).
Nota 522. Il grammatico Diomede (IV sec. d. C.) scrisse l'"Ars grammatica", un lungo trattato che venne stampato almeno nove volte prima del 1500 (v. nota 5 di questo stesso epigramma). Lo si pu leggere in Keil, 1, 297-529. L'ultima parte esamina diffusamente i problemi della scansione e del verso.
Nota 523. Cfr. Orazio, "Ars poetica", 343.
Nota 524. Il nucleo della grammatica di Sulpizio si compone di sei sezioni: 1. le parti del discorso, 2. la declinazione dei nomi, 3. i nomi irregolari (eterocliti), 4. il genere dei nomi, 5. il perfetto e i supini, 6. i costrutti sintattici, specialmente in riferimento ai verbi. Dal momento che lo studente conosce gi gli argomenti delle prime due sezioni grazie alla grammatica di Holt, More qui si limita a indicare le ultime quattro sulla falsariga di una breve poesia di Sulpizio (cfr. CW 3/11, Commentary, p. 420, 274/22-25) che elenca le ultime cinque.
Nota 525. Sulpizio scrisse un certo numero di brevi trattati metrici, talora stampati separatamente, talaltra insieme con la sua grammatica (come nell'edizione Wynkyn de Worde, S.T.C.(2) 23427). Questi versi di More richiamano alcuni versi di Sulpizio (cfr. CW 3/II, Cortutremary, p. 420, 274/26-31) facenti parti di un'opera intitolata "Ioan. Sulpitii Vetulani [sic] de versuum scansione. De sillabarum quantitate. De heroici carminis decoro & vitiis. De pedibus & diversis generibus carminum precepta", Venezia, Joannes Tacuinus de Tridino, 24 settembre 1516. Nell'edizione Wynkyn de Worde i versi di Sulpizio appaiono fuori posto, all'inizio della grammatica.
Nota 526. I "Linacri progymnasmata Grammatices vulgaria", Londra, John Rastell, 1512, S.T.C.(2) 15635, una grammatica latina elementare di Thomas Linacre (ca. 1460-1524) venne scritta probabilmente su richiesta di John Colet per la sua nuova scuola di St. Paul, ma non fu adottata perch giudicata inadatta (Allen, 1, 467,470). La poesia di More appare sul retro frontespizio tra dodici versi di Linacre e quattro di William Lily. Linacre spiega agli scolari suoi lettori che la grammatica  sperimentale e avverte gli insegnanti che essa contiene delle innovazioni di cui si fornir la giustificazione in un'opera successiva; Lily osserva invece che quella  un' edizione corretta di un'opera gi apparsa sotto falso nome e in forma non attendibile. Scrivendo a Colet il 23 ottobre 1504 More chiam Linacre guida dei suoi studi (Rogers, n. 3, rr. 67-68). Nel 1515 More scrisse a Dorp di aver studiato i "Meteorologica" di Aristotele, qualche anno prima, con Linacre (Rogers, n. 15, rr. 1297-1323). Vedere Germain Marc'hadour, "Thomas More and Thomas Linacre", in Moreana, 13 (1967), 63-67,
Nota 527. La grammatica si compone di quaranta pagine in quarto.
Nota 528. Nel maggio del 1517 Erasmo e Pieter Gilles incaricarono Quentin Metsys di dipingere un dittico con i loro ritratti, da inviare in dono a Thomas More. Con un po' di ritardo a causa di malattia, Erasmo invi il dittico a More, a Calais, l'8 settembre 1517 (Allen, 2, 576; 3, 33, 76). Nel luglio del 1517 More era impaziente di ricevere i dipinti (Allen, 3, 11-12); il 7 ottobre scrisse a Erasmo ringraziandolo di cuore per quel segno di amicizia ed esprimendo ammirazione per la qualit plastica, tridimensionale delle figure (Allen, 3, 103-104). Lo stesso giorno scrisse a Pieter Gilles per ringraziarlo, gli invi questi epigrammi e manifest il suo stupore per l'abilit con cui Quentin aveva imitato la sua calligrafia nella lettera che Gilles tiene in mano (Allen, 3, 105-107). Accenn anche agli epigrammi, scritti, disse, con una maestria non paragonabile a quella messa in luce dal pittore. More preg Gilles di trasmetterli ad Erasmo, nel caso che li reputasse degni di attenzione; il 5 novembre 1517 si compiacque con Erasmo perch i versi gli erano piaciuti, mentre Cuthbert Tunstall aveva lodato soprattutto gli endecasillabi (Allen, 3, 133). 1 dipinti originali, con qualche ritocco d mano posteriore, sono conservati ad Hampton Court (Erasmo) e a Longford Castle (Gilles). Vedere Lorne Campbell, Margaret Mann Phillips, Hubertus Schulte Herbrggen e J. B. Trapp, "Quentin Matsys, Desiderius Erasmus, Pieter Gillis e Thomas More", in Burlington Magazine, 120 (novembre 1978), 716-725, da cui sono desunte le informazioni che seguono sui documenti e le iscrizioni dei dipinti.
Una poesa di William Lily sul dittico  contenuta in un manoscritto della British Library (Harleian 540, ff. 223v-224r [57v-58r]) scritto nel XVI sec. Vi si fa notare, tra l'altro, che Erasmo reca al dito un anello d'oro dono di More. Il 9 aprile 1534 Erasmo aveva steso una lista dei suoi beni pecuniari e dei suoi anelli. Ne fanno parte quattro anelli d'oro regalati da More, tre con zaffiri e uno con un cammeo in cui era incisa la figura di una donna che sbircia da sopra la spalla (Bodleian Quarterly Record, 2 [1917-1919], Oxford, 1920, "Documents and Records" 1, p. 143). Il cammeo  elencato in un inventario dei beni di Erasmo datato 22 luglio 1536. Erasmo lasci l'anello in eredit ad Anna Lachner, moglie di Hieronimus Froben (Emil Major, "Erasmus von Rotterdam", Virorum illustrium reliquiae I, Basel, 1926, pp. 38, 48, 54). Pu trattarsi dello stesso anello che Erasmo porta al dito nel dipinto di Metsys: su di esso  raffigurato il busto di una figura maschile o femminile, pi visibile nella copia conservata a Ronia che nell'esemplare di Hampton Court (Campbell, Phillips, Herbrggen e Trapp, p. 724).
Nota 529. Nella pagina di destra del libro su cui Erasmo, nel dipinto di Metsys, sta scrivendo (la calligrafia  una stretta imitazione della sua), si leggono, ad eccezione delle lettere tra parentesi, ormai non pi visibili, le seguenti parole: [IN] EPISTOLAM [AD] RO/[M]ANOS PARIPHRASIS / ERASMI ROTERO/DAME // Paulus ego ille e Sau / lo factus, e turbulen / te pacificus, nuper obnox / [ius] legi mosaice. nune / Moisi Liber[t]us. scruus au / tem factus lesu. Sulla pagina di sinistra del volume aperto si legge GRATIA.
Nota 530. I volumi depositati sugli scaffali dietro Erasmo recano scritto: HIERONYMUS, LOUKIANOS, NOVUM TESTAMENT[UM] e HOR.. Quest'ultma H era inizialmente una M, ma  stata erroneamente restaurata; le lettere OR non sono originali e coprono una caduta di materia pittorica. L'intenzione originaria si riferiva probabilmente all'opera pi famosa di Erasmo: MOR[IAE] ENCOMIUM.
Nota 531. La lettera che Gilles tiene in mano  una ridipintura. Vi si pu leggere V[iro] [illustrissimo?] Petro Egidio Am[ico charissimo] An[twerpiensi]. Non ha molto senso confrontare queste parole dipinte in un secondo tempo con un autografo di More, ad esempio quello del manoscritto di Valenza (CW 14). Ma il 7 ottobre 1517 More scrisse a Gilles che l'imitazione era a tal punto perfetta che Metsys sarebbe stato certamente un eccellente falsario.
Nota 532. Absentis pu essere tanto un genitivo oggettivo ([il loro] desiderio dell'amico assente) quanto un genitivo soggettivo (il desiderio dell'amico assente [per loro]); v. T.L.L. 5, 697, rr. 73ss. Il r, 9, che accenna al dispiacere di More per essere lontano dagli amici, lascia pensare che si tratti di un genitivo soggettivo riferito a More.
Nota 533. Vedere la nota 1 dell'epigramma 97.
Nota 534. Il ritratto di Gilles venne venduto nel 1754 per 91 ghinee (Campbell, Phillips, Herbrggen e Trapp, p. 717, n. 20),
Nota 535. Firpo 67.
Nota 536. Cfr. l'epigramma 276, rr. 7-8.
Nota 537. L'editore John Fowler fa risalire cos la poesia al 1532.
Nota 538. More gioca con "moror" (faccio il pazzo), "morus" (pazzo) e "moror" (indugio, sto). Per i bisticci di parole con il nome di More v. G. Marc'hadour, "A Name for All Seasons", in "Essential Articles", pp. 539-562, specialmente p. 556. Cfr. Svetonio, "Nerone", 33, 1. More pu pure aver pensato "mros" (morte). Cfr. Erasmo, "De praeparatione ad mortem", A.S.D. 511, 352/274-275.
Nota 539. Memor [...] mori:  inevitabile l'eco del "memento mori". Il gioco di parole "More/mori"  gi in "Il Moro", Firenze, 1556, di Ellis Heywood: parole [il motto "memento mori"] le quali potria anco intendere per un'altro stile, cio che mi ricordassero non della morte, ma di voi S[ignore] Moro. Vedere Marc'hadour, "A Name for All Seasons", p. 555.
Nota 540. Cfr. la nota 1 dell'epigramma 251 e la nota 2 dell'epigramma 252.
Nota 541. Nella pagina bianca finale del "De civitate Dei" di Agostino conservato nella biblioteca della chiesa cattolica di Lower Brailes (cfr. Introduzione, p. 104) questa poesia  preceduta dalla n. 278 (che secondo il titolo di Fowler sarebbe stata scritta da More tre anni prima della morte) ed  seguita da due poesie in inglese (che secondo William Rastell More avrebbe scritto mentre era rinchiuso nella Torre; v. EW). Se ne deduce che anche questa poesia deve essere stata scritta da More nel corso degli ultimi tre o quattro anni della sua vita. Lo sconosciuto destinatario della "Letter against Frith" di More, datata 7 dicembre e stampata nel dicembre del 1532, aveva inviato a More un manoscritto del primo trattato di John Frith sull'eucaristia. More lo restitu insieme a una copia della sua "Letter against Frith": Penso che il diavolo non potrebbe realizzare qualcosa di peggiore di questo, bench le parole siano armoniose e belle (EW, seg. G5). Le enigmatiche antitesi contenute nelle ultime due righe dell'epigramma possono riferirsi alle parole limpide e armoniose di Frith contrapposte alla insidiosa negazione della presenza reale contenuta nel trattato. Un'altra poesia dedicata da More a un suo corrispondente  la n. 200. Infine, More ha scritto soltanto un altro epigramma in endecasillabi, la seconda parte del n. 276.
Nota 542. Tunstall ci informa ("De arte supputandi", Londra, 1522) che More scrisse questi versi mnemonici su sua richiesta. Essi si riferiscono a due metodi di estrapolazione per risolvere problemi che potrebbero essere risolti molto pi semplicemente dall'algebra: 1. il metodo dei pi e del meno, 2. il metodo delle differenze. L'esempio di Tunstall  il seguente: come si devono ripartire 100 monete tra tre mercanti in maniera tale che il secondo riceva tre monete in pi del primo e il terzo quattro in pi del secondo? Dobbiamo scegliere due valori approssimati (ad es. 29 e 34) ciascuno dei quali pu dare una somma o superiore (per es. 34 + 37 + 41 = 112) o inferiore (per es. 29 + 32 + 36 = 97) al valore di partenza 100. Con il metodo del pi e del meno, si sommano la differenza minore (3) e la maggiore (12) e si ottiene cos un divisore (15); poi si moltiplicano l'approssimazione per difetto (29) per la differenza maggiore (12) e l'approssimazione per eccesso (34) per la differenza minore (3), si sottrae dal maggiore dei due risultati (348) il minore (102) e si divide la loro somma (450) per il divisore 15 ottenendo cos il risultato cercato: 30. Nel caso in cui entrambi i valori approssimati producano somme inferiori o superiori a 100, il divisore va ottenuto sottraendo le differenze e non sommandole e il dividendo deve essere ricavato dalla sottrazione e non dalla somma dei risultati delle moltiplicazion. Cos, se abbiamo dei valori approssimati 31 e 34 con eccedenze rispettivamente di 3 (31 + 34 + 38 = 103) e di 12 (34 + 37 + 41 = 112), il divisore sar 9; dalle moltiplicazioni otteniamo 372 (31 x 12) e 102 (34 x 3), la loro differenza, 270, dvisa per 9 d 30.
Il metodo delle differenze fa uso di una proporzione (la differenza tra i divari rispetto a 100 e la differenza tra i valori approssimati) per fissare l'approssimazione pi vicina al numero corretto.
I versi di More si riferiscono a tutti e due i metodi: quando entrambi i divari prodotti dai valori approssimati sono superiori o inferiori a 100, i metodi richiedono la sottrazione (deme, subtrahe); quando una cifra  superiore e una inferiore a 100, entrambi i metodi richiedono l'addizione (coniungito, adijce). Nella sua lettera dedicatoria a More, Tunstall afferma di aver iniziato a scrivere il libro di aritmetica diversi anni prima e di avervi lavorato per lungo tempo in modo intermittente (Rogers, pp. 265-266). Se ne deduce che More pu aver fornito i suoi versi in un momento qualsiasi della lunga gestazione del libro di Tunstall e non necessariamente all'atto della sua pubblicazione.
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FINE.